Gli alberghi fanno parte del nostro immaginario e la letteratura se n’è approfittata

I personaggi circondati da misteri del Savoy di Roth, il dramma del Majestic di Simenon, gli orrori nascosti dell’Overlook di King. Il rapporto tra i luoghi di ospitalità e i romanzi non passa solo dallo sfarzo, ma sfrutta, più in generale, la forza simbolica di un posto che simula una casa ma di fatto consente solo il transito
22 AGO 26
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Dylan Thomas, Jack Kerouac e Thomas Wolfe erano di casa al Chelsea Hotel di New York (foto Stephen Lovekin/FilmMagic via Getty Images)

"Arrivo all’hotel Savoy alle dieci del mattino, deciso a riposare qualche giorno o una settimana. Ritorno da tre anni di prigionia di guerra, sono vissuto in un campo siberiano e ho vagabondato per villaggi russi e città facendo l’operaio, il giornaliero, la guardia notturna, il portabagagli e l’aiutante di un fornaio. Porto una blusa rossa regalatami non so da chi, calzoni corti ereditati da un camerata caduto e stivali, ancora portabili, che io stesso non ricordo più da dove siano venuti. E’ la prima volta, dopo cinque anni, che mi ritrovo alle porte dell’Europa”. Sono righe memorabili, che danno l’avvio a uno dei romanzi meno conosciuti di Joseph Roth. All’Hotel Savoy, tra corridoi polverosi e stanze in cui si scivola in silenzio, Roth mette in scena un’epoca ormai tramontata e un’umanità varia, composta da reduci di guerra “scarni come dei resuscitati”, ballerine di varietà in attesa di “andare a Parigi”, profughi sbandati, laidi papponi, rivoluzionari ingenui, diseredati senza speranze. L’hotel di cui racconta il romanzo si trova nella città di Lodz, che nel 1919 – anno in cui è ambientato – passa alla Polonia dopo essere appartenuta all’Austria Ungheria. Il romanzo venne pubblicato a puntate sulla Frankfurter Zeitung nel 1924 e racconta di Gabriel Dan, ufficiale austriaco figlio di ebrei russi, che approda, sporco e malnutrito, in questo maestoso e austero albergo di ottocentosessantaquattro stanze per un totale di sette piani, in cui convergono dispersi e fuggiaschi. “Nei corridoi ardevano lampadine rosse; scarpe, stivali, scarpe basse da donna erano davanti alle porte, tutte espressive come volti umani. Ma al settimo piano non c’era nessuna lampadina accesa, dai vetri opachi trapelava solo una debole luce. Attraverso una fessura veniva un raggio giallo e sottile, era la camera 800: là doveva abitare una creatura inquieta”.
E’ una storia di inquietudini, Hotel Savoy. Inquietudini che Roth conosceva molto bene, e del resto basta sfogliare Ombre folli (Adelphi), il suo carteggio con Stefan Zweig, per imbattersi in frasi di questo tenore: “Io sono sempre in giro, non ho un indirizzo fisso”. E leggere le intestazioni di quelle lettere: alberghi, pensioni, locande sempre diverse, a comporre la geografia di un’Europa che stava per prendere fuoco. Leopoli, Varsavia, Marsiglia, Parigi. “Sono già da nove mesi a Berlino”, lamentava in una lettera dell’aprile 1930, “ed è stato il periodo peggiore della mia vita”. Anche Hotel Savoy è la fotografia di un’epoca sofferta, di strazianti apprensioni collettive e private, e quell’albergo – si tratta di un vero e proprio hotelroman – non è solo il palcoscenico della storia ma ne è anche il camerino sgangherato, allo specchio del quale una generazione si guarda in faccia ritrovandosi stanca, sconfitta e senza prospettive. Ogni personaggio del romanzo, salvato e imprigionato dal Savoy, vegeta in attesa di capire. Una Fortezza Bastiani in formato Liberty, mentre si spiano le vite degli altri e non si sa che fare della propria. “Là dentro tutti mi parevano circondati da misteri”, dice, a un certo punto, Dan. All’hotel Savoy la verità incontrovertibile è solo una: gli altolocati ai piani bassi, gli spiantati ai piani alti.
Rovescio gerarchico (e anche stilistico e narrativo) di Roth in un altro grande e pur diversissimo hotelroman, ambientato una manciata di anni dopo, come I sotterranei del Majestic di Georges Simenon: un giallo sullo sfondo di un mondo diviso ancor più nettamente in due. Qui il vero protagonista è il dedalo di sotterranei, porticine, scale di servizio che ingoiano il personale indaffarato e solerte di un albergo di lusso. Agli ultimi piani la vita è opulenta ed elegante, e procede secondo rituali molto diversi da quelli che reggono e governano il trafelato formicaio di sotto. “Alle sette e mezza del mattino almeno trenta persone si affaccendavano già nei sotterranei del Majestic”, racconta Simenon. “Si udivano i primi squilli di campanello e i montavivande cominciavano a scendere, fermarsi, ripartire con i vassoi. A quell’ora il portiere di giorno in uniforme azzurra prendeva possesso della hall, e in un bugigattolo un impiegato smistava la posta. Sugli Champs-Élysées doveva splendere il sole, ma nei sotterranei si indovinava solo il passaggio degli autobus, che facevano vibrare i tramezzi. (…) La hall nel frattempo si era animata, ma nessuno poteva sospettare il dramma che si era consumato mentre tutti dormivano”.
Gli hotel dei romanzi vedono spesso, nelle loro stanze, consumarsi crimini. Le porte chiuse custodiscono segreti, presenze enigmatiche, vite impenetrabili. I corridoi sono i luoghi della penombra e della supposizione. Ma perché ci affascinano tanto gli alberghi? Perché la letteratura li ha raccontati così frequentemente? Soprattutto quella novecentesca, certo, e almeno una ragione è ovvia: i grand hotel nascono a metà del Diciannovesimo secolo e presto diventano luoghi riconosciuti di mondanità, grande scenografia, vivida rappresentazione. Forma d’arte, anche. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Perché il rapporto fecondo tra i luoghi di ospitalità e la letteratura non passa solo dallo sfarzo, ma sfrutta, più in generale, la forza simbolica di un luogo che simula una casa ma di fatto consente solo il transito. Alberghi, hotel, pensioni: luoghi intimi e in un certo senso rivelatori, allo stesso tempo capaci di nascondere, di travisare. Luoghi di verità o di bugia? Di chiarezza o di oscurità? Luoghi in cui si consumano riti. Luoghi in cui la moquette ovatta un passo notturno, mentre lo scricchiolio delle vecchie assi di una scala lo rende noto (e sinistro).
Le porte chiuse custodiscono segreti, presenze enigmatiche, vite impenetrabili. I corridoi sono i luoghi della supposizione
Gli alberghi fanno parte del nostro immaginario e la letteratura se n’è approfittata. Nel 2007, al Touriseum di Monaco di Baviera, si è tenuta una mostra di svariate opere letterarie che si svolgono sullo sfondo un grande albergo. Ma non solo la storia della letteratura ha raccontato gli alberghi. In gran parte, negli alberghi, la si è anche fatta. Fëdor Dostoevskij, ovviamente in bolletta, scriveva alla moglie, nel maggio del 1867, lettere deliranti da stanze squallenti di pensionacce di Saxon-les-Bains da cui prenderà ispirazione per i suoi romanzi. All’hotel Ambos Mundos dell’Avana è possibile visitare la camera 511, in cui Ernest Hemingway soggiornò per sette anni e nella quale scrisse corrispondenze e memorie. Tennessee Williams visse per anni all’hotel Elysée di New York. Oscar Wilde, in albergo, ci morì. Il Montreau Palace ospitò per anni Vladimir Nabokov e signora. Dylan Thomas, Jack Kerouac e Thomas Wolfe erano di casa al Chelsea Hotel. Truman Capote sosteneva di essere nato all’hotel Monteleone, New Orléans, e al Plaza, il 28 novembre del 1966, per festeggiare l’uscita di A sangue freddo e i due milioni di dollari che gli fruttò tra vendite, diritti e traduzioni, organizzò il Black and White Ball, maestosa festa in maschera. Agatha Christie scrisse Assassinio sull’Orient Express al Pera Palace Hotel di Istanbul mentre il Sofitel Legend Old Cataract di Assuan le ispirò Assassinio sul Nilo. Marcel Proust alloggiò spesso, prendendo parte a numerosi ricevimenti e presenziando perfino all’inaugurazione del 1° giugno 1898, all’Hotel Ritz di Parigi.
Alberghi di lusso o taverne malfamate, stanze da sogno o bugigattoli fetenti, suite all’ultimo piano o sordidi recessi in postriboli laidi: quale che sia la qualità o la nomea della struttura in cui il protagonista di un racconto soggiorna, sopravvive o si chiude a doppia mandata, l’hotel trasforma ogni vicenda in situazione emblematica, forma ideale dell’allusione. “Harry e Duke e una bottiglia. La bottiglia in mezzo. Siamo in una camera d’albergo, squallida, a Los Angeles centro. E’ sabato sera, in una delle città più crudeli del mondo” è lo splendido incipit di Fica a stufo, un racconto di Charles Bukowski che si trova in Storie di ordinaria follia, luogo poco meno schifoso di un altro hotel letterario, quello descritto da Leonard Gardner in Fat city, grande romanzo di boxe e di fallimento.
Hemingway soggiornò per sette anni all’Ambos Mundos dell’Avana. Oscar Wilde, in albergo, ci morì
“Viveva all’hotel Coma – che forse aveva preso il nome da qualche fondatore della città, da qualche esploratore della California o da un qualche immigrato italiano morto chissà quando che aveva fondato l’hotel e basta. A chiunque fosse dedicato, era comunque uno schifo di hotel e Billy Tully non intendeva restarci. Da quando sua moglie l’aveva lasciato, aveva cambiato cinque hotel in un anno e mezzo. Dalla sua finestra guardava il profilo striminzito di Stockton – una città di ottantamila anime circondata dai pantani, dai fiumi e dai campi fertili del delta del San Joaquin. Lungo i marciapiedi sotto la sua finestra gli uomini passavano tra bar e negozi di liquori, botteghe dell’usato e alberghi a ore. La sua stanza era alta e stretta. Macchie di sebo scurivano la carta da parati tra le stecche di legno del letto. La tenda era strappata, la lampadina fioca, e tutti i vicini sembravano avere problemi ai polmoni”.
Un albergo è un punto nello spazio. Ne fa parte anche ciò che sta fuori dalla finestra. Cosa ci mostra? E’ uno sguardo, un punto di vista. Ne sa qualcosa Stephen King, e anche Stanley Kubrick: impossibile dimenticare le prime scene di Shining, quando percorriamo la strada per arrivare a destinazione. Dell’hotel che, per antonomasia, diventerà orrore claustrofobico, King sottolinea proprio il panorama. “L’Overlook si compone di centodiceci alloggi e di questi trenta, tutti appartamenti, si trovano al terzo piano. Dieci nell’ala ovest incluso l’appartamento presidenziale, dieci nel corpo centrale e dieci nell’ala est. E da tutti si gode una vista spettacolosa”. Presto si cambia tono, i guai sono covati all’interno: “Ultimo piano – disse brusco Ullman. E’ la soffitta. Non c’è assolutamente niente lassù, a parte qualche cianfrusaglia. L’Overlook ha cambiato parecchie volte proprietario dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, e a quanto pare i vari direttori che si sono succeduti hanno sbattuto in soffitta tutto quello che non era di loro gusto. Voglio che vi siano piazzate trappole per topi ed esche avvelenate. Le cameriere del terzo piano sostengono di aver udito dei fruscii, là sopra. E’ appena il caso di dire che non permetterà a suo figlio di salire nella soffitta, per nessun motivo”.
“Da quando sua moglie l’aveva lasciato, Billy Tully aveva cambiato cinque hotel in un anno e mezzo”
Un grande noir del 1959 che vede l’hotel come luogo esemplare è I clienti del Central Hôtel di André Héléna, ambientato nei giorni precedenti lo sbarco in Normandia. “Tutto, qui, era passeggero”, scrive Héléna. “Era come se quegli uomini e quelle donne si fossero imbarcati sulla stessa nave. Tutti, per il momento, andavano allo stesso posto. Condividevano la stessa esistenza, lo stesso destino, per il tempo di qualche giorno e di qualche ora, poi le loro strade si sarebbero divise e non avrebbero mai sentito parlare gli uni degli altri. Si sarebbero dimenticati. Avrebbero dimenticato anche il Central Hôtel, piccolo stabilimento al centro di Perpignan, le cui due porte si aprivano su delle vie strette e deserte”. Dell’uso narrativo dell’albergo scrisse Michele Mari in prefazione: “L’albergo non è altro che una scena teatrale dove le figure si alternano combinandosi variamente: e quanto avviene all’esterno, come nel teatro classico, è soltanto riferito”.
Scrittori diversi, generi diversissimi: che sia l’hotel invernale della voce “Hotel” dei Sillabari di Parise, lo squinternato quartier generale dell’hotel Liberty in cui Evelyn Waugh ambientò Inviato speciale, l’hotel Occidental in America di Kafka in cui Karl Rossmann accetta di lavorare per venirne poi scacciato, il borghesissimo albergo di villeggiatura de La signorina Else di Arthur Schnitzler, l’hotel Metropol del Gentiluomo a Mosca di Amor Towles, l’Hotel des Bains al Lido in Morte a Venezia di Thomas Mann o il Grand Hotel di Balbec caro a Proust (e che, modellato su quello di Cabourg, diventa osservatorio del mondo: il protagonista vi incontrerà il pittore Elstin e Albertine, “giovane ciclista dalle guance rosa”), per qualsiasi scrittore l’hotel è un’occasione narrativa da spremere fino in fondo. La viennese Wicki Baum dedicherà una trilogia agli hotel: Grand Hotel (anche un film con la Garbo nel 1932), Hotel Shanghai e Hotel Berlin.
“Grand Hotel: gente che va, gente che viene, e tutto resta sempre uguale” fa dire Wicki Baum al dottor Otternschlag
Forse il cinico dottor Otternschlag, ospite fisso del Grand Hotel e osservatore smagato dell’esperienza umana, ha davvero saputo condensare il punto. La sua celebra frase era: “Grand Hotel: gente che va, gente che viene, e tutto resta sempre uguale”. Questo, il fascino dell’hotel: è la vita che può fare benissimo a meno di noi.