Cultura
il commento •
L'Italia della cultura che brilla in Germania. La lettera dell'ambasciatore
Non solo investimenti e infrastrutture, ma una capacità da entrambe le parti di mettere in circolo persone, conoscenze e immaginazione. Così i due paesi lavorano insieme per l'"unità culturale" europea
31 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 08:35

Foto ANSA
Al direttore - Gentile direttore, la sua analisi coglie con precisione un fenomeno che meritava di essere raccontato. Banche, televisioni, porti, treni: i quattro fronti che lei individua restituiscono bene l’immagine di un’Italia che in Germania investe, compete e si fa spazio. Mi permetta di aggiungerne un quinto, meno facile da misurare in quote di mercato ma non meno significativo: la cultura, intesa nel senso più ampio, dalla creatività alla ricerca.
Umberto Eco amava ricordare che l’Europa si fonda, prima ancora che su ragioni politiche ed economiche, su una profonda unità culturale. Per secoli studiosi, artisti e musicisti hanno attraversato il continente, insegnato, studiato, suonato e creato al di là delle frontiere: basti pensare a Mozart e Vivaldi, che ascoltiamo senza chiederci ogni volta a quale nazione appartengano. E’ una buona chiave anche per leggere ciò che sta accadendo oggi tra Italia e Germania. E, in fondo, è difficile immaginare un confine più europeo di quello che separa due Paesi che da secoli si cercano, si influenzano e si contaminano a vicenda.
Claudio Magris ha scritto pagine memorabili proprio sul significato dei confini, mostrando come possano essere non soltanto linee che separano, ma anche luoghi in cui le identità si incontrano e si trasformano. E’ forse questa la cifra più interessante della presenza italiana in Germania: non una cultura che arriva semplicemente dall’esterno, ma una cultura che, nel momento in cui attraversa il confine, si mescola, si reinventa e diventa parte del paesaggio culturale tedesco.
Anche qui in Germania, negli ultimi anni, la presenza italiana è diventata più fitta, visibile e contemporanea. Nel 2024 l’Italia è stata Paese ospite d’onore alla Buchmesse di Francoforte e, nello stesso anno, protagonista del focus dell’European Film Market della Berlinale: due delle vetrine culturali più importanti d’Europa. Ma il fenomeno va ben oltre i grandi appuntamenti dedicati a editoria e cinema. Basta guardare alle istituzioni: oggi professionisti italiani sono alla guida di importanti realtà culturali e musicali tedesche. Daniele Gatti è, dalla stagione 2024/25, direttore principale della Sächsische Staatskapelle Dresden, una delle orchestre più antiche e prestigiose al mondo; Andrea Lissoni dirige la Haus der Kunst di Monaco; Daniele Maruca la Feuerle Collection di Berlino; Emanuele Marconi il Musikinstrumenten-Museum di Berlino; e dalla prossima stagione Francesco Angelico sarà Generalmusikdirektor della Staatsoper di Hannover. E sono solo alcuni esempi. Ne potrei fare tanti altri.
E’ un movimento che ha radici profonde. Goethe, nel suo Viaggio in Italia, raccontava l’arrivo a Roma come l’ingresso in una realtà capace di trasformare il suo sguardo sul mondo: “un nuovo vivere comincia”, scriveva. Due secoli e mezzo dopo, il viaggio continua in entrambe le direzioni: non più soltanto tedeschi che vengono in Italia alla ricerca di arte e bellezza, ma italiani che scelgono la Germania come luogo in cui studiare, fare ricerca, dirigere istituzioni, creare e costruire nuove idee.
Sul fronte della ricerca, i numeri sono forse ancora più eloquenti: sono circa 5.000 i ricercatori e scienziati italiani attivi in Germania. Rappresentano la terza comunità internazionale, dopo indiani e cinesi. Tra i professori universitari di ruolo, l’Italia è seconda soltanto all’Austria. A questa presenza si aggiunge quella, altrettanto significativa, nei grandi enti di ricerca tedeschi: dalla Max Planck alla Helmholtz, dalla Fraunhofer alla Leibniz.
Qui il confine tra cultura e competenza scientifica diventa particolarmente sottile. La ricerca, come l’arte, vive di mobilità, contaminazione e scambio: di persone che attraversano una frontiera e portano con sé metodi, conoscenze, curiosità, reti di relazioni. E’ forse questo il senso più concreto di quella “unità culturale” europea di cui parlava Eco: non l’idea di cancellare le differenze, ma quella di farle lavorare insieme.
Di questa vitalità culturale italiana Berlino offre proprio in queste settimane una fotografia particolarmente nitida. Il 9 settembre apre alla Neue Nationalgalerie NIGHT, la prima grande personale in Germania di Maurizio Cattelan. E in occasione della Berlin Art Week (9-13 settembre), anche l’Ambasciata ha costruito un programma che mette in dialogo patrimonio italiano, arte contemporanea e grandi istituzioni tedesche: dalla Maddalena in estasi di Caravaggio, accostata a un lavoro site-specific concepito dalla fiamminga Berlinde De Bruyckere per i nostri spazi, a un appuntamento con lo stesso Cattelan, fino alla collaborazione con la Hamburger Bahnhof per il finissage della mostra Sabotage di Giulia Andreani.
E’ lo stesso spirito che ci ha guidato tra fine maggio e inizio giugno, quando abbiamo lanciato la prima Italian Week: oltre cento iniziative in tutta la Germania dedicate alla creatività italiana contemporanea, messe in rete per raccontare un’Italia capace non solo di conservare il proprio patrimonio, ma anche di produrre idee, linguaggi e visioni nuove. Il riscontro è stato tale da incoraggiarci a trasformare l’iniziativa in un appuntamento fisso, sempre più ampio.
C’è dunque anche un’Italia che, oltre a investire e competere, sta conquistando la Germania con le sue idee. Un capitale culturale e scientifico che accompagna – e in parte aiuta a spiegare – quei successi imprenditoriali di cui lei così opportunamente scrive.
Forse è proprio qui che si trova una delle chiavi del rapporto tra i nostri due Paesi: non nella semplice esportazione di prodotti, ma nella capacità di mettere in circolo persone, conoscenze e immaginazione. L’Italia porta in Germania imprese e investimenti, certo, ma anche musicisti, ricercatori, artisti, curatori, scrittori. E la Germania, a sua volta, offre a queste energie un terreno fertile. Più che una conquista, è uno scambio: ed è probabilmente questo il modo più europeo di conquistarsi un futuro.
Con i miei migliori saluti e auguri di buon lavoro.
Fabrizio Bucci, ambasciatore d’Italia in Germania