Come riconciliare l’amore e la famiglia con la nostra libertà

E’ giunta l’ora di sfidare la modernità emotiva sul suo stesso terreno. Senza ricadere nelle ritualità del passato

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Come ha mostrato la sociologa israeliana Eva Illouz in un libro intitolato La fine dell’amore (ne abbiamo discusso qualche giorno fa al Meeting di Rimini), mercato e tecnologia hanno creato le condizioni per l’affermarsi di quelle che la stessa Illouz chiama “relazioni negative”, ossia relazioni nelle quali l’individuo, ridotto a un fascio di emozioni da soddisfare sul mercato, afferma ormai se stesso negando o ignorando gli altri, considerandoli non più soggetti da “riconoscere” ma semplici mezzi di “autoespressione”. Siamo di fronte al trionfo di una “modernità emotiva”, nella quale l’individuo è sempre più libero di soddisfare le proprie emozioni come meglio crede, ma, anche per questo, sente venir meno ogni certezza, la fiducia diventa una risorsa sempre più scarsa, le relazioni amorose sempre più precarie, occasionali, col risultato che la tanto agognata libertà diventa la principale causa di un generale disagio, fatto prevalentemente di solitudine e insoddisfazione.
Venuti meno i rituali, le forme, gli ancoraggi normativi che fino a ieri regolavano le relazioni amorose, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, grazie soprattutto alla rivoluzione sessuale, gli uomini e le donne, almeno in occidente, conoscono un guadagno di libertà mai visto in precedenza, ma perdono anche l’orientamento, l’altro diventa sempre più intrasparente, le relazioni sempre più incerte e rischiose, tanto incerte e rischiose che, alla fine, è molto meglio non entrarci, non prendere impegni. Ci sarà sicuramente qualcuno che potrebbe amarmi di più e capirmi meglio di quanto faccia il mio partner di adesso, meglio limitarsi a incontri occasionali, a prendere quello che c’è da prendere in relazioni regolate soltanto “dalla parità dei conti nel dare e nell’avere” (Giddens), che impelagarsi in relazioni che abbiano l’impegnativo carattere di essere “per sempre”. Al più aspiriamo all’”autenticità”. Ma questa autenticità, divenuta ipertrofica (si pensi all’esasperazione della sincerità, della parità, della negoziazione su tutto), sembra rendere l’amore impossibile. La preziosità, la forza simbolica, l’aspetto seducente, liberatorio dell’amore cresce insieme con la sua impossibilità. Ci ritroviamo così in una sorta di cimitero erotico, dove l’espressione “ti amo”, non ha più senso e diventa quasi indicibile proprio per via della sua definitività; la definitività tipica delle promesse, non dei desideri o delle emozioni. Come dice uno dei personaggi dell’ultimo romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere, quelle due parole sono “facili da dire quanto pressoché impossibili da ritirare”. Meglio non dirle: questa la nostra difesa.
Esiste una strada per sfuggire a questa malinconia e riconciliare in qualche modo l’amore e la famiglia con la nostra libertà, senza ricadere nelle ritualità del passato?
Io credo che ci sia. Occorre sfidare la modernità emotiva sul suo stesso terreno. Neanche sotto tortura rimpiangerei l’armonia prestabilita delle famiglie di una volta. Bisogna però guardare alla libertà come a un compito non come a un invito a fare semplicemente ciò che ci piace. In primo luogo dovremmo imparare che non siamo monadi ma esseri relazionali. All’inizio di ciascuno di noi c’è una relazione. L’alterità ci costituisce fin dalla nascita. Siamo “sostanze individuali di natura razionale”, secondo la nota definizione di Boezio, ma ciò che siamo non è derivabile meccanicamente dalla sostanza. La nostra persona prende forma grazie alle relazioni con gli altri. Potremmo anche dire che il nostro telos non si realizza in solitudine; ha bisogno degli altri; dipende dagli altri. Per dirla con le parole di Alasdair MacIntyre, siamo “animali razionali dipendenti”. Per questo varrebbe la pena che ci prendessimo cura delle nostre relazioni. Sono esse il luogo privilegiato della riuscita della nostra soggettività. Prendersi cura delle relazioni e della reciprocità che le contraddistingue è il modo migliore di essere fedeli a noi stessi.
Quanto alla vita amorosa in particolare, dovremmo imparare qualcosa che, più o meno vagamente, l’accompagna in ogni sua manifestazione: la consapevolezza che in amore non ci si accontenta, si punta alla compiutezza, e che la malinconia dipende soprattutto dalla difficoltà che abbiamo a rischiare, a donarci fino in fondo. La cultura dominante tende invero a pensare che la relazione amorosa ha senso soltanto in quanto strumento di autorealizzazione individuale, come proiezione di sé in un altro; non ci aiuta insomma a vedere la relazione come un “soggetto” autonomo, non riducibile a nessuno dei due termini che la compongono. Eppure, proprio se abbiamo a cuore la nostra felicità, dobbiamo imparare a prenderci cura delle relazioni nelle quali siamo coinvolti. Non sono in gioco soltanto i nostri buoni sentimenti e neppure le nostre virtù individuali, ma la nostra capacità di accettare, senza sentimentalismi, l’irriducibilità dell’altro e insieme di donarci a lui. Chi ama si dona e, donandosi, trova l’altro e se stesso; non un se stesso qualsiasi, ma l’“io” più autentico, quello che ama appunto, quello che ha conquistato la libertà da se stesso, la conquista più importante. Passa di qui la riconciliazione di amore libertà e famiglia che andiamo cercando.