Franco Melidoni, da “figlio di Totò” a dirigente dell’Alitalia

Dopo il ruolo di Peppeniello nel film di Mattoli, ha lasciato il mondo del cinema per lo studio, ma senza alcun rimpianto: "Il ricordo di 'Miseria e nobiltà' è bellissimo ma sono sempre stato contento della mia scelta. Ho fatto un lavoro che mi appassionava"

Immagine di Franco Melidoni, da “figlio di Totò” a dirigente dell’Alitalia
Peppeniello ha da poco superato in gran forma gli ottanta, eppure anche noi come centinaia di persone che ha incontrato nel corso della vita non abbiamo resistito alla tentazione di fargli ripetere: “Vincenzo m’è padre a me!”. Ci sono biografie ricordevoli per un’esperienza consumata in una scheggia di tempo, per un episodio o una frase, anche se possono vantare molte altre cose. Come nel caso di Franco Melidoni: così si chiama il Peppeniello del celeberrimo film “Miseria e nobiltà” di Mario Mattoli, tratto dalla commedia di Eduardo Scarpetta e portato al successo nel 1954 da un cast smagliante su cui Totò rifulgeva. Se la cavò magnificamente anche quell’attore di otto anni, nel ruolo del tribolato figlio di Felice Sciosciammocca, che scappa di casa e finge di avere per padre il cameriere del ricco cuoco Semmolone. Nel lieto fine, un generale scioglimento degli equivoci ricongiungerà parecchi cuori e Peppeniello riabbraccerà i veri genitori.
Come diventò Peppeniello?
La mia era una famiglia di artisti teatrali. Mio nonno Alfredo era amico di Scarpetta, che lo aveva autorizzato a rappresentare tutte le sue commedie al di fuori di Napoli e di Roma, perciò con la sua compagnia era sempre in giro per l’Italia. Ecco perché mio padre, battezzato Alfredo anche lui, nacque a Crotone e la zia Giulia, che in “Miseria e nobiltà” recita la parte della mia vera mamma, fu partorita a Genova, anzi a Sampierdarena che all’epoca era comune a sé. Un giorno a Milano venne il regista Mattoli e ingaggiò per “Miseria e nobiltà” Dolores Palumbo, che recitava con mio padre: fu pattuito per la nostra compagnia un fermo retribuito per il periodo in cui lei sarebbe stata impegnata nel film, e poiché cercavano anche un bambino, i miei genitori mi portarono alla selezione che si tenne a Roma negli studi Ponti De Laurentiis.
Come andò il provino? La presero subito?
Arrivammo da Milano dopo un viaggio notturno in terza classe. Ricordo che Totò e Mattoli chiamavano un bambino dopo l’altro, e qualcuno aveva pure preparato una poesia. Poiché mi ignorarono mia madre decise di andarcene, ma proprio in quel momento arrivò l’aiuto regista, mi squadrò e annunciò che mi sceglievano per il ruolo. Credo giocasse a mio favore anche l’aspetto sfinito che avevo dopo una notte in treno e la lunga attesa del provino. Sembravo veramente il povero figlio di Sciosciammocca.
Fu emozionante lavorare con Totò? Cosa le è rimasto più impresso?
Forse ero troppo piccolo per emozionarmi. Posso confermare che Totò partiva dal copione ma improvvisava le battute: l’abilità degli attori consisteva nel non fermarsi e andare a braccio con lui. Intanto, mi avevano iscritto in quarta elementare all’Istituto Froebeliano di Napoli, così concordammo che un autista della produzione una volta alla settimana avrebbe recapitato da Roma i miei compiti alla maestra e me li avrebbe riportati corretti assieme ai nuovi da fare.
Quanto guadagnò?
Una somma che ci parve enorme: cinquecentomila lire. All’epoca gli attori di teatro erano pagati seicento, settecento lire al giorno.
Perché non proseguì nel cinema?
Mi aveva chiamato anche Vittorio De Sica per interpretare ne “L’oro di Napoli” Gennarino, il bambino del portiere con cui gioca a carte il conte Prospero, ma mamma non volle perché desiderava che io, unico figlio, mi dedicassi agli studi mentre la recitazione me ne avrebbe distolto.
E dunque?
Finii per laurearmi in Ingegneria e fui assunto in Alitalia dove ho fatto tutta la carriera, da caposcalo a dirigente. Trentasei anni di servizio fino al 2002, quando andai in pensione.
Rivide più Totò?
Una volta fuori all’aeroporto di Fiumicino, mentre aspettava qualcuno nella sua Cadillac fiammante con l’autista. Stava fumando una sigaretta con lo sportello aperto e ormai non ci vedeva quasi più. Mi avvicinai e gli dissi: “Principe, sono Peppeniello”. Mi abbracciò stupito: “Guaglio’, comme te sì fatto gruosso… fatti dare un bacio”. Rividi pure Sophia Loren che in “Miseria e nobiltà” faceva Gemma, la ballerina figlia del cuoco. C’incontrammo all’Hotel Excelsior di Napoli e mi regalò una fotografia con dedica, che naturalmente conservo ancora.
Ha mai rimpianto di non avere proseguito con il cinema?
No, il ricordo di “Miseria e nobiltà” è bellissimo ma sono sempre stato contento della mia scelta. Ho fatto un lavoro che mi appassionava.
I momenti più belli?
Quando ero caposcalo a Luanda, in Angola, e scendendo sul lungomare pensavo a quello di Napoli. O quando lavoravo con gli americani facendo periodicamente un volo sul loro C-130 che partiva dall’aeroporto di Capodichino per la base di Diego Garcia, dove si sostava una notte e si ritornava.
Cosa fa adesso?
Lunghe passeggiate. Guai a fossilizzarsi in casa.
Ha figli?
Uno a Genova, dirigente di Costa Crociere; l’altro a Sydney è ingegnere meccanico e collabora ai progetti della Tesla.
Nostalgie?
Certe belle feste della Napoli di un tempo: per esempio quella di San Vincenzo, il “Monacone”, che era un grande evento canoro del Rione Sanità. Ricordo di avervi conosciuto anche il guappo Luigi Campolongo che ispirò a Eduardo la famosa commedia. Ma all’epoca i guappi facevano i pacieri, ci si rivolgeva a loro per appianare piccole discordie. Ora è tutto cambiato, quei tempi sono finiti e non possono tornare.