L’ideologia dietro i massacri dei bambini e la pietà stroncata

L’accanimento dei nazisti sui giovanissimi russi, tutte potenziali spie, la Crociata dei fanciulli, le immagini dalle zone di guerra. Peggio che vedere bambini assassinati c’è solo vedere bambini assassini. Come quelli nella Cambogia dei khmer rossi

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Hitler accolto dagli agricoltori nella Giornata nazionale del raccolto, 1937 (foto Getty)

Nel mirino c’erano i bambini. L’ordine era: tenerli d’occhio, e nel caso sparargli a vista. E’ documentato. I bambini russi erano presi di mira dai nazisti. Prima ancora però erano stati i servizi sovietici a sospettare che fossero i tedeschi a usarli come spie. E’ nella Russia stalinista che nacque il mito del piccolo Pavlik Morozov, il pioniere che denuncia come kulak suo padre. Si poteva finire al Gulag, o anche venire fucilati, in tenerissima età. Fu presentata come risposta alla delinquenza minorile. Una sorta di emergenza anti-maranza, insomma. Per i nazisti invece era crudeltà strutturale. Era l’ideologia a dargli licenza di sterminare i bambini delle razze inferiori.
Fu nel corso della battaglia di Smolensk, nel settembre 1941, poche settimane dopo l’invasione nazista, che l’Nkvd riferì per la prima volta di numerosi casi di ragazzini fra i 13 e 18 anni reclutati dai tedeschi, e pagati dai 2.000 ai 5.000 rubli per far loro attraversare le linee del fronte e fornire dettagli sulle unità e i campi d’aviazione dell’Armata rossa (dagli archivi dell’Fsb, citati da Chris Bellamy nel suo ponderoso Guerra assoluta: la Russia sovietica nella Seconda guerra mondiale (Einaudi 2011).
A Nord, l’invasione aveva sorpreso migliaia di bambini nei campi estivi attorno a Leningrado. Molti si unirono ai partigiani. Come migliaia di altri coetanei nelle grandi foreste e paludi. Un bambino nella foresta è il protagonista di Educazione europea, il romanzo d’esordio di Romain Gary. Prima dell’assedio, a Leningrado c’erano 400.000 bambini. I sopravvissuti, nei due anni di assedio, alla fame, agli stenti, alle malattie, alle bombe, ricevettero in premio gli ambitissimi “passaporti” che gli consentivano di spostarsi all’interno dell’Urss. Nel 1942 Hitler ordinò che, occupata Stalingrado, venissero uccisi tutti coloro che fossero stati trovati in città, perché evidentemente si trattava di “comunisti”. Donne e bambini, se catturati, venivano impiccati ed esposti come ammonimento. Fu probabilmente una delle ragioni per cui quelli resistettero.
I reparti della Wehrmacht avevano già da subito, prima ancora che l’invasione cominciasse, l’ordine di “fermare e fucilare sul posto”, tutti i civili che “fossero visti vagabondare” o “che sembrano in qualche modo sospetti”. Donne e bambini compresi. Le “linee guida per la condotta delle truppe in Russia”, consegnate in plichi sigillati ai comandi di divisione, prevedevano l’eliminazione sistematica di ebrei e bolscevichi, delle razze inferiori. Reparti speciali, gli Einsatzgruppen delle Ss e dell’Sd, avevano l’incarico specifico di procedere allo sterminio. La guerra contro la Russia fu sin dall’inizio diversa, per ragioni ideologiche, dalla guerra combattuta sul fronte occidentale. A Est erano untermensch, subumani, quindi andavano trattati di conseguenza. Un indottrinamento a tappeto, sistematico, convinceva dubbiosi ed esitanti, stroncava sul nascere ogni tentazione di umanità o pietà.
Incredibile la quantità di carta stampata che accompagnava le armate del Reich. Tonnellate, anche quando scarseggiavano benzina, cibo e munizioni. Volantini, ordini di servizio dei comandi di divisione, pubblicazioni dirette alla truppa e ai sottufficiali avvertivano che “donne avvenenti, in particolare ragazze giovani, e persino bambini vengono istruiti a inventare storie, per esempio che stanno cercando la propria famiglia, mentre in realtà stanno facendo dello spionaggio”. Guai a “fraternizzare”. Se non ti ammazzano o evirano a tradimento, le diaboliche russe ti attaccano malattie veneree. Tipico, il rapporto sull’interrogatorio di 15 “agenti” ad opera del II Corpo d’armata: 12 di queste “spie” avevano un’età compresa fra i 15 e i 17 anni, uno era un bambino, uno la madre del bambino. “A dispetto della loro giovane età e di una certa stupidità, essi diedero l’impressione durante tutto l’interrogatorio, durato diverse ore, di essere comunisti fanatici e nemici della Germania. Anche durante l’interrogatorio essi tentavano continuamente di mentire, ed ogni affermazione veritiera doveva essere strappata loro con i metodi più brutali”. Tutti furono giustiziati subito dopo l’interrogatorio, precisa il rapporto.
Divenne prassi etichettare tutti i civili uccisi come “agenti”, senza neanche sottoporli ad interrogatorio. Definirli spie e agenti era il modo più spiccio per giustificare i massacri. Allora non si usava ancora definirli “terroristi”. In Fronte occidentale, le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra 1941-1945 (Il Mulino 2003), Omer Bartov fornisce una mole impressionante di documentazione su come “le autorità naziste, come pure gli alti gradi della Wehrmacht compirono in modo concertato un grosso sforzo per privare la popolazione russa di ogni aspetto umano agli occhi delle truppe”. Questo gli dette la sensazione di totale impunità, di poter fare della popolazione qualunque cosa volessero. Non a caso, più tardi, anche in Italia e in Francia, i peggiori eccidi di civili, compresi donne e bambini, furono commessi da truppe in rotazione (viene da dire in licenza premio) dalla Russia. La nemesi fu, negli ultimi giorni del Reich, la strage dei soldati bambini di Hitler.
Sulle atrocità tedesche c’è una gran quantità di studi. Ma non ho risposta ad un interrogativo che mi rode: come si comportarono invece gli italiani alleati dei tedeschi nella campagna di Russia? I “Bimbi d’Italia che si chiamano tutti Balilla”, la “Piccola vedetta lombarda” in Cuore di De Amicis non sono sanguinari. Ma anche gli italiani ammazzavano donne e bambini in Africa e nei Balcani.
Ogni guerra ha immagini che le restano appiccicate per sempre. Dei rastrellamenti di ebrei all’Est, quella del bambino col cappottino troppo largo, il berretto e le braccia alzate. Del Vietnam, la foto della ragazzina nuda e terrorizzata che fugge da un bombardamento al napalm. La foto del bambino cinese nudo in mezzo alle macerie della stazione di Shanghai bombardata dagli Zero, si era a suo tempo ritorta contro i giapponesi. La Cambogia dei khmer rossi è inseparabile dai Killing Fields, le distese di teschi dei morti ammazzati dai soldati bambini di Pol Pot. Se c’è qualcosa di più orripilante dei bambini assassinati, sono i bambini assassini. Si è sempre ucciso per gioco. Anche se non era mai successo che, come dopo l’avvento dei droni, la guerra stessa diventasse un videogioco da console per bambini. Nessuno quanto i bambini è suscettibile al richiamo dei pifferai magici.
Ci sono immagini, fantasmi che continueranno a tormentare per generazioni sia vinti che vincitori, sia vittime che perpetratori. Non c’è narrazione “alternativa” che possa esorcizzarli. I lettori della mia generazione ricordano forse un film del 1968, con protagonista John Wayne, Green Berets (berretti verdi, quelli delle truppe speciali mandate in Vietnam). Il protagonista spiega al commilitone più giovane perché si trovano a combattere così lontano da casa. Per difendere i bambini vietnamiti dagli orchi vietcong, diamine! Gli racconta di un villaggio in cui avevano vaccinato i bambini. Tornati i vietcong, avevano mutilato i braccini a tutti i bimbi vaccinati dagli americani.
Indelebili, delle immagini da Gaza, le distese di rovine. Insopportabili, i piccoli sudari con i corpicini, i bambini in coda con le pentole vuote alle distribuzioni di cibo. In Israele l’esercito ha deciso tardivamente l’apertura di un’inchiesta sulla morte, nel 2024, di Hind Rajab, la bambina che chiese aiuto per ore nell’auto presa a cannonate in cui erano stati uccisi i famigliari (fu bombardata anche l’ambulanza della Mezzaluna rossa palestinese mandata in soccorso). Altri bambini restano anonimi. Gli ultrà nel governo Netanyahu continuano a dire che bisognerebbe ammazzarli tutti. In Iran, il primo giorno di guerra, oltre ad ammazzare l’ayatollah Khamenei, avevano bombardato nel sud una scuola femminile, facendo centinaia di vittime tra le alunne. L’Onu aveva chiesto un’inchiesta. Tuttora non risulta da parte Usa neppure un cenno di rammarico.
La mitologia greca è piena di bambini massacrati in guerra o usati come strumenti di vendetta. Una principessa ateniese, Procne, andata sposa al re della Tessaglia, gli uccide e gli serve a tavola il loro unico figlio, dopo aver scoperto che quello gli aveva violentato la sorella. Medea immola i due figlioletti avuti da Teseo quando viene a sapere che quello intende risposarsi. Nell’Iliade si piange ad ogni passo sulla sorte delle donne e degli infanti nelle città assediate e catturate. La tragedia greca è tutta figli che ammazzano i genitori (Oreste, Elettra, Edipo).
Nell’antica Cina, la vendetta imperiale si estende da millenni allo sterminio dell’intera famiglia, sino al nono grado di parentela: genitori e nonni, figli, nipoti, zii, cugini, mogli e concubine. Ma Confucio era contrario all’uccisione dei bambini. Tutta la letteratura classica occidentale, dai dei cicli sulla caduta di Troia, ai grandi drammaturghi greci, a Virgilio e a Seneca, è ossessionata e commossa dalla sorte del piccolo Astianatte, il figlio dell’eroe Ettore strappato dalle braccia di Andromaca e scaraventato giù dalle mura di Troia. Pare su consiglio di Ulisse, per evitare che i troiani abbiano qualcuno che crescendo li vendichi. Nell’Odissea, questa cosa Ulisse si guarda bene dal raccontarla. Non è uno facile agli scrupoli. Ma forse persino lui se ne vergogna. O semplicemente gli conviene soprassedere. Eroe dai mille sotterfugi, è capace di rigirare la narrazione in tutte le maniere che più gli convengono al momento. Sarebbe toccato ad Euripide, molto più tardi, far piangere gli ateniesi sull’uccisione del figlio di Ettore, e sui propri recenti crimini di guerra, nella tragedia Le Troiane, andata in scena alle dionisiache del 415 A.C. Si era in piena guerra del Peloponneso. Agli spettatori non poteva sfuggire l’antifona.
La Bibbia non è seconda a nessuno in termini di crudeltà in guerra verso vecchi, donne, bambini (e anche bestiame e piante da frutto). La cosa più agghiacciante è però un’altra: che quelle antichissime prescrizioni di genocidio, introdotte da chissà quale mano in chissà quale epoca, oggi vengano spacciate dalle estreme destre israeliane come prescrizioni divine da attuare. La Haggadah, la “tradizione” di Pesach, che ogni anno gli ebrei leggono ad una cena in famiglia per ricordare, specie ai bambini, la liberazione dall’Egitto, insegna che lo sterminio degli ebrei, ordito secolo dopo secolo, non ha mai funzionato. Perché mai dovrebbe funzionare contro i palestinesi?
E’ molto discussa la storicità della strage degli innocenti, raccontata nel Vangelo di Matteo. Ha affinità con altri assai più antichi miti mediorientali (dove mai la potevano inventare, se non in Medio oriente?). Poche altre storie hanno tanto colpito l’immaginazione di pittori e artisti. Culle insanguinate, bimbi strappati alle madri, infilzati e mutilati… Colpisce evidentemente un nervo scoperto della nostra cosiddetta “civiltà occidentale”. Ivan Karamazov, citando notizie sui giornali per cui i turchi infilzavano infanti bulgari sulle baionette, si chiede perché Dio permette che si faccia del male ai bambini. Dostoevskij non ha risposte. Non sono incubi remoti. Si sono avverati nelle stragi e nei pogrom di ogni tipo e confessione, secolo dopo secolo. Fino ad Auschwitz, Srebrenica e Gaza.
Uno degli episodi più curiosi di bambini travolti dalla guerra, anzi in cerca di guerra, fu la cosiddetta Crociata dei fanciulli, nel 1212. E’ avvolta nella nebbia delle leggende, della “mitostoria”. Per ragioni che restano misteriose, migliaia di ragazzini e ragazzine, pueri e puellae, risposero dal Nord Europa all’appello di una ragazzino di dieci anni, tale Nicola da Colonia, che diceva di aver visto, tra Pasqua e Pentecoste, nel cielo della sua città, una gran croce fiammeggiante, che gli ordinava di partire alla volta della Terrasanta per convertire i Saraceni. Lo seguirono, dice l’unica fonte primaria, la Chronica Regiae Coloniensis, molte migliaia di “ragazzini (pueri) di età tra i 6 anni e la maturità” (a quell’epoca i 13 anni). “Abbandonarono in massa quello che stavano facendo, i carretti che guidavano, i greggi che pascolavano”. “Lo fecero contro la volontà dei genitori, dei parenti, degli amici che tentavano di farli tornare indietro”. Rivolta generazionale? Un ‘68 medievale? Gioventù annoiata e bruciata? Fanatici? “Teneri d’età come erano, non avevano la forza, non erano in grado di combinare nulla”, ci fa sapere il cronista. Non è chiaro se si cibassero di carità o di ruberie. Notevole però che non risulta abbiamo massacrato ebrei laddove passavano, come invece fecero tutti gli altri crociati. Si divisero in due gruppi principali. L’uno si diresse a quanto pare verso Marsiglia, dove si imbarcarono su velieri mercantili. Quelli li portarono in Egitto anziché in Terrasanta, e li vendettero come schiavi. L’altro gruppo riuscì a traversare le Alpi, arrivò a Piacenza, poi a Roma, dove incontrò il Papa.
Il Papa, che non aveva mai né indetto né benedetto quella crociata, gli disse di lasciar perdere, di tornarsene a casa. “L’unica cosa sicura – conclude il cronista – è che delle molte migliaia che erano partiti, ritornarono in pochissimi”. Succedeva 8 anni dopo la Quarta crociata, quella in cui latini, catalani e veneziani, anziché andare in Terrasanta, si erano fermati a saccheggiare Costantinopoli cristiana. A Innocenzo III interessava un’altra crociata, non contro i musulmani che occupavano Gerusalemme, ma quella contro dei cristiani disobbedienti, eretici, gli Albigesi, detti anche Catari, i “puri”, in Provenza e Linguadoca. Erano un’intera civiltà. Furono distrutti e sterminati. La priorità, da che mondo è mondo, va sempre ai nemici di casa propria, se non del proprio partito, prima che a quelli esterni.
Tutto quello che vi andasse di sapere lo trovate in "The Children’s Crusade: Medieval History, Modern Mythistory" di Gary Dickson (Palgrave MacMillan, 2008). Non si contano gli autori affascinati dall’argomento. Dal simbolista francese di fine Ottocento Marcel Schwob, autore di una deliziosa Croisade des Enfants, all’americano Kurt Vonnegut, il cui Mattatoio n. 5, ha un doppio sottotitolo: Ovvero la crociata dei bambini. Una danza obbligata con la morte. Fu pubblicato nel 1969. Il protagonista è un soldato americano, un tale Billy Pilgrim (nomen omen, “pellegrino”), ricoverato per Stress Post Traumatico. E’ convinto di rivivere continuamente il bombardamento alleato che aveva bruciato Dresda e i suoi abitanti nel 1945. Dresda era 24 anni prima. Il presente di Vonnegut è il napalm sul Vietnam.
Gabriele D’Annunzio aveva cercato di convincere Puccini a trarre un’opera da un suo bolso trattamento teatrale della Crociata dei fanciulli. Bertolt Brecht nel 1939 scrisse Kinderkreuzzug, un poemetto di appena 35 quartine, del 193. Musicato da Benjamin Britten, a Andò in scena a New York nel 1943. La vicenda si svolge nella Polonia, invasa dai tedeschi dove bande di bambini polacchi, ebrei, cattolici, protestanti, spagnoli, francesi, nazisti, comunisti, e anche “dalla faccia gialla”, cinesi o forse addirittura giapponesi, in fuga dalla guerra, cercano pace. Non ebbe successo, c’era prima da finire la guerra.
Di bambini in cerca disperata di futuro, bambini illusi, bambini mal consigliati e traditi da tutti, parla il caso Ceuta. Migliaia di giovanissimi una domenica di fine agosto, quando l’Europa faceva vacanza in spiaggia, invasero via mare l’enclave spagnola di Ceuta in Marocco. L’invasione di minori non accompagnati fu dipinta come invasione dei barbari. Quelli che non sono annegati sono un fastidio, da cui l’Europa non sa come uscire. Ci hanno guastato le ferie.