Cultura
Tradursi, capirsi e studiarsi •
Le lingue nazionali, l’universalità dello spirito umano e una via per la convivenza
Pluralità delle lingue e pluralità delle culture si richiamano l'una con l'altra, e solo nel dialogo con l'estraneo si può imparare dall’altro senza rinunciare a sé stessi. Il nazionalismo linguistico è invece intraducibilità come chiusura, il vero peccato di Babele
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Foto ANSA
E’ nel linguaggio che si giocano le partite decisive per l’uomo. Un po’ come diceva MacIntyre, sentirsi qualcuno, sentirsi liberi equivale senz’altro a sapersi raccontare, a saper raccontare la propria storia. Quando non si hanno le parole, la nostra identità vacilla, è un’identità soltanto numerica, e non si è liberi. Prendere la parola è forse il più importante gesto di libertà. Nell’azione e nei discorsi, diceva Hannah Arendt, gli uomini manifestano chi sono, la loro identità. Di qui l’urgenza di coltivare le nostre parole, allestendo luoghi (la scuola) dove questo sia possibile. Ma dove si trovano le parole con le quali ci raccontiamo? Si trovano nel mondo culturale umano che gli uomini hanno costruito e nel quale siamo nati. Non a caso la lingua ha rappresentato pressoché da sempre il tratto identificativo più immediato di ogni cultura. Pluralità delle lingue e pluralità delle culture si richiamano vicendevolmente. Ma anche la pluralità degli individui ha a che fare con la lingua. Ogni individuo parla la stessa lingua in modo inconfondibile e per certi versi unico. In questo senso davvero la pluralità è la legge della terra, anche se, su questo punto, non tutti la pensano allo stesso modo. Herder, per fare un esempio, era convinto che fosse Dio stesso a volere la pluralità delle lingue per abbellire il mondo di una pluralità di colori. Ma già Fichte prende questa pluralità per affermare il primato della lingua e della cultura tedesca su tutte le altre. Anziché motivo di una irriducibile apertura di tutte le lingue l’una all’altra, la pluralità delle lingue diventa motivo per affermare la chiusura, l’intraducibilità, il primato della lingua tedesca su tutte le altre: un nazionalismo linguistico che è forse l’esempio più significativo di quella sacralizzazione della propria lingua nella quale, come ho avuto modo più volte di sottolineare anche su questo giornale, consiste il vero peccato di Babele.
Chi imposta il problema correttamente è Wilhelm von Humboldt. Questi non perde mai di vista il legame tra la “particolarità” delle diverse lingue e l’“universalità” dello spirito umano che in ciascuna di esse si incarna. Nel suo pensiero non c’è traccia di alcun nazionalismo linguistico. La pluralità, anzi, la diversità delle lingue è per Humboldt la forma ineludibile attraverso la quale si esprime l’universalità dello spirito umano in un gioco straordinario tra identità e differenza, che, anziché “appianare” quest’ultima, la esalta al pari della propria identità. A suo avviso, la diversità delle lingue è analoga alla diversità che si riscontra tra individui. E’ solo nell’esperienza della diversità e dell’alterità che l’individuo e le diverse lingue diventano sempre più consapevoli di sé stessi. L’altra lingua (altra, ma non totalmente altra) diventa il tramite di una migliore comprensione della propria (propria, ma non totalmente propria), all’interno di una polarità: quella tra universale e individuale, i cui termini sono sempre connessi, ma mai completamente sovrapposti, quasi che l’uno, l’universale, possa esprimersi totalmente nell’altro, l’individuale. Detto in altre parole, nessuna lingua nazionale può pretendere di esprimere tutto l’umano o il linguaggio nella sua universalità. Di qui la strutturale apertura di ogni lingua all’altra, combinata tuttavia con una sorta di coazione di ogni lingua e di ogni cultura a rimanere sé stesse, quindi con un potenziale di conflittualità-intraducibilità.
Come ha mostrato Antoine Berman, esiste una sorta di tentazione etnocentrica in ogni cultura. Essa tuttavia non si manifesta allo stesso modo in tutte le culture. Alcune di queste sono più aperte di altre; hanno acquisito una maggiore dimestichezza con la capacità di prendere le distanze da sé – un’operazione, quest’ultima, che considero fondamentale per poter entrare veramente in dialogo con l’estraneo. Si tratta insomma di imparare dall’altro senza rinunciare a sé stessi e senza nessuna certezza che tutto ciò che l’altro dice sia traducibile nella nostra lingua. Nel rapporto tra lingue e culture diverse vanno sempre messe nel conto zone più o meno ampie di intraducibilità e di possibili conflitti; il rischio del fraintendimento e dell’errore è sempre presente, come peraltro accade anche con coloro che parlano la nostra stessa lingua. Ma ciò non toglie che la traduzione sia possibile, che cioè tutte le lingue possano arricchirsi, grazie al nuovo e all’imprevisto che ogni volta scaturisce dal concreto incontro con l’altro. A spingerci avanti nei nostri tentativi di comprensione è la fondata certezza di avere a che fare con un uomo che è uomo allo stesso modo in cui lo sono io, appartenente alla mia stessa specie, e quindi, per quanto estraneo, mai espressione di un’estraneità assoluta, assolutamente intraducibile.
Dicevo all’inizio della necessità di coltivare le nostre parole, la nostra lingua. E’ l’unico modo che abbiamo per convivere decentemente con noi stessi e con gli altri.