Cultura
oltre la guerra •
Ritorno a Drohobycz, in Ucraina. Bruno Schulz e le tombe delle soldatesse
Dopo anni di interruzione, a causa della crisi economica prima e della guerra dopo, ritorna la rassegna dedicata all'autore ebreo polacco. Tra i temi portanti della manifestazione c'è anche il complesso rapporto fra Varsavia e Kyiv
23 LUG 26

Tre dipinti di Bruno Schulz in mostra al museo Yad Vashem Holocaust Memorial di Gerusalemme (Foto ANSA)
Molti pensano che la cittadina di Drohobycz sia un’invenzione letteraria dello scrittore ebreo polacco Bruno Schulz (1892-1942), l’autore di uno dei capolavori del Novecento, “Le botteghe color cannella” (Einaudi, 2016), un libro che, come scrisse Bohumil Hrabal, “entra nella sfera della genialità”. Invece esiste davvero. Era una ricca cittadina della Galizia austroungarica, in provincia di Leopoli, con la più grande sinagoga della regione. Fra le due guerre appartenne alla Polonia, poi all’Unione sovietica, oggi è Ucraina. Bruno Schulz, come lo descrisse in modo lapidario il critico francese Maurice Nadeau, “nacque austriaco, visse da polacco e morì da ebreo”.
Dalla fine del secolo scorso, con una certa periodicità, si tiene là, nel mese di luglio, uno “Schulzfest” e un convegno internazionale a lui dedicato. Prima le difficoltà economiche e poi la guerra lo avevano interrotto. Quest’anno lo hanno riorganizzato per dare anche un segnale di “normalità”, che la vita e la cultura continuano nonostante le bombe. E così sono tornato dopo 28 anni a Drohobycz, invitato a parlare di Bruno Schulz e della sua fidanzata, la filosofa e poetessa ebrea Debora Vogel, che lo spinse a iniziare a scrivere, anche lei ammazzata dai tedeschi. Per ragioni logistiche eravamo alloggiati in una cittadina distante pochi chilometri, Truskavec’ (Truskawiec), un tempo celebre come luogo di villeggiatura tra i boschi e di cura per le sue acque termali. Fino all’inizio dei conflitti tra Russia e Ucraina, nel 2014, era una delle località preferite dai russi che avevano favorito la costruzione di orribili e giganteschi alberghi, oggi ovviamente vuoti e affiancati dagli scheletri di acciaio di altre ambiziose costruzioni rimaste a metà. Gli unici turisti sono malinconiche donne ucraine con bambini e anziani che si abbeverano di quelle acque che puzzano di zolfo. Gli unici uomini, a parte gli inservienti dei locali, sono persone che hanno perso degli arti. Alle dieci di sera tutto si ferma perché alle undici scatta il coprifuoco e allora piomba un silenzio irreale, che ricorda quello che scrisse Schulz, in un racconto: “Notte di luglio! Materiale fluido del crepuscolo, viva, sensibile, mobile materia delle tenebre, incessantemente intenta a foggiare forme del caos e ogni forma subito pronta rigettare!”.
Il festival è stato inaugurato da una conversazione con lo storico Adam Michnik, uno degli intellettuali polacchi più importanti, direttore del quotidiano Gazeta Wyborcia, intervistato dal popolare poeta e musicista ucraino Serhij Zadan, volontario in guerra nella 13esima Brigata Khartiia/Chartija, della Guardia nazionale, da lui stesso cofondata. Tema: Ucraina e Polonia: passato o futuro? Zadan ha esordito chiedendo quale sarebbe stato lo status di Schulz come scrittore se fosse vivo oggi. “Sicuramente alcuni direbbero che è un grande scrittore polacco, perché Schulz scriveva in polacco, ma ci sarebbero anche quelli che gli direbbero: ‘Vaffanculo in Israele’. E’ uno scherzo amaro, perché la storia non funziona secondo una spirale, ma secondo un cerchio, e continuiamo a ripetere i vecchi errori”, ha sostenuto Michnik. Ma a lui interessava, in questo momento, dire altro: “Dopo la guerra, il Partito comunista ha fatto ricorso all’ideologia del nazionalismo etnico. Si trattava innanzitutto di un nazionalismo antitedesco, ma anche antiucraino. Quando oggi ascolto le dichiarazioni dei politici della destra polacca e del presidente Karol Nawrocki, ho l’impressione che nell’animo polacco stiano risorgendo quelle emozioni che facevano riferimento a quell’incrocio tra fascismo e bolscevismo. Lo dico proprio qui, in una città ucraina, affinché sia chiaro che i polacchi non si identificano con quanto affermato dal presidente polacco nel ritirare l’onorificenza a Zelensky. E’ una vergogna e un disonore per la democrazia polacca”. Zadan ha osservato che molti ucraini percepiscono l’Europa e la Polonia come entità distinte e nutrono risentimenti distinti nei confronti dell’Europa e della Polonia. Michnik ha concluso: “Bisogna pensare al futuro senza falsare il passato. E’ tuttavia un’idea bizzarra pretendere oggi dall’Ucraina, vittima di un massacro, che chieda scusa per quanto accaduto in Volinia, quando non esisteva uno stato ucraino e si massacravano a vicenda cittadini della Seconda Repubblica polacca di nazionalità polacca e ucraina. Si può discutere su chi avesse maggiore colpa, ma è assurdo non capire che l’Upa era l’unica organizzazione dell’epoca a dichiarare apertamente di volere un’Ucraina indipendente. Sì, c’erano persone di vario tipo, anche fascisti; in ogni movimento di massa di questo genere ci sono persone di vario tipo. Strumentalizzare tutto ciò per alimentare oggi un conflitto emotivo è un’azione suicida. Non è la prima volta nella nostra storia che le élite polacche agiscono in questo modo. A volte abbiamo interessi contrastanti, per esempio economici, e questo è importante, ma in politica ci sono questioni importanti, più importanti e fondamentali. L’ancoraggio dell’Ucraina all’Europa, al mondo occidentale, è una questione fondamentale”. Michnik è stato molto applaudito, con un unico momento di gelo, quando ha detto: “Sono contro Putin ma non sono antirusso, amo Čechov!”.
Così, anche in un festival in una nazione invasa dai russi, dedicato a uno scrittore del periodo tra le due guerre mondiali ammazzato per strada dai tedeschi, è stato impossibile non cogliere l’ostinazione del popolo ucraino, con aspetti anche un po’ surreali. I relatori ucraini del convegno, che comprendevano perfettamente il polacco, intervenivano esclusivamente in ucraino (unica eccezione la conversazione tra Michnik e Zadan che ha beneficiato per forza di cose di un traduttore). Così come gli inservienti dei locali, ai quali ci si rivolgeva in inglese: loro capivano, ma rispondevano nella loro lingua. Senza quella fierezza gli ucraini non sarebbero forse lì ancora a resistere ai russi. E fa impressione vedere come ogni giorno, alle nove in punto, tutto si paralizza e dagli altoparlanti rintoccano i secondi di un minuto di silenzio “dedicato agli eroi morti”, al quale segue cantato dalle persone per strada l’inno nazionale. E le bandiere gialle e blu quasi sopra ogni portone dei palazzi. E le foto dei soldati morti raggruppate sotto delle strutture che sostengono colombe di plastica bianche. Nel centro di Drohobycz, proprio dietro alla via delle “botteghe color cannella” di Schulz, c’è un prato dove stanno infilzate targhette con i nomi delle soldatesse morte. Dall’inizio dell’invasione russa sono già state uccise oltre cinquemila donne e ragazze ucraine civili, mentre più di 14 mila sono rimaste ferite. Nelle Forze armate ucraine prestano servizio decine di migliaia di donne. Il numero esatto delle soldatesse cadute non viene reso pubblico. Le targhe dedicate alle combattenti ucraine cadute al fronte riportano il nome, il cognome, le date di nascita e di morte (alcune date risalgono al 2017 e 2018) e sempre la stessa frase: “Mamma, non piangere. Fiorirò in primavera”.