L’epoca degli imperi digitali cambia il rapporto tra stati e mercato

Una compenetrazione tra pubblico e privato (nel segno delle nuove tecnologie) caratterizza ormai la gestione del potere. Un fenomeno non del tutto nuovo, che genera però cambiamenti radicali anche sul piano globale

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Foto Ansa

Nella visita di Stato compiuta dal presidente americano in Cina (13-14 maggio), Trump è stato accompagnato da Elon Musk (amministratore delegato di Tesla e SpaceX), Tim Cook (amministratore delegato di Apple), Jensen Huang (amministratore delegato di Nvidia), Larry Fink (presidente e amministratore delegato di BlackRock), Stephen Schwarzman (presidente, amministratore delegato e cofondatore di Blackstone), David Solomon (presidente e amministratore delegato di Goldman Sachs), Jane Fraser (amministratrice delegata di Citigroup), Kelly Ortberg (presidente e amministratore delegato di Boeing), Lawrence Culp Jr. (presidente e amministratore delegato di GE Aerospace), Cristiano Amon (presidente e amministratore delegato di Qualcomm), Ryan McInerney (amministratore delegato di Visa), Michael Miebach (amministratore delegato di Mastercard), Sanjay Mehrotra (presidente e amministratore delegato di Micron Technology), Brian Sikes (presidente e amministratore delegato di Cargill), Jacob Thaysen (amministratore delegato di Illumina), Chuck Robbins (presidente e amministratore delegato di Cisco), Jim Anderson (amministratore delegato di Coherent). Circa il 70 per cento della delegazione economica era riconducibile all’economia digitale o tecnologica; circa il 30 per cento proveniva dall’industria tradizionale, finanza classica o manifattura.
In passato, della delegazione del presidente americano per le visite all’estero facevano parte, secondo i protocolli della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il segretario di Stato, il consigliere per la Sicurezza nazionale, il capo di gabinetto della Casa Bianca, consiglieri diplomatici e strategici della presidenza, funzionari del Consiglio di Sicurezza nazionale, personale del Dipartimento di Stato, addetti stampa e responsabili comunicazione della Casa Bianca, agenti dello “United States Secret Service”, militari e “aides-de-camp” presidenziali, talora parlamentari o governatori, rappresentanti del commercio estero e del Tesoro. Nessun esempio è più eloquente di questo per illustrare la compenetrazione tra privato e pubblico che è ormai caratteristica del nuovo modo di agire degli esponenti della repubblica nordamericana.

La lezione della storia

Ma, prima di cercare di illustrare come operano i nuovi imperi privati o digitali, occorre fare un passo indietro per capire se si tratta di un fatto nuovo o se vi sono precedenti storici. Occorre cioè seguire l’insegnamento di Arnaldo Momigliano (1908-1987), perché, come ha osservato Salvatore Settis in un libro che contiene una serie di efficaci medaglioni di intellettuali scomparsi ed è un bell’esempio del modo in cui rapportare il passato al presente (Registro delle assenze. Profili e paesaggi, Milano, Salani Editore, 2024, pp. 65-66): “History is a re-interpretation of the past which leads to conclusions about the present” (“la storia è una re-interpretazione del passato che porta a conclusioni sul presente”), si legge in uno dei suoi studi più famosi, il veramente seminale Ancient History and the Antiquarian, che uscì nel 1950 sul Journal dell’Istituto Warburg. L’antica distinzione fra narrazione storica (diacronica e dinamica) e classificazione antiquaria (sincronica e statica) era a tutti nota, ma nessuno prima di lui aveva inteso che nelle dispute storiografiche in Europa dal Seicento in poi “the Age of the Antiquaries […] meant a revolution in historical method” (“l’età degli antiquari comportò una rivoluzione del metodo storico”).
Il passato è una miniera in cui si continua a scavare perché sono sempre nuove le domande che ad esso poniamo. Ma non è chiaro quanta parte del passato conosciamo e quanta parte è conoscibile. Ad esempio, di Voltaire, autore tanto noto, conosciamo poco le tragedie e le lettere e Fernand Braudel, indagando la civiltà materiale, ha scoperto una parte del passato che non era fino allora nota. Tutto dipende da quello che vogliamo sapere, ma anche dai nostri concetti e dai nostri pregiudizi: ad esempio, quando si affermò il concetto di Stato, tutta la realtà politica dell’antichità fu ricostruita in quei termini e si cominciò a parlare, per l’antica Grecia, di città-stato, e anche gli imperi vennero studiati come stati. Poi, il passato serve anche per inventare tradizioni, come mostrato in un bel libro di quarant’anni fa di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi 1987. Infine, ci sono il controllo del passato, come ha mostrato Giorgio Caravale in un libro intitolato proprio Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere, Bari- Roma Laterza, 2026 e la cancellazione del passato, su cui ha indagato Pierre Vesperini, Que faire du passé? Réflexion sur la cancel culture, Paris, Fayard, 2022.

Le compagnie delle Indie

Nel libro IV de La ricchezza delle nazioni (1776), Adam Smith dedica molte pagine alla Compagnia britannica delle Indie orientali, usando il suo caso come esempio dei danni prodotti dai monopoli commerciali concessi dallo Stato. Smith sostiene che il monopolio della Compagnia sulle rotte e sul commercio con l’India e l’Asia danneggiava la concorrenza, alzava artificialmente i prezzi e riduceva l’efficienza economica; i privilegi esclusivi concessi dalla Corona favorivano gli interessi privati degli azionisti invece dell’interesse generale britannico; una società commerciale privata non era adatta a governare territori immensi e popolazioni numerose, perché i dirigenti cercavano profitti rapidi più che buon governo; l’amministrazione della Compagnia in India produceva corruzione, cattiva gestione fiscale e sfruttamento delle popolazioni locali; i funzionari della Compagnia tendevano ad arricchirsi personalmente durante il servizio coloniale e poi a lasciare l’India senza preoccuparsi delle conseguenze economiche e sociali; il sistema monopolistico scoraggiava sia il commercio libero sia lo sviluppo produttivo delle colonie. Uno dei punti più noti della critica di Adam Smith è l’idea che nessuna nazione può trarre beneficio duraturo da un monopolio commerciale mantenuto con privilegi politici.
Smith vedeva quindi la Compagnia delle Indie orientali come una fusione pericolosa tra potere economico e potere politico: un’impresa privata che agiva quasi come uno Stato sovrano, con esercito, tassazione e amministrazione territoriale, ma senza adeguati controlli pubblici.

Morfologia del potere misto pubblico-privato

Il potere misto pubblico-privato odierno presenta caratteristiche diverse rispetto a quello delle compagnie coloniali, ma appartiene allo stesso genere. In primo luogo, nasce come un potere privato, un’impresa regolata dalle norme del diritto comune, ma cresce in una zona di immunità, nel senso di non essere sottoposto né a forme di controllo della concorrenza, né a regolazioni statali di settore o generali (un esame generale del tema è quello di Anu Bradford, Digital Empires. The Global Battle to Regulate Technology, Oxford Univ. Press, 2023). In secondo luogo, si sviluppa valendosi di importanti commesse pubbliche statali. In terzo luogo, svolge rilevanti funzioni pubbliche nel senso che opera per fini statali, fornendo, ad esempio, reti per esigenze di carattere militare. Infine, si afferma come proiezione mondiale di poteri nazionali e con soggetti che sono i primi nella storia a nascere con una dimensione mondiale.
I rapporti che così si creano tra governo nazionale e società private riflettono reciproche convenienze, per cui l’uno difende gli interessi dell’altro. Un esempio è costituito dalle richieste rivolte dal presidente degli Stati Uniti d’America all’Unione europea di attenuare la disciplina del settore digitale per facilitare l’azione delle “Big Tech”. L’interpenetrazione richiede anche una visibilità, assicurata ad esempio dalla composizione della delegazione degli Stati Uniti d’America nella visita di Stato compiuta in Cina.
Le culture nazionali sono ora costrette a modificare i propri canoni tradizionali relativi alla linea di distinzione tra pubblico e privato. Per fare questo, bisognerebbe seguire l’insegnamento di Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, a cura di Anna e Tullio Bagiotti, Torino, Utet, 2020, p. 553): “L’economia politica, considerata come un ramo della scienza dello statista o del legislatore”.
Infine, c’è l’asimmetria costituita dalla circostanza che i poteri digitali sono nati e cresciuti soltanto in due Stati del mondo e che questa distribuzione squilibrata influisce anche sui poteri degli stessi Stati. Gli Stati che, nelle relazioni internazionali, operano secondo un principio di eguaglianza, non sono più in tali condizioni perché solo due di essi possono valersi del regime privilegiato misto pubblico-privato.

L’anomia prodotta da questa nuova situazione

Questa situazione produce un effetto di anomia. L’“anomia” è un concetto sociologico che indica una condizione di assenza, indebolimento o disgregazione delle norme sociali condivise. Il termine deriva dal greco a-nomos (“senza legge”). Il concetto è associato soprattutto al sociologo francese Émile Durkheim (1858-1917), che lo sviluppò in opere come Il suicidio e La divisione del lavoro sociale. Per Durkheim, l’anomia si verifica quando le regole sociali diventano confuse o inefficaci; i valori comuni perdono forza; gli individui non sanno più quali limiti o aspettative seguire. Successivamente il sociologo statunitense Robert K. Merton (1910-2003) reinterpretò l’anomia come tensione tra obiettivi socialmente imposti (successo, ricchezza) e mezzi legittimi disponibili per raggiungerli. La modificazione che questo nuovo regime misto introduce è radicale per tre motivi.
Perché, come notato da Luisa Torchia (Potere digitale, Bologna, Il Mulino, 2026, p. 11), “il potere digitale ha natura poliedrica. E’ il potere che le grandi piattaforme tecnologiche esercitano nella sfera economica, sociale e politica, divenendo esse stesse poteri digitali. E’ il potere pubblico che si serve delle tecnologie per esercitare le funzioni tradizionali e per aggiungerne di nuove, o per competere con altri poteri pubblici per il dominio nella sfera globale. E’ il potere di influenza sulla società e sul modo in cui gli individui interagiscono singolarmente e collettivamente. E’ il potere che richiede la verifica e forse la ridefinizione di molti concetti che al potere sono indissolubilmente legati, come la sovranità, la libertà, l’autonomia, la legittimazione, la democrazia”.
In secondo luogo, perché incide su una linea di demarcazione che è alla base di tutti gli ordinamenti costituzionali occidentali, fondati sulla separazione tra pubblico e privato. Questo non vuol dire che non esistano, negli ordinamenti nazionali, formule miste (su questo tema vi è ora una ampia e accurata tesi di dottorato di Marie Cirotteau, Le pouvoir administratif des personnes privées, Éditions, Panthéon-Assas, 2025), ma non per ambiti così vasti e a livello sovranazionale, come quello che si è venuto a produrre nell’ultimo ventennio con la costituzione degli imperi digitali.
Infine, perché incide in vari modi sulla stessa democrazia, come dimostrato da Oreste Pollicino e Pietro Dunn, Intelligenza artificiale. Opportunità e rischi di disinformazione, Milano, Bocconi University Press 2024 e da Paolo Benanti, La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana, Bari-Roma, Laterza, 2026 (anche Sabino Cassese, Democrazie e poteri (privati) globali, in “Rivista trimestrale di diritto pubblico”, 2025, n. 3, p. 909 ss).

Il caso Guillou

Emblematico il caso del giudice francese Nicolas Guillou, membro della Corte penale internazionale (CPI). Guillou divenne noto al pubblico nel 2025, nel contesto delle forti tensioni internazionali seguite alla decisione della Corte di autorizzare, nella primavera di quell’anno, mandati d’arresto contro dirigenti israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu. Dopo tale iniziativa, tra maggio e giugno 2025 gli Stati Uniti adottarono misure sanzionatorie contro alcuni magistrati e funzionari collegati all’inchiesta, inserendo Guillou tra le persone colpite.
Formalmente le sanzioni consistevano nel congelamento di eventuali interessi economici sottoposti alla giurisdizione americana e nel divieto di rapporti con soggetti statunitensi. Tuttavia, durante l’estate e l’autunno del 2025, gli effetti concreti si estesero rapidamente all’intera vita digitale del magistrato. Diversi servizi collegati a società americane o dipendenti dai circuiti finanziari statunitensi sospesero o limitarono i suoi account: sistemi di pagamento elettronico, piattaforme di prenotazione, servizi online e operatori finanziari internazionali smisero di operare normalmente con lui. Anche alcune banche europee adottarono misure restrittive per evitare rischi legali legati alla normativa statunitense.
Nel novembre 2025 il caso assunse una dimensione internazionale dopo le dichiarazioni pubbliche di Guillou e la pubblicazione di articoli su quotidiani francesi come Le Monde. Il giudice descrisse la propria situazione come una forma di “esclusione digitale”, spiegando che le sanzioni non colpivano soltanto il patrimonio, ma la possibilità stessa di partecipare alla vita economica e tecnologica contemporanea. Il caso venne allora interpretato come un esempio concreto del potere extraterritoriale esercitato dagli Stati Uniti attraverso il controllo delle infrastrutture digitali e finanziarie globali.
Da quel momento la vicenda è diventata oggetto di discussione politica e accademica soprattutto in Europa, dove molti osservatori hanno visto nel caso Guillou una dimostrazione della vulnerabilità europea rispetto alle grandi piattaforme tecnologiche, ai sistemi di pagamento internazionali e ai servizi digitali dominati da imprese americane.
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, a cura di Anna e Tullio Bagiotti, Torino, Utet, 2020, pp. 899, 915 e 918.
“La protezione del commercio in generale è sempre stata considerata essenziale alla difesa della repubblica, e per questa ragione una parte necessaria del compito del potere esecutivo. Riscossione e impiego dei dazi generali doganali sono perciò sempre stati lasciati a quel potere. Ma la protezione di un ramo particolare del commercio è una parte della protezione generale del commercio; e quindi una parte del compito di quel potere; e se le nazioni si comportassero sempre in modo coerente, i dazi particolari esatti allo scopo di questa particolare protezione dovrebbero ugualmente essere lasciati sempre a sua disposizione. Ma sotto questo aspetto, e sotto molti altri, le nazioni non hanno sempre agito in modo coerente; e nella maggior parte degli stati commerciali d’Europa, particolari compagnie di commercianti hanno avuto l’abilità di persuadere il legislatore ad affidare loro l’adempimento di questa parte del compito del sovrano e tutti i poteri che vi sono necessariamente connessi. […] La vecchia Compagnia inglese delle Indie orientali fu istituita nel 1600 con una carta della regina Elisabetta. Sembra che nei primi dodici viaggi che essa fece verso l’India abbia commerciato come compagnia regolata, con capitali separati, sebbene soltanto nelle navi comuni della compagnia. Nel 1612, si costituì in società per azioni. La sua carta era esclusiva e, sebbene non confermata da un atto del parlamento, allora si supponeva che conferisse un vero privilegio esclusivo. Quindi per molti anni la compagnia non fu molto disturbata da intrusioni. […]. Dal 1708, o perlomeno dal 1711, questa compagnia, essendosi liberata da tutti i concorrenti e completamente consolidata nel monopolio del commercio inglese con le Indie orientali, svolse un commercio redditizio e coi profitti diede annualmente un modesto dividendo agli azionisti”.
Lina Malfona, La fine della Silicon Valley, Roma, Treccani, 2026, p. 187.
“L’impero immateriale – quindi adattivo, ibrido e flessibile di big corporation come Google, Meta e Apple – incarna il carattere proteiforme del potere nell’era digitale. Si tratta di poteri codificati da algoritmi, elaborati dagli stessi ingegneri creativi che si trovano ai vertici di queste corporation, e che sono più interessati a programmare che a disinnescare tali poteri”.
Mario Calise, Fortunato Musella, Digicrazia, Bari-Roma, Laterza, 2026, p. 147.
“Dalla corsa all’oro che in pochi anni ha partorito una nuova classe di tecnico-miliardari alla penetrazione delle amministrazioni pubbliche da parte delle aziende private, fino all’ascesa della cybersecurity come centro di comando statale in mano alle Big Tech. Questo modello vede oggi un formidabile moltiplicatore nell’alleanza sempre più stretta con l’inquilino della Casa Bianca, innestandosi su quel processo di costruzione della presidenza personale che ha trovato in Donald Trump una brusca accelerazione. Si stagliano sempre più inquietanti le sinergie funzionali tra la potenza degli algoritmi e i meccanismi dell’esecutivo assoluto che è diventato il principio guida del presidente americano. Ne abbiamo visto i presupposti ideologici nella crescita della tecnodestra come idealtipo aziendale onnipotente, congeniale e assimilabile ai pronunciamenti di Trump sul proprio mandato presidenziale legibus solutus. E ne abbiamo sperimentato alcune prime applicazioni pratiche nelle fulminee decapitazioni informatiche apportate dal Doge di Musk su alcuni dei settori più sensibili della burocrazia federale.
Tuttavia, lo snodo chiave dell’alleanza è nella espansione del connubio tra tecnologia ed esercito. Tutte le principali Big Tech hanno visto una crescita geometrica del loro intreccio con gli apparati militari, sia in termini di commesse che di infrastrutturazione hardware e software. Se un tempo si poteva parlare di un complesso militare-industriale basato su una consolidata attività di lobbying amministrativo e parlamentare, oggi ci troviamo di fronte a una ristretta élite autoreferenziale, forgiata dai rapporti diretti – e i comuni interessi privati – di un nucleo di oligarchi dell’AI con la presidenza personale blindata da Donald Trump.
Questa nuova élite tecnomilitare è emersa fragorosamente sulla scena mondiale scatenando le ostilità contro l’Iran. Il cuore di questa guerra lampo è rappresentato dal potenziamento dell’esercito americano con i più recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale, nelle valutazioni di intelligence, identificazione di bersagli e simulazione di scenari di battaglia. Un salto di efficienza e di scala degli interventi reso possibile dall’integrazione tra le ultime releases di Claude – l’LLM della società Anthropic – con Maven – il sistema gestionale delle informazioni del ministero della Difesa statunitense – per analizzare enormi quantità di dati, immagini satellitari e segnali provenienti da droni e sensori al fine di individuare obiettivi e coordinare operazioni militari in tempo reale”.
Dario Guarascio, Imperialismo digitale, Bari-Roma, Laterza, 2026, p. 266.
“Come l’accelerazione imposta dall’amministrazione Trump sta dimostrando, le istituzioni democratiche sono tra le prime vittime del complesso militare-digitale. La combinazione di privatizzazione degli spazi pubblici, stato di eccezione per quanto riguarda la gestione delle prassi securitarie (emblematico è il coinvolgimento di imprese digitali come Palantir nelle deportazioni di massa che l’amministrazione Trump sta portando avanti a danno dei migranti), tensioni geopolitiche e guerre riduce la già scarsa capacità delle istituzioni democratiche (e dei corpi intermedi che agiscono al loro interno) di mitigare la concentrazione di potere e arrestare la deriva militarista. Il caso europeo, con le Big Tech statunitensi che hanno avuto campo libero per consolidare un monopolio economico e tecnologico senza precedenti (e con il parallelo paradosso di un monopolio che si è consolidato mentre l’Europa vietava a sé stessa e agli Stati membri l’uso della politica industriale in nome della primazia del mercato e della libera concorrenza), è, da questo punto di vista, un esempio emblematico”.