Adinolfi su De Luca: bene l’inciampo necessario del pensiero

“Non voglio entrare in modo polemico nella decisione, ma insistere sulla necessità di favorire la discussione, il confronto intellettuale, il dibattito delle idee. Tutto va fatto meno spegnere il confronto o avere timore del dissenso”, dice il filosofo dopo l'esclusione dello scrittore dal Festival Salerno Letteratura per le sue parole su Gaza

4 GIU 26
Immagine di Adinolfi su De Luca: bene l’inciampo necessario del pensiero

Foto Ansa

"Se Erri De Luca vorrà accettare, lo invito pubblicamente a Campania Libri Festival”, dice subito il filosofo Massimo Adinolfi, che ne è direttore. Sul tema della revoca dell’invito, che appare a tutti come una censura in base a una difformità di pensiero su un tema pur incandescente come quello di Gaza e del “sionismo”, il professor Adinolfi ha idee chiare: “Non voglio entrare in modo polemico nella decisione presa da due persone che conosco e di cui stimo il lavoro, Gennaro Carillo e Paolo Di Paolo, ma voglio insistere sulla necessità di favorire la discussione, il confronto intellettuale, il dibattito delle idee. Tutto va fatto meno spegnere il confronto o avere timore del dissenso”. Secondo gli organizzatori è il particolare peso specifico di una “prolusione” ad aver determinato la scelta. “Questo è vero, e va tenuto nel giusto conto, non sarebbe stato un intervento come altri”. Ma l’esclusione di De Luca è legata all’interpretazione che lui dà di due termini difficili: sionismo e genocidio. Sono parole oggi scivolose, ma non è cancellandole che se ne esce. Io lo scorso anno ho invitato Paola Cariddi, di cui posso non condividere tutte le idee, ma il pensiero libero è sempre difficile da coltivare. Rifletto su questo: pensare è inciampare. Bisogna accertare l’inciampo del pensiero, di pensieri diversi. Anche se a me a fare inciampo è il quasi unanime coro di indignazione nei confronti di De Luca, molto più delle sue parole”. E’ semplicemente questione di libertà di parola? “No, non vorrei che tutto ciò suonasse come un semplice esercizio di tolleranza, oppure come una presa di distanza dalle parole di Erri De Luca. In molti, in troppi, hanno detto che quelle sue parole hanno fatto male. Io penso invece che fanno riflettere, e per ciò stesso fanno bene. Ha parlato di sionismo, dell’uso del termine genocidio. Non erano parole tese a sminuire quel che succede, ma a chiedersi come pensare, sotto quali categorie, quali pensieri o quali parole comprendere quel che succede”.
Sono oggi parole contese: ma le parole sono contendibili? “Lo sono. Lo sono sicuramente sul piano intellettuale, della storia delle idee, qualunque cosa si pensi sul piano politico. Entrambe le parole, sionista e genocidio, hanno conosciuto usi diversi, e nessuna riduzione di significato reca un buon servizio alla verità”. La maggiore pietra d’inciampo è la parola genocidio. “La contestazione sul suo uso non riguarda la qualificazione giuridica dei fatti (su cui si pronunciano giudici e corti). Riguarda la finalità con cui viene usata, che oggi è in molti casi quella della ferita da recare alla memoria e all’identità ebraica. Altrimenti perché non usare altre parole di altrettanta gravità? Di questo è convinto De Luca, e lo sono anche io. Il che non toglie nulla alla condanna dei crimini commessi a Gaza, né al giudizio su Netanyahu”. Togliere dalla sfera pubblica la voce di Erri De Luca, il non poterlo più “ospitare” è molto grave. “Sì, perché mi suona troppo neutrale. E’ orribilmente falso pensare che il sionismo sia stato prima un progetto colonialista e poi un progetto genocidiario. E’ falso e pericoloso, in clima di antisemitismo crescente. Ma sono sicuro che né Carillo né Di Paolo lo pensano. Si sono chiesti forse se il pensiero di De Luca li rappresentasse e si sono risposti di no. Ora non voglio dire che non condivido né condanno. Ma penso che fare un passo indietro, nella situazione in cui siamo, in cui è De Luca dopo la levata di scudi indignata di mezzo mondo, prende un significato che va molto al di là. Il dissenso è il cuore stesso della democrazia. E democrazia significa ospitalità, come diceva Derrida. Io sono in dissenso con chi vuole chiudere al dissenso, all’inciampo necessario del pensiero”.