Cultura
la replica •
Eco rilevò il “ciò che non siamo e non vogliamo”. È il poco che ci serve ricordare
Vigili contro l’ur-fascismo: non si tratta di riesumare una storia finita, ma di denunciare movimenti sotterranei in continuità con il passato. La risposta al ministro Valditara
21 AGO 26

Foto LaPresse
Al direttore - Con estremo interesse e altrettanto stupore leggo l’intemerata del ministro Valditara contro Umberto Eco impossibilitato a rispondergli e le cui tesi nel famoso, breve saggio, “Il fascismo eterno” egli definisce “ridicole” e addirittura” pericolose”. Sommessamente ritengo che tali definizioni possano essere rispedite e rovesciate al mittente, ma non è lo scopo di queste righe fare stupida polemica, quanto cercare di illustrare che ciò che dice il ministro, pur nella sua approssimazione storico-politica, è un preciso segno del tempo attuale.
Lo scritto di Eco era in origine una lettura pubblica pronunciata presso la Columbia University il 25 aprile del 1995. Bene ricordare il contesto storico: un anno prima la coalizione di estrema destra (FI, Lega e An) “a geometria variabile ” (al nord Forza Italia si alleò con la Lega ed al centro-sud con An) aveva clamorosamente vinto le elezioni amministrative ed era andata al governo per poi cadere alla fine del ’94 sostituita da un governo tecnico guidato da Lamberto Dini. Due mesi prima , a febbraio, Romano Prodi aveva fondato l’Ulivo, coalizione di centrosinistra, che si candidava a sfidare vittoriosamente Berlusconi nelle elezioni che si sarebbero tenute nella primavera del ’96.
La riflessione di Eco matura in quella temperie ed egli ritiene che l’alleanza promossa da Silvio Berlusconi sia espressione di un risorgente fenomeno e di uno strisciante sentimento fascista, assopito ma pronto a ridestarsi. Egli spiega bene che non intende riferirsi al fascismo storico, al movimento fondato da Benito Mussolini nel ’19 nel covo milanese di piazza S. Sepolcro (oggi dimessa sede di un commissariato di polizia) bensì a una vena carsica di natura psichica che scorre nelle vene di tutti i popoli, un’idea universale mai esaurita.
Eco va oltre la distinzione tra “incidente della storia” come il fascismo storico fu definito da Benedetto Croce e la gobettiana “biografia della nazione”. Distingue nettamente le caratteristiche dei regimi totalitari del Novecento (fascismo, nazismo e stalinismo). “Se per totalitarismo si intende un regime che subordina ogni atto individuale allo stato e alla sua ideologia, allora nazismo e stalinismo erano regimi totalitari. Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica della sua ideologia”.
A Eco non interessa la riesumazione di una storia finita, ma la denuncia di un movimento sotterraneo, di un umore limaccioso che ribolle e che avverte fuoriuscire con nuove sembianze e tratti comuni col passato: “ l’Ur-fascismo”. Il motivo conduttore dello scritto fu tratteggiato in poche righe : “L’Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”.
Sono righe che potrebbero benissimo essere scritte oggi e il ministro va ringraziato per la preziosa occasione che ci fornisce di ricordarle. Valditara correttamente evoca quelle che per Eco sono le caratteristiche dell’“eterno ritorno dell’Ur-fascismo uguale”. “Il sospetto verso un mondo intellettuale che non sia utile al fine politico, il disaccordo visto come tradimento, la paura della differenza, l’ossessione del complotto, il presentare la ricchezza del nemico come fonte di umiliazione, la “vita per la lotta”, l’appello a classi frustrate, il popolo non concepito come un insieme di individui, ma come un blocco monolitico che esprime una volontà comune, il culto dell’eroe, persino il linguaggio semplificante” e osserva che “sono tutti elementi che si ritrovano in un altro totalitarismo: il comunismo”.
Ma Eco non nega questo, solo che, secondo lui, comunismo e nazismo sono fenomeni, essi sì, legati a un preciso contesto storico laddove l’Ur-fascismo perennemente è pronto a riaffiorare sotto nuove vesti e magari anche mascherato da movimento “progressista”. Il comunismo, nato non da una confusa e pasticciata mitologia ma da una analisi socio-economica, si è caratterizzato politicamente in forme rivoluzionarie e di rovesciamento di regimi assolutisti (si pensi a Cuba e Batista, alla Cina nazionalista, alla Russia zarista). Ha vinto dove regimi oppressivi erano al capolinea per sostituirsi a essi continuando a opprimere, ma è indubbio che ha attecchito dove non c’era la democrazia ed è diventato una minaccia mondiale soppiantando nell’est Europa il nazi-fascismo. L’Ur-fascismo si è invece sviluppato prevalentemente come degenerazione e crisi di democrazie parlamentari e di stati liberali nel Novecento come oggi. Il comunismo ha operato una cesura laddove l’Ur-fascismo si è, almeno inizialmente, posto in continuità coi sistemi democratici.
Se poi dovessi fornire un esempio di cos’è, al giorno d’oggi, una manifestazione di preoccupante autoritarismo antidemocratico citerei, come ho fatto in uno scritto pubblicato altrove, il provvedimento disciplinare adottato dal ministro Valditara contro un insegnante che lo aveva paragonato, guarda l’ironia, a un personaggio di una saga mitologica cara alla destra. E visto che ci sono concludo questa riflessione con una osservazione per il Foglio che lamenta inconsolabile, tramite gli editoriali del direttore e dell’amico Gian Domenico Caiazza, la sconfitta del referendum sulla riforma giudiziaria. Non esistono riforme, cari Cerasa e Caiazza, che si possano separare dalla storia che li produce: e la storia insegna che le riforme maturate sotto regimi illiberali hanno finalità di trasformazione e modificazione genetica della democrazia.
Per cui una informazione e una magistratura, magari “disunite” e legittimamente criticabili sono sempre meglio di simulacri di giustizia e di libere opinioni svuotate di senso e autonomia. Come disse qualcuno “codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
E’ poco ma è quel poco che serve tenere a mente. E ringrazio il ministro per la gradita occasione.