Cultura
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Max, Mischa e l’offensiva dei libri belli di cui si parla tantissimo in giro
L'ultimo romanzo di Johan Harstad, molto letto e altrettanto amato, merita davvero il suo successo. Cosa ci insegna un caso letterario di cui c'è solo che da essere felici
5 SET 26

Foto ANSA
Più insopportabili di coloro che non leggono un libro perché “ne stanno parlando tutti”, quelli che dicono: “Ma nooo, piuttosto, leggiti quest’altro”. Insopportabili i lettori (veri? finti?) di libri che nessuno legge soprattutto quando si dichiarano, parlando di quelli che stanno leggendo tutti, “infastiditi dal marketing e dal tanto parlare che se ne fa” accento sulla a, come in una filastrocca. Sarebbe bello curiosare nei cassetti, nelle credenze e negli armadi di queste buffe sentinelle in piedi a cui il marketing non la fa, e vedere di cosa si cibano, come si vestono, com’è arredata la loro casa.
Una notizia: non si è mai sentito, nella storia dell’umanità, nemmeno uno scrittore (di sinistra, di sinistra solo sui social, di sinistra ovunque, o sentinella in piedi a comando di Landini) lamentarsi perché il proprio romanzo è stato troppo promosso. Non si ha notizia di uno scrittore che abbia rampognato un ufficio stampa tuonando al telefono: “Lo state vendendo a tutti! State esagerando! Tra campagne stampa e passaparola sui social siamo a 500 mila copie in una settimana, venti edizioni bruciate in un lampo. Sono enormemente urtato!” Si registrano invece innumerevoli episodi, tra cene, ritrovi mantovani, merende al Salone del Libro, in cui decine, ma cosa dico decine, centinaia di scrittori, peste-e-corneggiano degli editori perché non fanno abbastanza per i loro libri. Il che, comunque, è sempre vero.
L’occasione per questi pensieri è nata dal recente successo di vendite e di parola di un meritevole laterizio intitolato "Max, Mischa e l’Offensiva del Tet" di Johan Harstad, già autore di Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? Durante l’estate, la pubblicazione di queste 1.242 pagine targate Sellerio – il romanzo è uscito a fine luglio – ha mosso un poco i torpidi fondali e in moltissimi si sono ritrovati a parlarne. Non sempre con cognizione di causa, come quando, per esempio, qualcuno parla di opera-mondo, cosa che non è (ricordiamolo, i bookstagrammer, salvo rarissime eccezioni, sono tizi cui gli editori mandano romanzi gratis e loro in cambio ne parlano bene avendone letto l’aletta), ma è indubbio che il romanzo di Harstad sia molto letto e altrettanto amato. Poco male? No, tutto bene: nel mese di agosto è stato al centro di un caso un romanzo che merita davvero. Tutto bene perché è un romanzo solidamente antilirico, seppur incentrato sulla perdita costante che è la vita. Tutto bene perché è davvero ben strutturato nel suo sovrabbondare, qua e là anche noioso, ma noioso il giusto, e capace di ridare al romanzo un senso preciso, che è quello di ricostruire la vita. E lo fa snobbando quasi tutti gli stilemi in voga. Un romanzo in cui accade molto, ma nonostante questo riporta al centro non tanto il cosa, ma il caro vecchio come. Un romanzo come un gioco di specchi, che non parte da una grande idea raccontabile in dieci secondi (soglia limite dell’attenzione di uno ancora molto attento) ma che ha la sua forza nel passo lungo e in una misura che non smania per conquistare chi legge – per di più, tra le infinite pieghe delle vite in cui ci accompagna, è impossibile non ritrovare la propria. Cosa chiedere di più alla letteratura?
Ne stanno parlando tutti, è vero. Eppure nutritissimo è l’esercito di quelli che non lo leggeranno “perché no, se ne parla troppo, si vede ovunque, non mi lascerò travolgere”, e via querulando. Il problema non è sentirsi vacche da marketing – lo siamo ben più spietatamente in molti ambiti che nulla hanno a che fare con l’editoria – ma che, inguaribilmente, i libri vengano considerati come certificazioni morali di chi li legge, presupposto da cui discende la pretesa equilatera che vengano proposti secondo ideali astratti di purezza assoluta, assolutamente ridicola. I libri si devono vendere. E’ la cattiva letteratura che non ha bisogno del marketing, quella buona sì. E spesso si è parlato (tanto) di romanzi che valevano – in questi ultimi anni ne sono usciti molti, da Il giorno dell’ape a In tutto c’è stata bellezza, da A proposito di niente a 4321, da Le schegge a Il passeggero. Quindi viva Max, Mischa e l’offensiva dei libri belli di cui si parla moltissimo in giro. Esserne felici è il minimo.