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Per Marx la Russia degli zar era il male. Ma non ditelo a Putin
Bastione della conservazione e dell’autoritarismo, nemico delle aspirazioni democratiche dei popoli, per il filosofo tedesco l’impero russo era un gigante aggressivo. Stalin censurò parte delle opere di Marx ed Engels e condannò a morte il suo studioso più celebre
22 GIU 26

Lavoratori russi sfilano nella parata annuale del Primo Maggio a Mosca (foto Getty)
Marx odiava la Russia e i suoi zar. Odiava la prepotenza con la quale Mosca minacciava i vicini e l’Europa. La odiava in quanto bastione della conservazione e dell’autoritarismo, nemico giurato delle aspirazioni democratiche e di indipendenza dei popoli. Ne denunciava le ambizioni territoriali nei confronti dei vicini e l’ingerenza sistematica nella politica europea, a sostegno dei reazionari estremi (oggi diremmo delle destre estreme). Criticava, con veemenza fin esagerata, la debolezza dell’occidente nell’opporsi all’espansionismo e alla minaccia russa. Per lui l’impero zarista era un vero e proprio impero del male.
Stalin lo ripagò espurgando dalle Opere complete di Marx ed Engels pubblicate in Russia quelle in cui si sparlava del paese che pure aveva inventato il marxismo-leninismo. David Rjazanov, il primo direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca, lo studioso che più di chiunque altro aveva dedicato la vita a raccogliere gli scritti di Marx ed Engels, sarebbe stato prima esonerato e infine condannato a morte il 21 gennaio 1937 per “organizzazione trotskista opportunista di destra”. La sentenza fu eseguita il giorno stesso. Sarebbe stato riabilitato, e la pubblicazione delle opere proibite ripresa, solo sotto la glasnost di Gorbaciov.
Tra le opere incriminate, quella più ostica sono le Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, un pamphlet scritto nel 1856, quando era ancora in corso la guerra di Crimea che vedeva Inghilterra e Francia alleate alla Turchia ottomana, contro l’aggressione russa. Dalla sala di lettura del British Museum, dalla sua postazione fissa di lavoro, Marx aveva accesso non solo ai classici dell’economia politica ma a tutta l’immensa collezione di libri e documenti manoscritti. Fu lì che si imbatté – “I came across”, avrebbe raccontato lui stesso – nella raccolta di corrispondenza diplomatica settecentesca che includeva le lettere e i dispacci riservati inviati a Londra dagli ambasciatori britannici alla Corte di San Pietroburgo, dai tempi di Pietro il Grande in poi. Non era solo la curiosità incontenibile dell’erudito onnivoro. La distrazione dal lavoro per Il Capitale gli serviva per il lavoro giornalistico, su cui campava, e per la polemica politica.
Per il filosofo tedesco la bestia nera era Pietro il Grande, lo zar che aveva cercato di “europeizzare” la Russia. E anche il preferito di Vladimir Putin
Il giudizio di Marx sull’impero zarista è assolutamente impietoso. Non lo vede solo come una forma di dispotismo asiatico, alla stregua dell’impero cinese, dell’impero turco e di altre società “idrauliche” orientali, fondate su un’immensa burocrazia e il lavoro di masse enormi di esseri umani ridotti in servitù. Per lui si tratta di un impero non solo assolutista ma aggressivo. Tanto più aggressivo quanto più cerca di modernizzarsi. La sua bestia nera è Pietro il Grande, lo zar che aveva cercato di “europeizzare” la Russia. Perché l’altra faccia, quella cattiva, dell’europeizzazione della Russia è la russificazione dell’Europa.
La scelta dello zar Pietro il grande di trasferire nel 1712 la capitale da Mosca a San Pietroburgo avrebbe fatto, secondo Marx, parte di un disegno epocale: non solo “civilizzare”, modernizzare, la Russia (che allora l’occidente chiamava ancora Moscovia), ma trasformare un paese mezzo-asiatico, prigioniero nella sua massa di terra, nella massima potenza del Baltico. Marx cita l’italiano Algarotti: “San Pietroburgo è la finestra dalla quale la Russia può spaziare sull’Europa intera”. Così come le continue guerre contro i turchi avrebbero avuto come obiettivo ultimo, non solo il controllo del mar Nero, degli sbocchi di tutti i grandi fiumi russi, e di tutti i Paesi che vi si affacciano, ma la riconquista alla cristianità ortodossa di Costantinopoli, aprendo attraverso gli Stretti alle flotte russe la strada per il Mediterraneo.
Pietro il Grande voleva insomma far grande la sua Russia. Alla maniera in cui Putin vuol fare grande la sua Russia (non caso Pietro il grande è il suo zar preferito). Non diversamente da come Stalin voleva far grande la sua Unione sovietica (e ci riuscì pure). E un po’ come Donald Trump vorrebbe fare grande la sua America. Facendo il cattivo. Col pugno di ferro contro il dissenso all’interno. Intimidendo alleati e stati vicini. Facendo cassa a man bassa dei soldi altrui. Usando spregiudicatamente le tecnologie, il savoir faire, il know how dell’occidente, la diplomazia, la complicità inconfessata, talvolta persino la flotta britannica.
Almeno una cosa però Pietro la fece molto meglio di Trump. Attirare manodopera, e, soprattutto, cervelli stranieri. Pagandoli bene. Trattandoli con meno disprezzo di come Stalin trattava la sua Internazionale comunista, e la manipolò a esclusivo interesse della Russia. Caterina II si era accattivata il meglio dell’intellighenzia illuminista d’Europa (gente del calibro di Voltaire e Diderot). Fu un napoletano a conquistarle la Crimea e costruirle Odessa. Nell’impadronirsi delle province baltiche, lo zar Pietro si impossessò immediatamente di quel che gli serviva. “Gli diedero non solo i diplomatici e i generali, i cervelli con cui esercitare la sua azione politica e militare sull’occidente, ma anche, allo stesso tempo, uno stuolo di burocrati, insegnanti, istruttori che addestrassero i russi a una parvenza di civiltà che gli consentisse di usare gli strumenti della tecnologia occidentale, senza però impregnarli delle loro idee” (Marx). Pietro stesso aveva fatto, sotto mentite spoglie, l’apprendista nei cantieri navali olandesi, e poi nei dockyards della Royal navy in Inghilterra, portandosi dietro, al ritorno in Russia, una caterva di ingegneri, carpentieri, esperti di navigazione. Pietroburgo fu progettata da architetti italiani, costruita da maestranze tedesche.
Lo zar preferito da Stalin, si sa, non era il settecentesco Pietro ma il cinquecentesco Ivan, detto il terribile. In una lunga digressione finale del suo opuscolo, Marx rintraccia il Dna del metodo con cui gli zar avevano reso grande la loro Moscovia, liberandola da due secoli di giogo e tributo tartaro, durato dal 1237 al 1462. Ivan e i suoi predecessori avevano indebolito i khan dell’Orda d’oro e di Crimea facendo finta di servirli, corrompendoli con lo stesso denaro che sottraevano loro dopo essersi aggiudicati l’esazione dei tributi. Un vero e proprio capolavoro era stato associare al trono di Mosca la Chiesa ortodossa. Avevano prima usato, e poi giustiziato i propri boiari. Avevano messo l’uno contro l’altro, e poi eliminato uno dopo l’altro i principati russi concorrenti, e infine schiacciato Novgorod, l’ultima repubblica russa indipendente. “Se la prima condizione per la grandezza moscovita era rovesciare il giogo tartaro, la seconda era rovesciare la libertà russa”.
La ragione sociale della Russia di Nicola I, per Marx, è estendere il dispotismo all’Europa. Schiacciare ogni velleità rivoluzionaria, operaista, riformista, democratica. Nella foga della polemica la sua russofobia assume persino intollerabili tratti razzisti, circa la propensione dei popoli slavi alla servitù. Si estende all’antipatia viscerale verso i rivoluzionari russi, suoi rivali alla guida della Prima Internazionale. I suoi eroi sono i nazionalisti polacchi in lotta contro il dominio russo. E’ un uomo dei suoi tempi. I suoi giudizi e pregiudizi hanno radici anche in una profonda corrente intellettuale antirussa che percorreva l’Europa del suo tempo. C’è, tra gli studiosi, chi ha sottolineato le analogie con il bestseller La Russia nel 1839 del francese marchese De Custine, che sua volta ricalcava la denuncia della spaventosa arretratezza russa di un viaggiatore tedesco ai tempi di Ivan in Terribile, Sigismund von Herberstein. L’opinione pubblica europea era ancora sotto shock per l’aiuto fornito dalla Russia all’Austria per schiacciare le rivoluzioni del 1848 nonché, prima ancora, dall’immagine dei cosacchi che si erano accampati a Berlino durante la Guerra dei sette anni, e a Parigi dopo la sconfitta di Napoleone. La russofobia era potentemente alimentata dalle numerose e popolarissime narrazioni ottocentesche sui vampiri slavi che sarebbero culminate nel capolavoro Dracula di Mary Shelley in cui il mostro si trasferisce dai Carpazi a Londra (un compendio insuperato in Dracula and the Eastern Question: British And French Vampire Narratives of the Nineteenth-century Near East di Matthew Gibson, Palgrave MacMillan, 2006).
Marx ed Engels, in occasione della guerra di Crimea, si schierarono senza se e senza ma a favore dell’intervento occidentale contro la Russia
Va da sé che Marx ed Engels, in occasione dell’episodio clou della “questione orientale”, la guerra di Crimea, si schierassero, senza se e senza ma, a favore dell’intervento occidentale contro la Russia. Prendessero le parti dell’impero turco, che pure non era un esempio di progresso e democrazia. “La Russia è decisamente una nazione conquistatrice […] Se lasciamo che la Russia si impadronisca della Turchia, diverrebbe superiore a tutto il resto dell’Europa messa insieme. Un evento del genere rappresenterebbe una calamità indicibile per la causa rivoluzionaria. […] Gli interessi della democrazia e dell’Inghilterra in questo caso coincidono. Né l’una né l’altra possono consentire che lo zar faccia di Costantinopoli una delle sue capitali”. Così Engels in un articolo scritto su richiesta di Marx per l’americana Tribune.
L’opuscolo ancor più violentemente antirusso sulla Diplomazia segreta fu invece rifiutato sia dai giornali americani che da quelli tedeschi e inglesi. Ma Marx ci teneva, al punto che finì per pubblicarlo su uno dei giornali del deputato conservatore, anti democrazia parlamentare e anticartista, David Urquhart. Non lo ripubblicò più quando era in vita. A farne un’edizione postuma, nel 1899, fu la figlia Eleanor. Negli ultimi anni di vita Marx aveva temperato le posizioni russofobe. Si era messo a studiare in tarda età il russo. Leggeva in originale i grandi romanzi russi. C’è chi sostiene che si era convertito all’idea che qualcosa di buono, di progressista e rivoluzionario potesse venire anche dalla Russia e dal suo comunismo agrario primitivo. Le numerose bozze della risposta alla terrorista populista russa Vera Zasulich, diventata celebre per aver sparato al governatore zarista di Pietroburgo, che gli chiedeva se ritenesse possibile una rivoluzione socialista in Russia testimoniano un tormento vero, profondo. La lettera fu spedita, ma con la richiesta alla Zasulich di non renderla pubblica. Né acconsentì mai che fosse pubblicata mentre era in vita. Sarebbe stata poi usata per giustificare la rivoluzione del 1917. Ma questa è un’altra storia.
Fermiamoci alla guerra di Crimea. Impressionanti sono le somiglianze, le analogie con i conflitti di oggi. Non solo e non tanto per le operazioni militari, che si estendevano ben oltre la penisola e i territori oggi contesi tra Russia e Ucraina, a tutti i territori che si affacciano sul Mar nero, agli sbocchi di tutti grandi fiumi che vi sfociano dall’Europa e dalla Russia, fin su su a Nord alle coste del Baltico (dove oggi la Russia confina con la Nato), fin giù giù a Est sul Caucaso e ai confini della Persia. All’origine del conflitto ci fu anche allora la Terra santa, la pretesa dello zar di ergersi a unico protettore della cristianità ortodossa a Gerusalemme e nell’intero impero ottomano. Pretesa contestata dalla Francia di Napoleone III, che si arrogava invece il diritto di proteggere i cattolici e la Chiesa latina. Strano a dirsi, ma nel medio oriente di allora ad odiarsi, e talvolta a massacrarsi, non erano musulmani e cristiani, tanto meno musulmani ed ebrei, ma cristiani contro altri cristiani. A far da paciere era l’impero turco, multietnico e multireligioso. Ogni millet, ogni nazionalità aveva i propri tribunali e le proprie prigioni, le proprie scuole e i propri ospedali, le proprie organizzazioni per l’assistenza agli anziani, ai poveri e agli infermi. Ciascuna raccoglieva le tasse per il proprio fabbisogno e quelle da versare al sultano. Ad aizzare una comunità contro l’altra, una confessione religiosa contro l’altra, erano invece le grandi potenze europee e la Russia.
Fu così che finirono impegolati in una guerra che non avrebbe dovuto essere la loro. La scusa era impedire il collasso dell’impero ottomano, evitare che venisse spezzettato dall’espansionismo russo. Più tardi, con la Prima guerra mondiale, la guerra che nelle intenzioni dichiarate avrebbe dovuto “mettere fine a tutte le guerre”, Inghilterra e Francia il Medio oriente se lo sarebbero diviso tra di loro, secondo sfere d’influenza arbitrarie, inventando di sana pianta nuovi regni dai confini tracciati col righello sulla carta geografica. Dando inizio alle “guerre senza fine” degli ultimi cento anni.
La guerra di Crimea doveva essere un blitzkrieg, e invece si protrasse per anni, con alterne vicende sul campo. Le analogie con il presente sono impressionanti
Nelle intenzioni, la guerra di Crimea avrebbe dovuto essere breve. E invece, come succede a tutti i blitzkrieg, si protrasse per anni, con alterne vicende sul campo. Avrebbe dovuto essere pulita, oggi si direbbe chirurgica. Era la prima guerra tecnologica, in cui si fece uso di ritrovati bellici moderni tipo le munizioni navali esplosive, il telegrafo, il trasporto truppe in ferrovia. E invece le truppe furono decimate dalle malattie, nelle trincee, in assedi interminabili come quello di Sebastopoli, le città e la popolazione civile in bombardamenti e saccheggi. Per finire, dopo inenarrabili sofferenze, praticamente al punto di partenza.
Ancora più impressionanti sono le analogie con l’intensissimo, lunghissimo lavorio diplomatico con cui si cercò di evitare il conflitto, dissuadere l’avversario prima che iniziassero le ostilità. Austria e Prussia, che avevano il confine più lungo e combattuto con la Russia, ne restarono fuori, malgrado le fortissime pressioni. Francia e Inghilterra riuscirono però a tirar dentro ad un certo punto anche il Regno di Sardegna, che con la Russia non confinava affatto. Cavour mandò 15.000 bersaglieri, comandati da Lamarmora, a rimediare alle decimazioni subite dalle truppe anglo-francesi e turche, in cambio della promessa che gli dessero poi una mano a recuperare il Lombardo-veneto dagli austriaci. I negoziati continuarono ininterrottamente durante la guerra, con alti e bassi, manovre, giravolte, retromarce, furbizie, contrordini, temporeggiamenti da fare invidia ai negoziati che si protraggono senza fine su Medio oriente e Ucraina. Era un cessate il fuoco mai. Tutto quello che vi venisse voglia di sapere sulla diplomazia infinita attorno alla guerra di Crimea nel profetico Why the Crimean War? A Cautionary Tale, di Norman Rich (McGraw-Hill, 1991). Ammonimenti (caution) per l’attualità che conservano validità a 35 anni di distanza.
Ogni volta che sembrava ci si stesse per accordare su quasi tutti i quattro o cinque punti principali della contesa, ne rispuntava uno nuovo, o si riapriva un punto già concordato. Proseguirono senza fine, con l’alternarsi di proposte e controproposte, anche a guerra finita. Il trattato di pace, firmato, dopo faticosissime trattative, a Parigi nell’aprile del 1856, resse lo spazio di un mattino. Il plenipotenziario francese, Françoise-Adolphe de Bourqueney, ebbe ad osservare che, per chiunque leggesse il trattato era impossibile determinare chi fosse il vincitore e chi il vinto.
La Turchia si tenne gli Stretti, concedendo però libertà di navigazione a tutti in tempo di pace. Gli europei ottennero libertà di navigazione e accesso al Mar nero dal Danubio. La Russia aveva fatto un’unica concessione territoriale, il ritiro da Bessarabia e Moldavia, e dai principati danubiani, che aveva strappato in precedenza ai turchi, e si unificarono dando vita alla Romania. La cosa prometteva vantaggi commerciali per tutti. Ma mal ne incolse per gli ebrei che avevano sino ad allora prosperato in quelle contrade multietniche alle foci del Danubio. Qualcuno ci va sempre di mezzo, anche nelle paci. Furono costretti ad andarsene. Di quella civiltà perduta ha raccontato splendidamente Elias Canetti, ormai riparato in occidente, nel suo La lingua salvata. Io, molto più pedissequamente, nel romanzo familiare Spie e zie, del come mio nonno Siegmund, impossibilitato a esercitare il mestiere di avvocato in Romania, perché ebreo, trovò invece rifugio, grazie al fatto che aveva conservato la cittadinanza ottomana, in direzione opposta, a Istanbul.