La Bibbia dell’infanzia perduta

Il racconto ritrovato di Bruno Schulz, gran maestro del Novecento. I disegni, gli incubi, ma soprattutto Undula
21 DIC 20
Ultimo aggiornamento: 11:49
Immagine di La Bibbia dell’infanzia perduta

Il disegno di Schulz a corredo del testo del racconto inedito, trovato alcuni mesi fa in Ucraina e tradotto da Irene Salvatori per il Foglio &nbsp;<br />

Devono essere ormai passate settimane, mesi, da quando sono chiuso in questa solitudine. Cado continuamente addormentato, poi mi risveglio e le angosce della veglia si confondono con le creature del sonno oscuro. Così scorre il tempo. Mi sembra di aver già abitato, in un tempo lontano, in questa lunga stanza storta. Talvolta, con difficoltà, riconosco questi mobili sovramisura, che arrivano fino al soffitto, gli armadi di quercia comune, ispidi di relitti polverosi. Enorme, un lampadario a molti bracci di stagno scuro penzola dal soffitto, e dondola piano piano.
Sono sdraiato in un angolo del letto lungo e giallo e non ne occupo che un terzo con il mio corpo. Ci sono momenti nei quali la stanza illuminata dalla luce gialla del lampadario mi scompare dagli occhi e, allora, nella profondo torpore del pensiero, sento soltanto il ritmo intenso e sereno del respiro che solleva regolare il mio petto. Il respiro di tutte le cose prosegue in armonia con questo ritmo.
Il tempo stilla con il sibilo nauseante della lampada a petrolio. I vecchi mobili cigolano e scricchiolano nel silenzio. Nella profondità della stanza mi sbirciano e complottano ombre aguzze, storte e monche. Allungano il collo e mi osservano da dietro le spalle. Non mi volto. E perché poi? Se solo le guardo, tornano di nuovo silenziose al loro posto, soltanto il pavimento da qualche parte scricchiola e il vecchio armadio cigola. Tutto torna quieto, invariato, come era prima. E di nuovo il silenzio, il vecchio lampadario mitiga la sua noia con un sibilo assonnato.
Grandi blatte nere stanno ferme immobili e guardano incantate la luce. Sembrano morte. All’improvviso quegli scafi piatti senza testa cominciano a correre con un incredibile passo di granchio e tagliano il pavimento in diagonale. Dormo e mi sveglio, poi di nuovo mi addormento e continuamente, con pazienza, lotto per guadare attraverso i cespugli malati dei fantasmi e dei sogni. Si intrecciano, si impigliano e si muovono con me quei grovigli biancastri, morbidi, rigogliosi, sono come pallidi notturni germogli di patate in cantina, come mostruose escrescenze di muffe malate. Fuori nel mondo è forse già primavera. Non so quanti giorni e notti siano passati da allora… Ricordo quell’alba grigia e pesante di un giorno di febbraio, quella purpurea processione di baccanti. Attraverso quali pallide notti di bagordi, quali parchi lunari suburbani io non corsi loro dietro, ammaliato come una falena dal sorriso di Undula. E ovunque la vedevo tra le braccia dei danzatori, abbandonata e reclinata in estasi,
Undula in sottoveste nera e culotte, Undula accaldata, con gli occhi ardenti celati dietro al pizzo nero di un ventaglio. E così la seguii con una dolce, fervida frenesia nel cuore, fino a che le mie gambe stravolte non vollero più reggermi e il carnevale mi sputò fuori, mezzo morto, in una strada vuota, nella densa oscurità di prima dell’alba. Poi ci fu quel cieco vagare con il sonno sulle palpebre e su certe vecchie scale ripide che salivano scomode per molti piani bui, esplorazioni attraverso lo spazio nero della soffitta, un arrampicarsi per aria sopra soppalchi che barcollavano nelle scure raffiche di vento, finché fui finalmente assorbito da quel silenzioso, familiare corridoio, quando mi trovai all’ingresso dell’appartamento della mia infanzia.
Abbassai la maniglia e con un oscuro sospiro si aprì la porta nell’appartamento. Mi avvolse l’odore di quegli interni dimenticati; dalla profondità dell’appartamento emerse in silenzio Adela, la domestica di un tempo, calcando silenziosa le suole di velluto delle pantofole. Come era diventata bella durante la mia assenza, come erano bianche e perlacee le sue braccia sotto l’abito nero sbottonato. Non era per nulla stupita del mio arrivo dopo così tanti anni; era assonnata e brusca. Scorsi anche le sue gambe snelle dal profilo di cigno che si allontanavano nella nera profondità dell’appartamento.
Nella semioscurità trovai a tentoni un letto disfatto e con gli occhi impastati di sonno sprofondai col viso tra i cuscini. Un sonno sordo mi passò sopra come un carro pesante carico di polvere di oscurità e mi cosparse completamente di tenebra. Allora la notte invernale cominciò a costruire le sue mura con i mattoni scuri del nulla. Gli spazi infiniti si raddensarono in una roccia sorda e cieca, una massa pesante, impenetrabile che s’insinuava tra gli interstizi delle cose e allora il mondo si pietrificò nel nulla. Come si fa pesante il respiro in una stanza incalappiata dalle tenaglie di una notte d’inverno. Attraverso i muri e il soffitto si sente la pressione di migliaia di atmosfere di buio. L’aria è sterile e priva di nutrimento per i polmoni. La fiamma della lampada è ricoperta da muffe scure. Il battito si fa leggero e debole. Noia, noia, noia.
Da qualche parte, nella solida massa della notte, solitari passanti camminano con le lanterne nei corridoi neri dell’inverno. Mi sembra che mi giungano le loro vacue conversazioni, chiacchiere apatiche, monotone. Undula, Undula riposa nel suo letto profumato tra le braccia di un sonno pesante che succhia via da lei la memoria di tutte le orge e le follie. Esile e morbido il suo corpo, liberato dalla tensione della sottoveste, delle mutandine e delle calze, viene accolto dall’oscurità come un enorme orso peloso che da sopra la chiude tra le sue quattro zampe gigantesche e coglie le sue membra bianche e vellutate in un unico dolce e morbido boccone, sul quale ansima con la sua lingua purpurea.
E lei, ignava, gli occhi perduti in sogni lontani, impotente, si lascia divorare da quell’oscurità, per le sue vene rosee scorrono le vie lattee delle stelle, bevute dagli occhi durante quelle vertiginose notti carnascialesche. Undula, o Undula, o Undula, tu sospiro dell’anima verso il regno dei felici e dei perfetti! Come si allargava la mia anima in quella luce quando io, umile Lazzaro, stavo sulla tua soglia lucente. Grazie a te, in un febbrile brivido di piacere, ho conosciuto la mia miseria e la mia bruttezza nella luce della tua perfezione. Come era dolce leggere in un solo lampo dei tuoi occhi la sentenza della mia definitiva condanna e con umiltà profondissima obbedire a un cenno della tua mano che mi bandiva dalle vostre tavole in festa. Avrei dubitato della tua perfezione se ti fossi comportata altrimenti.
Adesso è giunto il tempo ch’io ritorni nel mio alambicco da cui sono uscito malriuscito e deforme. Vado ad espiare fino in fondo l’errore del Demiurgo che mi ha creato. O Undula, o Undula! Presto mi dimenticherò anche di te, luminoso sogno di quel regno. Si avvicina l’ultima oscurità e l’orrore dell’alambicco. Il lampadario distilla noia e sibila la sua monotona cantilena. Mi sembra quasi di aver sentito quella stessa nenia molto tempo fa, da qualche parte, agli albori della vita quando, neonato malaticcio e indolente che ero, strillavo e mi lamentavo per intere notti fatte di lacrime. Chi mi chiamò allora e mi portò indietro quando io cercavo a tentoni la strada di ritorno verso il primordiale materno nulla? Come fuma la lampada. I bracci grigi del candelabro si sono estesi come un polipo sul soffitto. Le ombre complottano e mormorano. Silenziose le blatte attraversano il pavimento giallo. Il mio letto è così lungo che non scorgo l’altra sponda. Sono indiscutibilmente malato, gravemente malato e com’è amara e ripiena d’orrore la strada per l’alambicco. Fu allora che questo ebbe inizio. Quei monotoni, futili dialoghi con il dolore mi avevano annoiato a morte. Gli contesto continuamente che io, in quanto puro intelletto, non mi riguarda. E mentre tutto il resto sempre più si confonde e si ingarbuglia, sento sempre più chiaramente come il lui sofferente si separi dal me che guardo. Ma ecco che allo stesso tempo avverto un leggero solleticante terrore.
La fiamma della lampada brucia sempre più bassa e scura. Le ombre allungano i loro colli di giraffa fino al soffitto e vogliono vederlo; ma io lo nascondo con cura sotto la coperta. E’ come un embrione informe, senza viso, occhi e bocca ed è nato per soffrire. Della vita conosce soltanto tutte le forme e le bizzarre creature della sofferenza che incontra nella profondità della notte in cui è immerso. I suoi sensi sono rivolti all’interno e avidamente si appropriano del dolore in tutte le sue forme. È lui che ha preso su di sé le mie sofferenze. A volte è soltanto una grande, gonfia vescica di pesce attraversata in superficie da venuzze pulsanti di sofferenza. Perché piangi e strilli senza sosta per tutta la notte? Come posso alleviare la tua sofferenza, figlioletto mio? Che devo fare con te, come ti aiuto? Ti contorci, fai il broncio e ti dimeni, non senti e non capisci la lingua umana, eppure strilli ed esprimi il tuo monotono dolore per tutta la notte. Adesso sei come una bobina di cordone ombelicale arrotolato e pulsante… La lampada deve essersi spenta mentre sonnecchiavo. C’è buio e silenzio. Nessuno piange. Non c’è dolore. Da qualche parte lontano, lontano nella profondità del buio, da qualche parte oltre il muro, le grondaie borbottano. Dio! E’ il disgelo!... gli spazi della soffitta riecheggiano sordi come una scatola di enormi strumenti musicali. Nella solida roccia di questo nero inverno doveva essersi formata la prima incrinatura. Enormi blocchi di oscurità si sciolgono sulle pareti e si sbriciolano. L’oscurità si riversa come inchiostro dalle spaccature dell’inverno, borbotta nelle grondaie e negli scarichi. Dio, arriva la primavera…
Là, nel mondo, la città piano piano si libera dalle catene dell’oscurità. Il disgelo sprigiona casa dopo casa spaccando il muro di pietra dell’oscurità. Oh, potessi ancora recuperare con il petto il respiro buio del disgelo, oh, potessi sentire sul viso quei teli scuri, umidi di vento che spazzano le strade. Le piccole fiammelle dei lampioni sugli angoli delle vie vengono assorbite dallo stoppino e si fanno azzurre quando accanto a loro si riversano in volo i teli purpurei di vento. Oh, potessi svignarmela ora e fuggire e lasciarlo qui da solo, per sempre, con il suo dolore eterno … Ma quali infime tentazioni mi sussurri all’orecchio, tu, vento del disgelo? Ma in quale parte della città può essere questo appartamento? Dove guarda quella finestra con la persiana inchiodata? Non riesco a ricordare la strada dove si trova l’appartamento della mia infanzia. Oh, se soltanto potessi guardare dalla finestra, inalare il respiro del disgelo…
(traduzione dal polacco di Irene Salvatori)