Cento anni di Route 66. La leggendaria “Mother Road” racconta ancora l’America

Raggiunto il centenario, questa strada impressa per sempre nella mente dei viaggiatori non esiste più, ma sopravvive tra mille frammenti, motel, diner e insegne al neon. In un mausoleo vivente degli Stati Uniti di un tempo, e di ciò che ne rimane


Tutti hanno sognato, almeno una volta, di guidare per le lande sterminate dell’entroterra degli Stati Uniti. Di perdersi nelle sue strade interminabili che trasudano avventura, ricerca dell’ignoto, grandi racconti e grandi storie. E, tra tutte queste strade, una risuona nell’immaginario che ha fatto accarezzare per anni ai viaggiatori l’idea di percorrerla, almeno una volta nella vita: la Route 66. Nel 2026, questa strada leggendaria compie cent’anni, ma la prima cosa da sapere è che in realtà, ufficialmente,  non esiste quasi più. O meglio: non esiste più come strada unica, federale, continua: la linea mitologica, invece, resiste ancora, trasformando ancora, nei suoi tratti sopravvissuti e lungo i suoi cartelli “Historic Route 66”, il viaggio in automobile in una delle grandi narrazioni americane. Un immaginario che risuona tutt’ora nelle vecchie stazioni di servizio, nei motel sgangherati, nei diner dove le cameriere si rivolgono a te chiamandoti “Honey” o “Sweetheat”, nelle insegne al neon.
Dopo la sua fondazione nel 1926 e la sua storia iniziale fatta di lavoro, di ombre, di grande disperazione ma anche di grandi speranze, durante la quale fu davvero un passaggio cruciale per moltissime persone che desideravano cambiare lavoro, Stato, vita, la Route 66 è poi diventata nel tempo indimenticabile soprattutto grazie all’immaginario arrivato anche oltreoceano e alla cultura pop. Un immaginario fatto di canzoni, film, serie tv, cartoline, fumetti, echi indelebili che sembra a tutti di conoscere pur non essendoci mai stati. La Route è diventata, in fondo, uno dei tanti modi tramite i quali l’America ha raccontato all’esterno (e anche un po’ a sé stessa) la propria idea di libertà: la possibilità di partire, di cambiare vita, di inseguire l’orizzonte a cavalcioni di una moto rombante che macina chilometri sull’asfalto bollente. 
Oggi, tra le velocissime autostrade e mille strade alternative, asfaltate e nuove di zecca, scegliere di percorrere un tratto della “Historic Route 66” in tutti i suoi infiniti frammenti significa scegliere deliberatamente di rallentare. Significa uscire dalla traiettoria più rapida e guardare ciò che normalmente il viaggio contemporaneo salta: le insegne scolorite, le pompe di benzina dismesse, i drive-in, le piccole strade cittadine e gli agglomerati di case con poche centinaia di abitanti. Vedendo il paesaggio mutare costantemente, valicando un confine dopo l’altro e ricordando che l’America è anche (e forse soprattutto) questo: una pluralità di immaginari sociali e culturali ben lontani dalle grandi città e dalle autostrade. Infiniti luoghi dove la vita scorre spesso molto lenta, rifuggendo la velocità.
Una fascinazione, quella della Route 66, che continua a stregarci ancora oggi, forse ancora di più anche nell’eco di quel che ne rimane: racimolando le storie che scorrono su questa strada infinita, accarezzando l’idea mollare tutto, fare lo zaino e partite, accelerando e lasciando indietro per sempre la vita quotidiana, il progresso, la routine, la monotonia. Guardando avanti, verso la speranza di un’altra vita.