Capire la lingua di Putin con Mikhail Shishkin

Uno dei grandi scrittori russi viventi svela la peculiare relazione fra le parole e i significati nell’universo del Cremlino: quante menzogne si è bevuto l’occidente
8 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 10:39
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Shishkin definisce la Russia di oggi “uno stato di polizia criminale” (foto Getty). In basso, lo scrittore, che dal ’95 vive in Svizzera, a una manifestazione per l’Ucraina a Lucerna (foto Ansa)

"Fa male essere russi. La lingua di Puškin e Tolstoj, di Cvetaeva e di Brodskij è diventata la lingua dei criminali di guerra e degli assassini”.
Comincia così la prefazione di un libro che si intitola Russki mir: guerra o pace?. Lo pubblica il piccolo editore modenese 21lettere e lo firma Mikhail Shishkin, classe 1961, uno dei più importanti scrittori russi viventi. Che prosegue: “Negli ultimi anni sono stato tormentato da un sentimento di vergogna per il mio paese”. Tradotto in trenta lingue, l’unico ad aver vinto i tre premi più prestigiosi in patria – il Russian Booker Prize, il Russian National Bestseller e il Big Book Prize – Shishkin pubblica articoli sul Guardian, sul New York Times, sul Wall Street Journal, sull’Independent. Nel 2022, con Punto di fuga, ha vinto il Premio Strega europeo. Al momento, precisamente dal 1995, vive in Svizzera.
“Negli ultimi anni sono stato tormentato da un sentimento di vergogna per il mio paese"
Non sorprende. Questo testo felicemente ibrido, che è un saggio politico e un memoir (“mia madre era ucraina, mio padre russo”) e che poco si cura delle forme che prende ma molto della direzione in cui deve andare – quella della chiarezza, sempre – è del tutto incompatibile con la possibilità, per il suo autore, di vivere indisturbato in un paese la cui nomenklatura, pagina dopo pagina, condanna senza alcuna reticenza. Con piglio discorsivo ma rigorosissimo Russki mir ricostruisce un’intera traiettoria storica e politica, fino alla formazione di quel che oggi Shishkin definisce “uno stato di polizia criminale” affermatosi dopo una guerra tra bande da cui è emerso Vladimir Putin, l’ennesimo incontrastato padrone del paese – la sua resistibile ascesa è raccontata in un capitolo dal titolo Prostrarsi. Il veleno putiniano, racconta Shishkin, è penetrato nel popolo russo, ormai avvezzo al sospetto sistematico verso il resto del mondo. Secondo la ripetitiva drammaturgia di regime, infatti, il Nemico è in costante agguato, e armato di russofobia non vede l’ora di avventarsi sul paese. Chi è il Nemico? Chiunque torni utile al copione (sempre lo stesso, sempre diverso). “La lista dei desideri di Putin è la vera Costituzione del paese”, scrive Shishkin, mentre ritrae una Russia sistematicamente saccheggiata da un potere disposto a spendere cifre con infiniti zeri per la guerra, soprattutto quella ibrida. Guerra “che l’occidente ha già perso”.
Il capitolo più di attualità è proprio quello in cui si racconta delle connivenze occidentali col regime russo. E della capillarità con cui sono state coltivate e costruite. Il manuale delle giovani marmotte porta la firma di Valerij Gerasimov, che nel 2013 pubblicò un articolo intitolato Il valore della scienza è la preveggenza. Il capo dello Stato maggiore russo fissava, punto per punto, la “strategia del caos”, quella per cui la guerra vera è solo la fase finale di una guerra più lunga e articolata, che passa dall’indebolimento delle strutture del Nemico attraverso un costante lavoro ai fianchi fatto di false notizie, informazioni distorte e ripetute alla nausea, manipolazioni narrative, campagne diffamatorie, corruzione, e tutte quelle misure che vengono chiamate da Gerasimov “non militari”, che vanno “utilizzate insieme al potenziale di protesta della popolazione”. In altre parole, un paese che non contempla la possibilità per i propri cittadini di manifestare punta a usare il diritto di parola che il Nemico concede per ritorcerglielo contro, dopo averlo trasformato in una pistola carica. “Le democrazie hanno sottovalutato la sfida di Mosca”, scrive Shishkin. “Il corrotto potere moscovita forma metastasi che si diffondono in tutto il mondo e corrompe sfacciatamente parti delle élite. Miliardi di fondi criminali finiscono nelle banche occidentali. Politici e uomini d’affari sono pronti a tradire l’Ucraina per interessi economici personali”.
La corruzione sfacciata di parti delle élite. “Miliardi di fondi criminali finiscono nelle banche occidentali”
Una guerra che ha le sue tecniche e le sue strategie: la propaganda vuole che “dietro ogni manifestazione di malcontento ci sono i servizi segreti occidentali” e la strategia è quella dell’intimidazione. “Spaventare politici, giornalisti, militari, facendo credere che la Russia sia pronta a un confronto militare con la Nato. Mosca scommette che l’occidente si ritirerà sempre e che non rischierà una terza guerra mondiale per Narva o Donetsk. Gli strateghi del Cremlino pensano come comuni banditi: non vince chi è più forte, ma chi è disposto ad andare fino in fondo”.
Conscio che il futuro della Russia dipenda dalla sua deputinizzazione, Shishkin richiama gli intellettuali al proprio dovere, di “mostrare al mondo che c’è un’altra Russia. Non tutti i russi hanno sostenuto questa guerra, che non è una guerra tra ucraini e russi. E’ una guerra tra umani che parlano sia ucraino sia russo, e disumani che parlano la lingua della menzogna e sono pronti a eseguire ordini criminali. Il crimine di Putin è aver avvelenato la gente con l’odio”.
Gli strateghi del Cremlino comuni banditi: “Non vince chi è più forte, ma chi è disposto ad andare fino in fondo”
E la politica col culto della sopraffazione. “La Russia vive secondo una sola legge: il potere smisurato del Cremlino. I termini democratici in Russia sono parole vuote, prive di significato, che non producono alcun effetto”, ammonisce Shishkin. “In occidente i governi vengono giudicati sulla base dei termini che usano, in Russia solo dalla facciata, e tutti in Russia sanno che dietro c’è il vuoto”.
Una delle riflessioni più interessanti del libro è proprio quella sul linguaggio. Il pensiero va ad alcune delle immagini che più ci hanno fatto comprendere la natura vile e la deriva grottesca dello strapotere putiniano: quelle dell’arresto di numerose persone che, a marzo 2022, esibivano cartelli senza alcuna scritta. (Era l’epoca iniziale della guerra, quando la parola guerra non si poteva dire, ma adesso la usano tutti, Peskov e Lavrov compresi, e chi mai lo dirà a quelli chiusi ancora in galera per aver esibito, quattro anni fa, un foglio bianco?). Partendo dalla censura, Mikhail Shishkin mette a fuoco la relazione tra parole e significati nell’universo russo, dove “le parole hanno una funzione diversa: sono una copertura. Quella che per un estraneo può sembrare una bugia, all’interno dell’uso russo contribuisce alla comprensione generale. Non è un paradosso, è la realtà russa delle parole. Quando Putin afferma di dire la verità al suo paese, tutti sanno che sta mentendo, e lui stesso sa che tutti lo sanno. Accade questo: elettori fasulli partecipano a elezioni fasulle per una Duma fasulla. I media e i politici occidentali cercano di giudicare il regime di Mosca dalle sue dichiarazioni, ma queste affermazioni non hanno alcun significato: la verità russa è una menzogna. I dogmi marxisti venivano insegnati a scuola, ma in sala insegnanti venivano derisi a porte chiuse. La Russia è tornata ai tempi sovietici, delle menzogne senza fine”.
Lo scrittore ricorda quando, durante i comizi, si affermava che l’Urss fosse il più grande baluardo della pace, e intanto inviava i propri carri armati a sedare, in un bagno di sangue, la rivolta in Ungheria. In tv si celebrava con gioia la realizzazione dei piani quinquennali, eppure i supermercati si svuotavano. “Vivevamo nel paese in cui il socialismo aveva vinto e tutto apparteneva al popolo, ma non avevamo niente e la gente si puliva il sedere coi ritagli della Pravda che proclamava che vivevamo nel migliore dei mondi. Uno straordinario paese pieno di schiavi”.
Negli anni sovietici più duri (Shishkin li fotografa così: “La lotta di classe fu la copertura morale per l’esercizio della violenza, mentre i romantici del comunismo dovettero farsi da parte, di solito con un colpo di pistola alla testa”), in quegli anni cupi e umilianti, la letteratura si rivelò essenziale. “Libri come Il vento va, e poi ritorna di Vladimir Bukovskij diedero la svolta alla mia coscienza. A sedici anni avevo due sogni: diventare uno scrittore e viaggiare per il mondo”.
La salvezza dalla letteratura durante gli anni sovietici più duri. Fondamentale Vladimir Bukovskij
Sogni che dovettero aspettare, perché dopo il crollo del Muro la nomenklatura reagì e la mattina del 19 agosto 1991 un Comitato per lo stato di emergenza annunciò in tv di essere costretto ad assumersi la responsabilità del paese perché Mikhail Gorbaciov si era ammalato. E portò i carri armati a Mosca. “Il lago dei cigni fu trasmesso in tv a ripetizione. Sembrava una marcia funebre. Questo fu il colpo di stato. Non mi ero mai sentito così male in vita mia”, confessa Shishkin, “come un prigioniero che è evaso dal carcere sperando già di essere libero, prima di venire catturato di nuovo”.
La speranza si chiamava Europa. Il sogno di una vita dignitosa. Ma fu un tempo di delusioni perché, dopo Michail Gorbaciov – che non fu un riformatore, anzi, “la perestrojka fu un’operazione speciale della nomenklatura comunista per convertire il proprio potere politico assoluto in un’immensa proprietà privata” – si scatenò un’efferata guerra tra bande d’affari. E dopo regolamenti di conti, caos e illegalità, “il desiderio di un mondo più ordinato prese la forma della nostalgia: l’Atlantide sovietica fu idealizzata dopo la sua scomparsa, così come lo zarismo fu idealizzato durante l’èra sovietica”.
Già con Boris Eltsin la Russia aveva tentato la via della guerra per tornare sé stessa. Bruciavano soprattutto le dichiarazioni di indipendenza di quattordici repubbliche ex sovietiche, così il ministro Pavel Gracëv promise letteralmente (e pubblicamente) a Eltsin: “Grozny in due ore, con una manciata di paracadutisti”. La guerra durò due anni, causò centinaia di migliaia di vittime civili, e si concluse con la sconfitta della Russia. Che stava precipitando nella ripetizione della propria storia: provocazioni, manipolazioni elettorali, tangenti, strategie politiche sporche, avvelenamenti. Vladimir Putin vinse le elezioni dando la colpa ai terroristi ceceni di alcuni attentati dinamitardi. E confezionò il pretesto per una seconda guerra cecena, mentre “la popolazione, spaventata, accolse con entusiasmo la guerra al terrorismo. Un anno prima nessuno lo conosceva, ora Putin era il salvatore della patria”. E sebbene – aggiunge Shishkin – “i suoi uomini furono sorpresi in flagrante con l’esplosivo in un seminterrato di Ryazan”, si evocarono non meglio precisate esercitazioni. “Il deputato Sergej Yushenkov e il giornalista Yuri Shchekochikhin, che chiesero un’indagine pubblica, vennero uccisi. Il primo davanti casa, il secondo avvelenato”.
Da leggere anche la parte che riguarda l’escalation di menzogne che ha portato alla guerra di aggressione all’Ucraina, aka operazione militare speciale. Tutto cominciò con la rivendicazione della Crimea, vista come risarcimento per l’allontanamento dell’Ucraina dalla Russia, presentato ovviamente come una macchinazione americana di schietta marca russofoba. “La tv impiantò nelle menti l’idea di un ritorno della Crimea come segno della risorta grandezza”, racconta Shishkin. “L’ubriacone Krusciov l’aveva regalata agli ucraini e ora bisognava ristabilire la giustizia storica. Furono mandate milizie a destabilizzarla”. Per poi negarlo, e infine ammetterlo. Il punto è che “all’Ucraina non venne mai perdonato il Maidan”. Interessante sapere che, ai tempi di Euromaidan, in Russia, la gente espresse ammirazione per il coraggio degli ucraini. E che serpeggiò perfino una certa innominabile invidia. Infatti la rivoluzione “venne subito diffamata dalla tv russa” e si disse che fosse una cospirazione della Nato “che attaccava Mosca attraverso l’Ucraina. Quando poi il Maidan vinse, la tv cambiò ancora retorica: gli ucraini erano nazisti, ammiratori delle SS, ed era il momento di salvarsi dal genocidio che avrebbero messo in atto. Truppe anonime occuparono la Crimea e l’annessione scatenò un’esultanza isterica”. Si festeggiò – ricorda Shishkin la vittoria sugli Stati Uniti, l’Europa, l’occidente, il mondo intero. “In molti presero le armi volontariamente, credendo di andare a combattere il fascismo. La resurrezione dell’Impero venne dichiarata significato supremo dell’esistenza”.
Mikhail Shishkin, scrittore vero – i suoi splendidi romanzi sono tutti pubblicati da Voland, e a parere di chi scrive La presa di Izmail contempla tra le pagine più belle lette negli ultimi anni – non risparmia i giusti scappellotti anche all’occidente. E ci ricorda la necessità di rinvigorire il sogno europeista. “E’ più probabile”, scriveva in Russki mir, nel 2022, “che gli occidentali, allarmati dal caos e della possibilità di una guerra, rieleggano i loro governi sostituendo gli anti Putin con gli amici pro Putin, piuttosto che i russi si ribellino”. Una profezia che speriamo invecchi male, e presto.