Vite riuscite ma mai sensate. “Le perfezioni” è il ritratto di una generazione inquieta

Dialogo sul romanzo di Vincenzo Latronico, un caso editoriale più all'estero che in Italia. Un libro permeato dal tema dello sradicamento, che però non diventa mai rassegnazione

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Foto ANSA

"Le perfezioni" di Vincenzo Latronico è uno dei romanzi che meglio intercettano le contraddizioni del presente. Poco noto in Italia, è diventato invece un caso editoriale all’estero: entrate in una qualsiasi libreria a Londra o New York e lo troverete esposto in prima fila tra i bestseller e sugli scaffali dei libri consigliati. Proprio da “Le perfezioni” inizia questo dialogo tra due bibliofili che nella vita si occupano d’altro, ma che ritengono che leggere sia l’unica vera medicina per tanti malanni dell’oggi.
Federico Freni: “Le perfezioni” racconta il disagio di una generazione, la nostra, di noi quarantenni di oggi, che fatica a trovare il suo posto nel mondo. Un disagio che va molto oltre il posto fisico di ciascuno di noi; un disagio che ci parla della “collocazione” di una generazione nel flusso del tempo. Leggendolo sembra che vengano meno tante certezze che avevano fondato gli anni Novanta e i primi anni Duemila.
Moreno Trisotto: Il sentimento centrale del libro, per me, è lo sradicamento. Non solo geografico, di chi lascia tutto per vivere altrove, ma qualcosa di più profondo: linguistico, affettivo, anche temporale. Anna e Tom – i protagonisti del romanzo – non sembrano mai totalmente presenti nel qui e ora, nel luogo e nel momento in cui si trovano. Vivono costantemente proiettati verso una versione più compiuta della loro vita, che tuttavia continua a cambiare e a spostarsi sempre un po’ più in là.
FF: Una sorta di deserto dei tartari: le giornate si riempiono di palliativi, una mise en plàce costante per una cena che non arriva mai. Qualcosa che, come dicevamo, va oltre le individualità e tracima in una valutazione generazionale.
MT: Piuttosto un affresco collettivo generazionale: una vita formalmente riuscita, dove però ogni esperienza diventa quasi un esercizio di stile. Non è forse il ritratto di quello che raccontiamo oggi attraverso il filtro dei social? La posa giusta, lo scatto perfetto, alla costante ricerca di un’autenticità artificiale.
FF: questo messaggio però sottende una rassegnazione in cui non possiamo e non dobbiamo ritrovarci. Significherebbe abdicare al futuro. Vedo anche io, certo, uno straniamento che, in molti, vira verso la rassegnazione. Lo vedo anche, nel mio piccolo, nella indifferibile urgenza di semplificare ad ogni costo tutto ciò che si presenta anche solo minimamente complesso. Però la percezione di tutto ciò, non può e non deve tradursi in accettazione o, peggio, in rassegnazione.
MT: Mettere a fuoco lo sradicamento significa già cominciare a sottrarsi alla sua presa: non si tratta di recuperare certezze che non esistono più, quanto di accettare l’imperfezione come spazio di scelta e, forse, persino di libertà. La letteratura serve anche a questo: a dare un nome al malessere, prima che finisca per apparirci come un destino inevitabile.
FF: La sensazione che mi resta, però, è che l’imperfezione non sia una scelta, quanto una dolorosa, inconsapevole, necessità. Talvolta un destino, nella più ampia definizione classica di anankè. Ed è a questo che non posso e non voglio rassegnarmi. Possiamo dare un nome al malessere e riconoscerlo con l’intervento maieutico della letteratura, ma sino a quando non troveremo le energie e la volontà di mettere mano alle fondamenta di questo malessere e di risolverlo resteremo spettatori di un destino e non artefici di esso.
MT: Ma la letteratura serve a questo: descrive con precisione un malessere, lasciando aperto il passaggio dalla consapevolezza all’azione. La letteratura non ci salva, ma rende visibili le crepe. Intervenire su quelle cause spetta alla politica; a noi lettori spetta trasformare il disagio in una domanda collettiva abbastanza forte da entrare nello spazio pubblico e produrre scelte concrete.
FF: Già, la politica. Mi sento chiamato in causa. Ma cosa deve fare la politica secondo te? Perché la politica, è vero, raccoglie istanze e messaggi e li traduce in scelte concrete. Ma il disagio è un messaggio ormai troppo diffuso e terribilmente eterogeneo per essere raccolto in termini così esatti. Il rischio è che difronte al disagio si guardi più alla contingenza del problema più che alla struttura. Insomma tradurre il disagio in risposta di struttura è meno facile di come sembra.
MT: Il compito della politica non è cogliere ogni sfumatura del disagio: è riconoscere le condizioni concrete che lo rendono così diffuso. Salari fermi, lavoro precario, una casa sempre più difficile da permettersi senza l’aiuto della famiglia, servizi che non bastano a garantire una vera indipendenza. La nostra generazione non è solo più inquieta: in Italia, alla stessa età, ha accumulato meno ricchezza rispetto alla generazione dei nostri genitori. Partire da qui significa indicare una direzione. Altrimenti continueremo a chiamare “scelta” ciò che spesso è necessità, compreso andarsene per costruirsi altrove una vita autonoma, spesso migliore.
FF: Ma è la politica che deve dare queste risposte? Siamo certi di non essere prigionieri di un’idea di stato ormai desueta? Perché, chiariamolo, i salari non li fa lo stato, li fa il mercato; il lavoro è precario, perché - come ovunque nel mondo - formule e modalità contrattuali si sono evolute (in meglio o in peggio) verso una fluidità prima sconosciuta. Nessuno di noi ha l’aspettativa di andare in pensione nello stesso posto in cui è stato assunto come primo impiego: il mercato è naturalmente fluido. La ricchezza è concentrata, ma la concentrazione è un fenomeno strutturale figlio del nuovo mercantilismo: e non è neppure un fenomeno nuovo, è in crescita stabile dagli anni '80 del secolo scorso. Assistiamo, in ogni settore ad una progressiva liquefazione del concetto di proprietà: dallo sharing di auto, alle locazioni operative di pc e telefoni, sino a nuove forme di gestione immobiliare. Insomma, non vorrei che la politica fosse lo schermo dietro il quale tutti noi nascondiamo le nostre difficoltà di adattamento a tempi che cambiano. Perché oggi più che mai vince (e sopravvive) chi cavalca il cambiamento, non chi si ferma a guardare indietro.
M: È vero, ma il mercato non è una legge di natura: vive dentro regole e istituzioni. Lo stesso vale per la proprietà: lo sharing e il noleggio sono scelte intelligenti, ma potrebbero anche nascere da una mancanza concreta di liquidità. Non compro perché non desidero possedere, oppure perché non posso più permettermelo? A volte ho l’impressione che quelle che presentiamo come nuove libertà siano, almeno in parte, risposte creative a un limite strutturale.
F: Il dibattito intorno al mercato come luogo artificiale risale ormai a qualche anno fa. E a costo di apparire il liberista che non sono ti dico che ogni tentativo di imbrigliare il mercato o di votarlo a esigenze terze è perdente in partenza. Dovremmo, peraltro, imbarcarci in un lungo discorso su cosa sia il mercato…. E mi sembra troppo…
M: Però converrai che viviamo sempre più concentrati in città grandi, siamo sempre più mobili, circondati da persone con cui condividiamo spazi e servizi, ma sempre meno una storia e un’idea di futuro. Quando il legame tra individuo e comunità si indebolisce, diventa più difficile riconoscerci parte di qualcosa. Lo straniamento deriva anche da questo: dal non sentirci più parte di un tutto.
F: Perché forse, come diceva Chabod, pur essendo Stato non abbiamo ancora metabolizzato un’idea compiuta di Nazione.
M: Bella, ma non risolve il problema.
F: Per risolvere il problema, dovremmo smetterla di pensare sia necessario fare di più. Forse dovremmo solo fare diversamente.
M: Si, ma in che modo?
F: Pensa (in questi giorni lo stanno facendo un po tutti) a Ulisse: vedere una possibilità dove tutti per nove anni hanno visto solo mura inespugnabili. La politica, oggi, deve fornire gli strumenti, non (solo) un premasticato di soluzioni possibili. Perché è fisiologico alzare muri a difesa di quella che abbiamo metabolizzato come la nostra identità profonda, ma davvero non credo che possiamo permetterci nove anni di attesa sotto queste mura. Serve, insomma (per riprendere la traduzione di Citati del primo verso dell’Odissea), una mente colorata. Ecco il nostro compito, secondo me, oggi: contribuire a formare menti colorate.
M: Esatto: la lettura educa anche all’immaginazione. Anche perchè, come direbbe Calvino, dobbiamo “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”