Perché abbiamo bisogno degli altri per sviluppare tutta la nostra soggettività

Le relazioni non sono accessori della vita sociale: sono realtà emergenti che ci plasmano, ci educano e ci chiedono cura. Ignorarle significa fraintendere noi stessi e i nostri figli. La qualità della vita dipende dalla consapevolezza con cui le abitiamo

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Foto Epa, via Ansa

In un articolo di un paio di settimane fa su questo giornale invitavo a riflettere sul carattere relazionale dell’essere umano. Ognuno di noi è certamente una “sostanza individuale di natura razionale”, secondo la nota definizione di Boezio, ma non siamo soltanto questo. La nostra persona prende forma in virtù delle relazioni con gli altri; abbiamo bisogno degli altri per sviluppare a pieno la nostra “sostanza”; è insomma nelle relazioni che si trova il luogo privilegiato per la riuscita della nostra soggettività. Per questo dovremmo prendercene cura.
Come ha cercato di mostrare Pierpaolo Donati in un lavoro che dura ormai da una cinquantina d’anni, non è facile vedere le nostre relazioni; più difficile ancora è osservare noi stessi e gli altri in virtù delle relazioni che ci legano. Eppure le relazioni ci sono, hanno una specificità non riducibile a quella dei termini che le compongono, né alla loro somma; sono il “terzo” che emerge e produce effetti su di essi. Per fare un esempio, una relazione di coppia è certamente la relazione che c’è tra due persone, tuttavia non appartiene a nessuna delle due singolarmente prese; è qualcosa che emerge da e su di esse, con tutto ciò che tale emergenza implica in termini di autonomia, imprevedibilità, novità, spontaneità. Nessuno può dire a priori che cosa concretamente scaturirà da quella relazione; e saranno certamente effetti che interesseranno sia le persone coinvolte nella relazione, sia le altre relazioni sociali. Tutto dipenderà in ultimo dalla cura che i due partner metteranno nella loro relazione, diciamo pure dal lavoro che essi sapranno fare su di essa. Siamo quindi agli antipodi rispetto a qualsiasi forma di meccanicismo, a qualsiasi pretesa che la società possa essere ridotta a un campo di forze fisiche, ma anche rispetto alla pretesa che la realtà sociale non esista e che esistano invece soltanto gli individui. Nella prospettiva relazionale i fatti sociali non sono “cose”, come pensava Durkheim, né sono così evanescenti da sfumare in ultimo nella realtà del soggetto agente, quale unica vera “realtà” degna del nome; abbiamo piuttosto a che fare con una “realtà sui generis”, che con la terminologia di Pierpaolo Donati potremmo definire “un fenomeno emergente di soggetti in interazione”. Come ci insegna l’esempio della relazione di coppia, abbiamo a che fare con una realtà che certamente dipende dagli individui, poiché sono essi che hanno scelto di vivere come “coppia”, ma in quanto tale, ossia in quanto relazione, non può essere compresa come un semplice atto o un fatto degli individui. La relazione è fatta “dagli” individui, ma non è fatta “di” individui.
Non posso dilungarmi sulle conseguenze che questa idea di relazione come “realtà emergente” potrebbe avere in un campo, oggi d’importanza fondamentale, quale è quello dell’educazione. Vorrei soltanto sottolineare quanto poco le famiglie siano consapevoli della fondamentale funzione educativa nei confronti dei figli svolta dalla relazione che i genitori hanno tra di loro. Non c’è soltanto la specifica funzione educativa del padre e della madre, singolarmente presi, ma anche quella, forse più rilevante ancora, svolta dalla relazione che padre e madre hanno tra di loro. Come ho detto, la relazione produce effetti. Un’evidenza tutt’altro che scontata al di fuori di una prospettiva relazionale, ma che proprio per la sua importanza sembrerebbe esigere da parte dei coniugi una consapevolezza e una cura particolari. Occorrerebbe, in altre parole, che i coniugi si ponessero “riflessivamente” in relazione, ma, affinché questo avvenga, ci vuole una consapevolezza che purtroppo non sembra adeguatamente diffusa né tra i coniugi, né tra coloro che, a vario titolo, si occupano di problematiche familiari. Ma che dire se, poniamo, dovessimo renderci conto che proprio la relazione tra i genitori è la causa principale del disagio di certi figli, inspiegabile con genitori, presi ciascuno singolarmente, così “tanto per bene”?
Come ho accennato all’inizio, mettersi riflessivamente in relazione è difficile, insolito; preferiamo lasciarci trascinare inconsapevolmente dalle relazioni, anziché guidarle, coltivarle e prendercene cura in vista del loro compimento. Ma le nostre relazioni, per quanto “invisibili”, sono realissime, spesso fanno danni e sempre avanzano delle pretese. Per intenderci, non posso considerare mio figlio come se fosse un mio collega, un mio studente o uno dei miei compagni di squadra a calcetto. Tanto è vero che, se lo faccio, non appena “ci rifletto” (se ci rifletto, ovviamente) mi accorgo che qualcosa non va, che confondo, oppure non rispetto o addirittura snaturo una relazione. Mio figlio non è un mio amico. Questa consapevolezza relazionale è importante. Da essa dipende spesso la qualità della nostra vita.