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Tragedia in un interno. Riscoprire Glenway Wescott
Uno scrittore dall’impetuosa vitalità: settant’anni insieme allo stesso compagno, il ménage à trois, l’enorme successo e la notorietà, oggi dissolta. Il grande scrittore e il suo capolavoro, “Appartamento ad Atene”
29 AGO 26

Glenway Wescott (1901-1987), a sinistra, con il suo compagno della vita, Monroe Wheeler, nel 1982 (foto di Nancy R. Schiff/Getty Images)
The relevant queer. Il queer di riferimento. Viene raccontato in questo modo, oggi, Glenway Wescott. Primo di sei fratelli, nacque al debutto del secolo nella ridente Kewaskum, tra rigogliose foreste e fragranti allevamenti di maiali, in una famiglia che avrebbe voluto farne un pastore di anime. Ma un grande scrittore conosce sempre l’unica verità che gli è utile: niente si butta, tutto si ricicla. E infatti l’oppressione del Midwest sarà protagonista di Goodbye, Wisconsin, raccolta di racconti che Wescott darà alle stampe nel 1928, quando avrà ormai da anni abbandonato il sogno che aveva da ragazzino, di fare il musicista, per dedicarsi a quella che definirà la sua “strana e sporadica ma costante carriera letteraria”.
Dopo la Prima guerra mondiale Wescott visse tra il Sussex, la Germania, la Francia e il New Jersey. Nel periodo parigino si legò alla comunità di americani residenti in Europa e fu tanto mal tollerato da Ernest Hemingway, al punto che – sussurrano i maligni, e chi siamo noi per dubitarne? – l’autore di Festa mobile lo usò a modello del personaggio di Robert Prentiss nel romanzo Il sole sorgerà ancora, esclusivamente per dirne: “Nel conoscerlo, ho pensato che avrei vomitato”. Diabolicamente trafitto anche da Gertrud Stein nella sua Autobiografia di Alice Toklass – “Wescott ha sciroppo, ma non si versa” – venne invece molto amato da Susan Sontag, che definì Il falco pellegrino, cioè il secondo romanzo di Glenway Wescott, come uno dei tesori della letteratura americana del XX secolo. Ma il suo più lodato fu il primo, Le nonne, che nel 1927 gli fece ottenere anche il premio Harper. Morto cinquant’anni fa in Illinois nella pochissimo “relevant” Rosemont, Glenway Wescott fu uno scrittore di enorme successo e grandissima notorietà, oggi dissolta. E autore di un vero grande capolavoro, baciato all’epoca da un cospicuo successo di vendite, come Appartamento ad Atene, romanzo dopo il quale non pubblicò più nulla, preferendo diventare un curatore d’arte e un critico influente – sua, l’edizione americana delle Short novels of Colette. E anche l’autore di Images of truth, saggio letterario molto apprezzato che lo trasformerà, di fatto, in un uomo da comitati e conferenze, e infine in un animale da consigli di amministrazione e simposi. Aveva forse deciso, Wescott, di seguire il consiglio del suo amatissimo William Somerset Maugham? Lo scrittore inglese non credeva in lui come romanziere ma come saggista e studioso sì, “se si fosse impegnato” – endorsement non proprio effervescente.
Susan Sontag definì “Il falco pellegrino” come uno dei tesori della letteratura americana del XX secolo
Alla sua morte, il New York Times parlava di lui in questi termini: “Il signor Wescott, ex presidente dell’American Academy of Arts and Letters, raggiunse la fama letteraria a soli 26 anni con la pubblicazione del suo secondo libro, Le nonne. Il romanzo, saga di una famiglia di pionieri trasferitasi dallo Stato di New York al Wisconsin nel 1846, vinse l’Harper Prize Novel nel 1927 e divenne un bestseller. ‘Era uno scrittore molto importante, un po’ come E.M. Forster in Inghilterra, in questo Paese’, ha affermato Hugh Ford, professore di Inglese al Trenton State College, che sta scrivendo una biografia di Wescott. ‘Ha scritto solo pochi romanzi, alcuni racconti, saggi e recensioni, ma tutto ciò che ha scritto era di uno stile alla Flaubert, per certi versi. Fu uno dei migliori stilisti di quegli anni. La sua narrativa tacque dopo il romanzo Appartamento ad Atene, pubblicato nel lontano 1945’”.
Dunque, oltre a essere l’uomo che prese sul serio il saggio intendimento secondo cui ci si deve ritirare proprio quando si è all’apice – capire quando è il momento di abbandonare la festa non è da tutti – Glenway Wescott si trasformò anche un simbolo: diventò famoso per l’unione più lunga della storia delle unioni famose. Passò settant’anni insieme a Monroe Weehler, adone dell’Illinois dalle ganasce pronunciate e perfette, radioso e davvero bellissimo, ventenne fondatore della rivista Poetry e conosciuto a Chicago, durante una riunione dell’omonimo club, da subito grande incoraggiatore del talento di Wescott. Che se innamorò ma lo abbandonò immediatamente – ragioni di salute lo portarono fino a Santa Fè, in New Mexico, dove scrisse le poesie che avrebbero costituito la sua prova d’esordio, The bitterns. Dal 1920 al 1945, nella vita di Wescott sfavillarono venticinque anni di amore profondo, assoluta libertà e grande letteratura. E gloriosi riferimenti: Ford Madox Ford, Isadora Duncan e Jean Cocteau furono le sue stelle polari. Cocteau diventerà anche intimo amico della coppia, quando Wescott e Wheeler si trasferiranno – anno di grazia 1925 – nel sud della Francia, a Villefranche-sur-Mer.
Dal 1920 al 1945, nella sua vita sfavillarono 25 anni di amore profondo, assoluta libertà e grande letteratura
Ma è l’anno successivo che sarà fondamentale per la vicenda umana e mondana dello scrittore. Perché mentre Wheeler, nel frattempo diventato direttore delle mostre e delle pubblicazioni al Museum of Modern Art, renderà pubblico il legame con Wescott, entrambi intraprenderanno una relazione, apertamente dichiarata e gravemente scandalosa per tutto l’ambiente letterario e culturale dell’epoca, con George Platt Lynes, figlio di un pastore del New Jersey, esteta di professione e futuro fotografo di copertina per Harper’s, Bazaar e Vogue, personaggio chiave nella storia della ritrattistica dei nudi maschili – il suo lavoro influenzerà niente meno che Robert Mapplethorpe. Così, quello che verrà spesso definito, con malizia, ménage à trois, diventerà un rapporto profondissimo e dai tratti perfino strazianti – “non c’è nessuno e non c’è niente che possano prendere il tuo posto per me,” scriverà Wescott a Lynes in una lettera dei primi anni Trenta. Nel 1934, convinto ormai che l’Europa fosse “una trappola per topi”, Wescott prenderà la decisione di tornare negli Stati Uniti, e così si stabiliranno tutti e tre nell’appartamento di Manhattan di Lynes. Ma nel 1943 la relazione si scioglierà perché il fotografo si innamorerà dell’assistente George Tichenor. Dodici anni dopo, George P. Lynes si troverà in piena rovina finanziaria e morirà di cancro ai polmoni, e sarà Glenway Wescott ad assisterlo fino alla fine. “La vita continua, e continua anche dopo che la fortuna è finita”.
Gli anni della fortuna sono immortalati in alcune fotografie – molte le si può rintracciare in rete – che raccontano Wescott e Wheeler come una coppia pionieristica dal punto di vista dell’autolegittimazione sentimentale e sessuale, molto divertita e libera, adamiticamente immersa in un paradiso di mari, sabbie e bellezze naturali, audace nell’affermazione della propria impetuosa vitalità.
Gli anni della fortuna sono gli anni in cui Wescott scriverà e pubblicherà e attirerà attenzioni su di sé al punto che il silenzio che seguirà l’ultimo romanzo – al momento della sua pubblicazione lo scrittore aveva solo quarantaquattro anni – darà adito a congetture, domande, dubbi: cos’era successo a Glenway Wescott?
In anni recenti, ne ha scritto anche Michael Cunningham. A proposito della reticenza wescottiana, sul sito web Open letter monthly si trovano queste sue parole: “Ci sono poche informazioni sul perché Wescott abbia smesso di scrivere narrativa, anche se tendo a credere che gli scrittori che smettono con la scrittura lo facciano per ragioni misteriose quanto quelle che li hanno spinti a tentarla”.
Nei suoi Diari, Wescott confesserà: “Vivo i romanzi anziché scriverli”. E se questo è solo un indizio e nessuno può essere impiccato a una frase, probabilmente è la certificazione, se non di una vena esaurita, di un vitalismo che aveva esaurito le sue possibilità di sublimarsi attraverso l’invenzione.
Appartamento ad Atene, tra tutti i suoi libri, oltre a essere quello che ha chiuso la porta, è probabilmente quello che è invecchiato meglio. In Italia l’ha pubblicato Adelphi e racconta la tremendissima storia degli Helianos, coppia borghese di mezza età un tempo agiata che, nel 1942, durante l’occupazione nazista del paese, è costretta a ospitare il capitano tedesco Kalter, uomo “dalla spaventevole tempra”, che requisisce il loro appartamento e vi si installa. Gli Helianos hanno un figlio di dodici anni, Alex, “un esserino tremulo e rachitico”, futuro buono a nulla, che Kalter rimprovera e umilia spesso, torcendogli il braccio ossuto davanti agli impotenti genitori. E poi Leda, la secondogenita, una bambina di dieci anni lenta e molle che la signora Helianos immaginava erede della sua bellezza fisica, ma mai delusione fu più cocente: Leda era ottusa, brutta, assurdamente innamorata di Kalter. E altrettanto assurdamente ricambiata. L’ingresso di Kalter nella loro casa non lascerà intatte le loro vite, assillate dal compiacere, loro malgrado, le volontà del dio orrorifico cui non possono sottrarsi. “Le loro esperienze immediate erano tutte un incubo”, scrive Wescott tratteggiando con maestria questo interno familiare sempre più inquietante, mentre gli Helianos pensano con risentimento agli amici che nel 1941 erano riusciti a fuggire in Inghilterra o in America. La loro vita è un inferno: si riducono a dormire in una branda in cucina, a licenziare la donna di servizio perché secondo Kalter puzza, a scendere in cortile per i bisogni corporali giacché il bagno è a uso esclusivo del tedesco. Vivono con gli occhi bassi, annuendo, soddisfacendo, accomodando, al cospetto di quel sorriso nazista “più di denti che di labbra”. Hanno paura di far rumore, di dire le parole sbagliate, di non portare a tavola, nonostante le note restrizioni economiche, pietanze adeguate. Il signor Helianos ha paura fisica di Kalter e la signora Helianos piagnucola, si lamenta, rende tutto più difficile. “Erano come una coppia di cavalli da tiro,” scrive Wescott, “sfiancati dallo stesso giogo.” E intanto imparano a comunicare soprattutto con lo sguardo “come si fa in manicomio e in prigione”.
Vivono con gli occhi bassi, annuendo, accomodando, al cospetto di quel sorriso nazista “più di denti che di labbra”
A un certo punto si rendono conto che, se avessero avuto la fortuna di vedere la fine di quell’incubo, forse non ne avrebbero parlato granché: il loro vissuto sarebbe stato troppo al di sotto di ciò che gli altri avrebbero definito come coraggio. Del resto, però, se la loro vita non fosse stata travolta dalla paura, “non si sarebbero resi conto della profondità del loro legame”. Un legame basato su una meschinità condivisa. Qualche anno prima i due avevano perso Kimon, il primo figlio, il migliore, quello sul quale entrambi avevano riversato le più ardenti aspettative, e adesso, mentre ad Atene non c’è più da mangiare e i medicanti arrancano per le strade, gli Helianos non possono sottrarsi alla costante radiografia della propria nullità: Appartamento ad Atene è infatti la storia di come, su due esseri umani terrorizzati, incomba il mostro di un nazista ma anche il mostro della verità. Interno di famiglia con figli tapini e adulti abietti. Senza il coraggio di confessarselo, da borghesi ormai in disgrazia, gli Helianos capiscono di ammirare Kalter, uomo metodico e razionale, temibile e a suo modo bello, interprete di un potere così grandiosamente tragico da arrivare a invidiarlo, a fantasticarci su, con una punta di vanità. Arriveranno perfino ad ammettere che nessuno dei due ha mai provato amore per i figli. “Si erano sforzati e non ci erano riusciti”, scrive Wescott, lapidario. “Quei loro corpicini bislacchi, quelle piccole menti morbose: che cosa avevano di amabile?”.
E’ la storia di come, su due esseri umani terrorizzati, incomba il mostro di un nazista ma anche il mostro della verità
Quando Kalter annuncia che se ne deve andare in licenza per due settimane, ecco arrivare i quindici giorni più terribili e decisivi: una notte Helianos confessa alla moglie l’insano desiderio di sfidare il capitano al suo ritorno, ma lei lo conosce, sa bene chi ha sdraiato accanto e gli dice che non ne sarebbe mai stato capace. Ma – colpo di scena – quando Kalter tornerà, sarà diverso. Cambiato. E rispettoso, perfino. Li insulterà spesso, ma a causa della loro inaccettabile sottomissione, e intanto loro si dispereranno, chiedendosi il motivo per cui il torturatore non li torturi più. Helianos comincia a spiare Kalter, di notte, mentre dorme, e non sa che, in realtà, in casa si sta preparando la catastrofe: fantasma diabolico, esecutore materiale dell’orrore, Kalter è sempre più pericoloso quanto meno lo sembra. E diventa un mostro di proporzioni davvero spaventose, la cui adesione al nazismo è totale, granitica, senza remissione. L’irredimibilità fatta Kalter: delirio e rovina. “I tedeschi amabili e virtuosi traggono in inganno. Stanno solo mettendo l’esca nella trappola”.
Tragedia in tre atti e un appartamento: il nazismo spiegato da un americano, che firma un dramma agghiacciante e epocale.