Monsieur cartoon. Asterix & Obelix, il west e lo scolaretto sosia di Sarko

René Goscinny ha usato i fumetti per giocare con la storia e far più felici i francesi. Quest'anno si celebra il centenario della sua nascita. Da ragazzo capì che voleva fare lo sceneggiatore quando sentì dire che era un mestiere “che può fare il primo imbecille che passa”. Oggi quella frase è incisa su un obelisco ad Angoulême
14 SET 26
Immagine di Monsieur cartoon. Asterix & Obelix, il west e lo scolaretto sosia di Sarko

Definito “Molière del fumetto” e pure “Victor Hugo della BD”, Goscinny è stato capace di mostrare i fastidiosi tic della burocrazia e le ipocrisie sociali (Getty)

A Parigi, tra rue Primo Levi e rue Thomas Mann – se non una scelta deliberata, una bella coincidenza – spunta sul lungosenna rue René Goscinny. Sul cartello smaltato attaccato a un palo si trova il contenuto più fitto che esista in qualsiasi insegna tipica parigina, con sfondo blu notte e sfondo verde, insegne diventate anche souvenir, calamite. Il cartello dice: “Siamo nel 50 a.C. Tutta la Gallia è occupata dai Romani... Tutta? No! Un piccolo villaggio dell’Armorica resiste ancora e sempre all’invasore… E la vita non è facile per le guarnigioni dei legionari romani negli accampamenti fortificati di Babaorum, Aquarium, Petibonum e Laudanum...”. E’ il celebre incipit della serie a fumetti di Asterix & Obelix, i due galli che sfidano Cesare e il suo dominio europeo, i due barbari che si oppongono all’impero. Serie di enorme successo creata appunto da Goscinny di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita. Una rivista come Casemate si chiede sulla copertina: “Goscinny va verso il Pantheon?”. Chi fa bande dessinée, o BD, come la abbreviano i francesi, può avere le glorie di una Simone Veil o di un Marc Bloch. Dopotutto i Tintin li troviamo nelle biblioteche casalinghe con la normalità con cui si trova un vecchio tascabile dei Misérables o una Pleiade di Chateaubriand. A differenza dell’Italia, il fumetto non è solo per appassionati, per nerd, per ragazzini. E’ roba seria, è orgoglio nazionale, è immaginario comune. E infatti in quel cartello del 13esimo arrondissement sotto il nome di Goscinny c’è scritto, prima di tutto, “scrittore” e poi dopo “sceneggiatore di BD”, e oltre Asterix ci saranno il cowboy Lucky Luke, lo scolaretto Petit Nicolas, e altre icone nazionali. Goscinny raccontava di aver capito di voler fare lo sceneggiatore quando ha sentito qualcuno dire: “Lo sceneggiatore di fumetti? E’ un lavoro che può fare il primo imbecille che passa”. Ad Angouléme, città della nona arte per via del suo mega festival fumettistico, una Lucca d’oltralpe, gli hanno eretto un obelisco con incisa questa frase.
A Parigi, sul cartello che indica rue René Goscinny, c’è scritto prima di tutto “scrittore”. Il fumetto è una cosa seria, è orgoglio nazionale
Ma torniamo al posizionamento di questa via parigina, che scorre parallela tra Levi e Mann. Come loro, anche Goscinny ha subìto personalmente la tragedia della presa del potere da parte dei nazisti: almeno undici familiari di René – zii, nonni – moriranno ad Auschwitz. Goscinny è figlio di un ingegnere chimico di Varsavia e di una donna ucraina, due emigrati in fuga con le famiglie dalle persecuzioni antiebraiche nell’impero russo. Arrivano a Parigi durante la Prima guerra mondiale, dove si incontrano e si sposano. Un nonno è rabbino, l’altro è stampatore, autore del primo dizionario yiddish-ebraico. Quando René ha due anni i suoi si trasferiscono a Buenos Aires. Il padre va a lavorare non solo come ingegnere ma anche come membro della Jewish Colonization Association, che aiuta gli ebrei a fuggire dai paesi dove sono perseguitati (e la Shoah non è ancora arrivata). Liceo francese in Argentina, vacanze in Uruguay, nei weekend a cavallo nella pampa coi gaucho, lettura di fumetti portati da casa, da Parigi, o quelli del luogo, come le tavole che hanno protagonista Patoruzù, amerindo della Patagonia che vuole liberare il suo popolo dall’oppressione. Dalla Francia arrivano le lettere dei familiari che raccontano dell’obbligo della stella gialla, delle sinagoghe bruciate. Il padre giura fedeltà a De Gaulle a distanza, ma, mentre René finisce la maturità muore di emorragia cerebrale. La madre si trasferisce con i bambini da uno zio a New York. Non hanno soldi e il diciottenne René dopo lavoretti vari inizia a disegnare per un’agenzia pubblicitaria.
Quest’anno si celebra il centenario della sua nascita. La rivista Casemate in copertina si chiede: “Goscinny va verso il Pantheon?”
La guerra è appena finita e il ragazzo torna in patria giusto un annetto per il servizio militare, negli alpini. Si racconta che un generale, Jean de Lattre de Tassigny – gaullista, figura chiave della liberazione che aveva tenuto testa alla Wehrmacht nelle Ardenne – si sia innamorato dei disegni che Goscinny fa tra un’esercitazione e l’altra e lo abbia nominato, per questo, sergente, mandandolo a fare i poster per l’esercito. Dopo l’esperienza militare Goscinny decide di tornare a New York, perché lì, dice, il fumetto “non era considerata un’arte minore”, e bussa alle porte di riviste e giornali, e prova pure a lavorare per Walt Disney, ma senza successo. Torna così alla pubblicità, brevemente, perché conosce un altro figlio di immigrati russi ebrei, Harvey Kurtzman, che collaborerà con Playboy e fonderà quella rivista comica che ha fatto scuola, Mad Magazine (per un periodo Kurtzman lavorerà anche per la rivista del futuro presidente, l’autocelebrativo mensile Trump).L’umorismo di Kurtzman, così come influenzerà per loro stessa ammissione registi come Mel Brooks e Terry Gilliam, ha anche un ruolo formativo per il giovane René che, con l’americano, inizia a guadagnare i suoi primi soldi col fumetto. Con il gruzzoletto messo da parte torna per le vacanze a Parigi, in nave, dove incontra un collega belga che lo presenta al connazionale Morris, educato dai gesuiti nelle Fiandre.
Morris, figlio di un fabbricante di pipe, ha appena creato un personaggio, un cowboy del vecchio west, ed è arrivato in America per meglio studiare l’ambientazione che vuole dare alle storie di questo cowboy solitario che crede nella giustizia. Ma è con Goscinny, che ne diventa lo sceneggiatore, che il personaggio prende la sua forma definitiva, inserendo nelle storie una forte critica sociale, e Lucky Luke diventa “l’uomo che spara più veloce della sua ombra”. Diventa uno strumento pop attraverso il quale il mondo francofono e poi il resto d’Europa conoscono il vecchio west, o una sua versione. L’epica della frontiera assume un taglio comico, parodico. In quegli anni Cinquanta, quando esplode il sogno americano e al cinema ci sono i film di John Ford e Robert Aldrich con Gary Cooper e John Wayne – non più solo epopea, ma anche contraddizioni e pistoleri tormentati – i giovani francesi e belgi imparano a conoscere i saloon, i canyon, le segherie e gli sceriffi con un taglio umoristico. Lucky Luke è un arbitro imparziale, un uomo guidato non dai soldi o dal potere, ma dalla volontà di portare la pace nei villaggi di frontiera. Si impara a ridere dell’America, di come è stata costruita, usandola come specchio dell’Europa che rinasce dopo il ‘45.
Goscinny racconta così il vecchio west ai francesi, ma diventa ancora più celebre quando decide di narrare anche il passato ai suoi connazionali – un passato in gran parte fittizio, per quanto legga il De bello Gallico. Tutto nasce da un altro incontro, casuale, questa volta con Albert Uderzo, un francese figlio di due immigrati italiani, un liutaio della provincia vicentina e una toscana. Uderzo e Goscinny sono entrambi, si direbbe oggi, due “prime generazioni”. Si incontrano per caso a Parigi, nei corridoi della World Press, sugli Champs-Elysées. Goscinny è tornato in pianta stabile in Europa. I due si stanno simpatici e iniziano a scrivere, con uno pseudonimo femminile, una rubrica di galateo. Si divertono e inizia la partnership fumettistica, e dopo alcune BD, arriva nel 1959 sulla neonata Pilote – una rivista che vuole “pilotare” i bimbi francesi, che vuole instillare la curiosità verso il mondo – un piccolo gallo con i baffi gialli che, accompagnato dal suo cagnolino e dal robusto amico scultore di menhir, regge ai soprusi colonizzatori dei centurioni romani. Il progetto nasce in un appartamento di Bobigny, Pilote sta per uscire e loro non hanno ancora un’idea. Poi iniziano a elencare i momenti gloriosi della Francia, e quando si fermano ai galli capiscono di aver fatto centro: in fondo, dice René, “i galli sono il nostro west”. Il modello fisico dei due protagonisti è quello di Stanlio e Ollio, i nomi sono due simboli tipografici, l’asterisco e l’obelo, o obelisco.
Goscinny e Albert Uderzo si mettono a elencare momenti gloriosi della Francia. Arrivano ai galli e capiscono di aver fatto centro: “sono il nostro west”
Per quanto si cerchino in Strabone casi reali, quella di Asterix è una lettura ucronica della storia, iper-patriottica, che dipinge gli antenati dei francesi come dei gozzovigliatori di cinghiali arrosto, spaventati che il cielo cada sulla loro testa, ma capaci, grazie a una pozione magica, di resistere alle legioni romane. La saggezza celtica vince sull’ingegneria romana, un manipolo di ribelli irriducibili tradizionalisti riesce a reagire al Leviatano globalizzante di Roma, all’omologazione di uno stato centralizzato. E’ Davide contro Golia. I galli si menano tra loro, litigano lanciandosi addosso pesci e sassi, ma alla fine di ogni episodio si ubriacano intorno al fuoco, mentre gli eleganti romani, sui loro triclini, nei palazzi rivestiti di marmo, accettano questo piccolo intoppo nella loro dominazione del globo. I viaggi di Asterix diventano un’esplorazione del mondo precristiano, i cliché novecenteschi vengono applicati ai costumi del 50 a.C., tra stoici britannici che curano il loro prato e bevono cervogia tiepida, ai corsi, suscettibili e ossessionati dalla vendetta e dalla siesta, fino agli elvezi, che amano puntualità, neutralità e formaggio. Spassosi anacronismi, con un po’ di grassofobia che di questi tempi avrebbe potuto far innervosire il mondo woke. Dieci anni fa, presentandosi al Parlamento europeo, il filosofo Fernando Savater chiedeva ai deputati di leggere gli album di Asterix & Obelix per capire gli europei, per non spaventarsi davanti ai comici stereotipi che hanno il potere di sdrammatizzare e indebolire i nazionalismi. Anche perché la destra lepenista ha sempre cercato di appropriarsi della retorica dell’irriducibile villaggio gallico, secondo molti modellata invece sulla resistenza gaullista a Vichy e al terzo Reich. Politici di sinistra hanno invece esaltato l’ecologismo del villaggio e la sua governance democratica-collettivista. “Asterix, è di destra o di sinistra?”, si chiedeva il Nouvel Obs, e un deputato degli ecolò aveva risposto: “Nel villaggio le famiglie, le categorie professionali: tutto è stabile. Quindi, ovviamente, è anche lo specchio di una Francia di prima del 1968, abbastanza sicura di sé, molto ordinata, paternalista”.
Fernando Savater chiese ai parlamentari europei di leggere Asterix & Obelix, perché gli stereotipi aiutano a sdrammatizzare i nazionalismi
Per chiudere il trittico delle tre grandi produzioni goscinniane, insieme a un maestro come Sempé, che diventerà uno dei più amati illustratori di copertine del New Yorker, nasce invece Petit Nicolas, che trova la sua forma ideale in libri illustrati. Non è un caso che il primo volume esca nel 1959, lo stesso anno in cui nelle sale arriva I 400 colpi di Truffaut. Perché come l’Antoine Doinel, simbolo della Nouvelle Vague, il piccolo Nicolas è un bambino che naviga nell’urbanità francese, nelle strade e nelle piazze e nei parchi, confrontandosi con le contraddizioni del mondo degli adulti. E’ uno specchio ottimista della società del dopoguerra, degli anni Sessanta, dove le angosce degli dei grandi e i conflitti non arrivano a disturbare (troppo) i giochi nei cortili della scuola. Un po’ come con i Peanuts, i suoi amichetti scolaretti rappresentano le virtù e le idiosincrasie umane. “Petit Nicolas è intramontabile, perché non è mai stato alla moda”, ha detto la figlia di Goscinny, Anne. “E’ questo il suo segreto. Nicolas non è invecchiato, non è cresciuto”. “Petit Nicolas era già demodé allora”, dice Sempé, perché quella Francia inizia a non esistere più, modellata sulle loro infanzie, così diverse eppure con topoi in cui tutti riescono a rivedersi. Nelle pagine è rappresentata un’infanzia ideale, dove gli scolaretti fanno i monelli coi maestri e mangiano la torta di mele. Alla morte di Sempé, nel 2020, il presidente Macron parlerà di “tenera ironia e di delicatezza dell’intelligenza”. E’ così famoso in Francia che quando Sarkozy salirà all’Eliseo, Petit Nicolas diventerà, per via della statura del presidente, uno dei soprannomi usati dagli avversari e dalla stampa, con tanto di vignette. Quando è andato in carcere Charlie Hebdo ha rilanciato il nomignolo, facendo un appello per “far uscire il piccolo Nicolas di prigione”.
Goscinny negli anni Sessanta, appassionato di crociere, conosce in una nave per le Antille la sua futura moglie, 24enne studentessa di lingue orientali, che non lo riconosce. Così lui le regala il giorno dopo una copia delle avventure di Petit Nicolas. Leggendolo lei pensa: “Quest’uomo è un genio!”. Si sposano nel borghesissimo 16esimo arrondissement, dove vanno a vivere, stesso quartiere dove lui ha portato la madre da New York non appena ha messo da parte un po’ di soldi. Goscinny morirà dieci anni dopo, nel 1977, a 51 anni, per un infarto. E le sue creazioni continuano a far cassa. Ancora oggi, venduti anche nei supermercati, negli autogrill, dai benzinai, gli album di Asterix entrano in classifica. Ne esce uno nuovo ogni anno, con nuovi disegnatori e sceneggiatori, a dicembre, momento d’oro degli acquisti. In tutto a firma di Goscinny sono stati venduti oltre cinquecento milioni di volumi. E poi al cinema: sia il cowboy che lo scolaretto diventano film, serie, e di Asterix esistono una quindicina di lungometraggi, quattro con l’ex amico di Putin, Gerard Depardieu nella parte di Obelix. Un brand che continua a far sognare i francesi, nel loro puro spirito napoleonico, facendogli credere che, in fondo, con i barbari tenevano testa agli antichi colonizzatori, che con la ligne claire e le battute si può riscrivere la storia, far fare ai romani la figura dei babbei.
Ma la fama di Goscinny non si deve solo ad aver un po’ piegato la storia per celebrare i piccoli vinti. Qualche anno fa il museo dell’arte e della storia dell’ebraismo di Parigi ha dedicato a Goscinny una mostra, per riscoprirne le origini e, anche se si intitolava Al di là della risata, anche per celebrarne lo humor ebraico. Uno humor che va di pari passo con la critica del potere, in puro stile fratelli Marx, quasi anarchico, e con la creazione di astuti antieroi disinteressati al guadagno personale. I protagonisti non sono animati da forza bruta, ma da un omerico “ingegno multiforme”. Definito “Molière del fumetto” anche per una forma di moralismo, e pure “Victor Hugo della BD”, Goscinny è stato capace di mostrare i fastidiosi tic della burocrazia e le ipocrisie sociali, come oggi non è più così facile fare. “Quando si è molto giovani”, diceva, “lo humor è una difesa. In seguito può diventare un’arma”.