Un romanzo su Israele che non sa, non può e non deve vivere senza il passato

Il coro dello stato ebraico in “Ovunque si casa” di Ghila Piattelli che rinuncia quasi completamente all’attualità politica per raccontare un paese costruito sulla memoria, sulle relazioni umane e sulle ferite individuali

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Foto LaPresse

Dalla prima pagina, il romanzo di Ghila Piattelli ci riporta in un passato non troppo lontano, come è la fondazione dello Stato di Israele, in cui gli abitanti di uno strano esperimento urbanistico, nel centro di Gerusalemme, ricevono le chiavi di casa dall’allora primo premier del paese, David Ben Gurion. Una chiara metafora di un Israele lontana anni luce dal paese odierno, in cui i kibbutz attaccati da Hamas il 7 ottobre, a quasi tre anni di distanza, ancora non hanno ricevuto una visita dall’attuale primo ministro. “Ovunque sia casa”, edito da Giuntina, è un romanzo che sceglie una strada poco battuta nella narrativa contemporanea su Israele: rinuncia quasi completamente all’attualità politica per raccontare un paese costruito sulla memoria, sulle relazioni umane e sulle ferite individuali. Più che un thriller – nonostante l’indagine sulla morte di una paziente psichiatrica avvenuta decenni prima – si tratta di un romanzo corale sulla ricerca delle proprie radici, e sulla possibilità di trovare, o ritrovare, un luogo da chiamare “casa”. Le diverse voci narranti sono proprio uno dei punti di forza del romanzo, si intrecciano con naturalezza e permettono al lettore di osservare la stessa vicenda da prospettive differenti: Sivan, Aviv, Nili, Ghita e gli altri abitanti del “treno dei matti”, come viene chiamato l’edificio in cui vivono, sono personaggi portatori di fragilità che non scadono nello stereotipo. Molto riuscita è anche la scelta di fare del condominio il vero protagonista della storia. Il palazzo, infatti, in tutta la sua complessità, diventa una metafora di Israele stesso: un luogo abitato da sopravvissuti, immigrati provenienti da mondi diversi, memorie inconciliabili e affetti che resistono al tempo, raccontando con sensibilità la nascita della società israeliana, attraverso le vite quotidiane, più che i grandi eventi storici.
E’ proprio qui che, tuttavia, emerge anche uno dei paradossi del romanzo: l’Israele rappresentato da Piattelli appare quasi sospeso nel tempo. E’ il paese dei pionieri, dei reduci della Shoah, degli ebrei provenienti dai paesi arabi, dei quartieri storici di Gerusalemme e delle relazioni di vicinato che sembrano appartenere a un’altra epoca. Un Israele autentico e profondamente nostalgico.
Questa scelta narrativa restituisce un’immagine rara e preziosa di un paese che oggi viene spesso raccontato soltanto attraverso guerre, terrorismo e crisi politiche; esclude però il presente, la società odierna, molto più frammentata, multiculturale, tecnologica e attraversata da tensioni identitarie. Le trasformazioni degli ultimi trent’anni fanno da sfondo, senza incidere realmente sull’universo dei personaggi. L’autrice sembra aver scelto di raccontare l’Israele che continua a vivere nella memoria dei suoi protagonisti, costruendo un romanzo sul peso del passato e sulla forza del ritorno, dove la casa non coincide con un luogo geografico, ma con le persone, i ricordi e perfino le ferite che ci definiscono.
Il risultato è una narrazione elegante, malinconica e profondamente umana: un romanzo che, attraverso i suoi personaggi bizzarri e un complesso intreccio investigativo, racconta la storia di un paese che oggi non esiste più ma che ha posto le fondamenta del paese che, il prossimo 27 ottobre, si recherà alle urne, in uno dei momenti storici più critici per la storia dell’ebraismo: non solo per gli israeliani, ma per tutta la diaspora. In tal senso, oggi più che mai, questo romanzo risulta un interessante dialogo tra realtà e fiction, passato e futuro, utopia e distopia: un percorso trans generazionale per meglio, se non comprendere, interpretare il presente.