•
Tutti gli affari americani dietro il vertice di Trump e Xi a Pechino
La Cina resta mercato, fabbrica, cliente e regolatore per molti campioni statunitensi. Dalla manifattura di Apple ai Megapack di Tesla, dai motori GE ai pagamenti Mastercard e Visa, la delegazione dei ceo che accompagna il presidente americano mostra quanto sia ancora profonda l’interdipendenza tra le due economie
di
12 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 11:13 AM | 13 MAY 26

Il presidente statunitense Donald Trump e l'ad di Apple Tim Cook (foto Getty Images)
La guerra fredda economica tra Stati Uniti e Cina ha un problema: continua a essere piena di affari. Trump accusa Pechino di aver saccheggiato l’industria americana, minaccia dazi, promette ritorsioni, denuncia il surplus commerciale cinese. Però quando vola da Xi Jinping porta con sé 17 capi azienda che raccontano un’altra America: quella che in Cina vende iPhone, produce auto, aspetta ordini di aerei, piazza chip, compra e trasforma materie prime, cerca licenze bancarie e circuiti di pagamento.
Ieri sera, la Casa Bianca ha reso nota la composizione del gruppo di imprenditori che accompagnerà Trump al vertice con Xi Jinping, in programma a Pechino dal 13 al 15 maggio. È una delegazione costruita come una mappa degli interessi americani in Cina. C’è la tecnologia di consumo, con Tim Cook di Apple. Ci sono i semiconduttori e l’hardware avanzato, con Cristiano Amon di Qualcomm, Sanjay Mehrotra di Micron, Chuck Robbins di Cisco (che forse però non andrà perché l'azienda deve presentare i conti trimestrali) e Jim Anderson di Coherent. C’è l’auto, la robotica e l’AI con Elon Musk. Poi l’aerospazio, con Kelly Ortberg di Boeing e H. Lawrence Culp di GE Aerospace. C’è l’agricoltura, con Brian Sikes di Cargill. La finanza è rappresentata da Larry Fink di BlackRock, Stephen Schwarzman di Blackstone, Jane Fraser di Citi e David Solomon di Goldman Sachs. Ci sono i pagamenti, con i rappresentati del duopolio delle carte di credito: Michael Miebach di Mastercard e Ryan McInerney di Visa. E c’è anche la pubblicità digitale, con Dina Powell McCormick di Meta, oltre alla biotecnologia di Illumina con il ceo Jacob Thaysen. Insomma, quasi tutto quello che gli Stati Uniti vogliono difendere nella competizione con la Cina. E anche ciò che gli Stati Uniti non sono riusciti a separare dalla Cina, malgrado anni di retorica sul decoupling e sui rischi di sicurezza nazionale.
di
Il vertice arriva dopo anni di tensioni commerciali e politiche ed è la prima visita di Trump in Cina dal 2017. In questi anni il presidente americano ha accusato Pechino di essere stata la prima causa della deindustrializzazione degli Stati Uniti, ha denunciato il surplus commerciale cinese, ha collegato la Cina alla crisi del fentanyl e ha usato i dazi come principale strumento di pressione. Pechino arriva al confronto con diverse leve negoziali: terre rare, controlli all’export, autorizzazioni regolatorie, ordini pubblici e para-pubblici. Anche per questo il viaggio di Trump non riguarda solo lo scontro politico con Xi Jinping, ma anche la tutela degli interessi economici americani in Cina.
Il caso più evidente è Apple. Tim Cook è il simbolo vivente dell’interdipendenza sino-americana. Nell'anno fiscale 2025 l’azienda di Cupertino ha registrato nella Cina continentale, Hong Kong e Taiwan 64,4 miliardi di dollari di vendite nette e 26,9 miliardi di utile, oltre il 20 per cento dell’utile operativo complessivo. Il dato va letto insieme alla geografia produttiva del gruppo. Apple non possiede direttamente le fabbriche in cui assembla i suoi prodotti, ma si appoggia a una rete di fornitori che resta ancorata nella Cina continentale, dal Guangdong allo Jiangsu, da Shanghai allo Henan. Negli ultimi anni Apple ha accelerato la diversificazione verso India e Vietnam, ma la Cina resta il cuore industriale della sua catena di fornitura.
Subito dopo c’è Qualcomm. L’amministratore delegato Cristiano Amon viaggia a Pechino con un numero che spiega tutto: nell’anno fiscale 2025 il produttore di chip ha fatto 44,3 miliardi di dollari di ricavi, di cui 20,3 miliardi attribuiti a Cina e Hong Kong. Il dato, avverte la stessa società, è calcolato in base alla sede dei clienti e dei licenziatari, non necessariamente al paese dove il consumatore finale compra il dispositivo. Ma il senso politico non cambia. I produttori cinesi di smartphone, elettronica e dispositivi connessi restano centrali per i processori, i modem e le licenze di Qualcomm.
Tesla è un altro pezzo della stessa storia. Elon Musk arriva nella delegazione come uomo di Tesla e SpaceX, ma in Cina il dossier principale resta Tesla. La società ha registrato circa 21 miliardi di dollari di ricavi nel paese nel 2025 e mantiene lì una base industriale importante. La Gigafactory Shanghai è lo stabilimento in cui produce Model 3 e Model Y per il mercato cinese e per l’export; la Megafactory Shanghai è invece dedicata ai Megapack, i grandi sistemi di batterie per l’accumulo energetico. Nel 2025 Tesla ha anche rafforzato la propria linea di finanziamento locale, portando gli impegni bancari cinesi a 40 miliardi di renminbi, circa 5 miliardi di euro, e allungandone la disponibilità fino al 2028. Tesla non pubblica l’utile prodotto in Cina, ma il punto è che lì che vende, produce, esporta e affronta la concorrenza più dura di BYD e dagli altri costruttori locali.
Boeing è forse il caso più politico. L’ad Kelly Ortberg ha bisogno della Cina quasi quanto Trump ha bisogno di un risultato da esibire. Secondo diverse indiscrezioni di stampa, Boeing e Pechino discutono da tempo di un ordine che potrebbe includere fino a 500 aerei dei linea del tipo 737 MAX. Sarebbe il primo grande ordine cinese dal 2017. Per un’azienda uscita da anni di crisi industriale, incidenti, ritardi, tensioni regolatorie e perdita di terreno rispetto alla rivale europea Airbus, il ritorno del cliente cinese avrebbe un valore enorme. E se Xi concedesse un grande ordine, Trump potrebbe venderlo come prova che i dazi funzionano.
GE Aerospace ha un dossier meno noto ma molto sensibile. Il ceo Lawrence Culp rappresenta il mondo dei motori aeronautici, uno dei punti in cui la dipendenza tecnologica cinese dal resto del mondo resta più visibile. Pechino ha investito enormemente per costruire una propria autonomia industriale con COMAC, il costruttore statale di aerei civili, e con il C919, il suo jet passeggeri pensato per competere con Boeing 737 e Airbus A320. Ma proprio sui motori aeronautici la Cina è storicamente debole: anche nei programmi militari più avanzati ha continuato a usare motori di derivazione o importazione russa. Nel civile il problema è ancora più evidente. Il C919 dipende dal motore LEAP-1C prodotto da CFM International, joint venture tra GE Aerospace e la francese Safran. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno consentito a GE di riprendere alcune spedizioni di motori verso COMAC, un segnale di deescalation commerciale con Pechino. GE non pubblica ricavi e utili cinesi, ma la partita è chiara: se la Cina vuole costruire una grande industria aeronautica civile, ha ancora bisogno di componenti occidentali; se GE vuole restare dentro il futuro del trasporto aereo cinese, deve restare politicamente autorizzata a farlo.
di
Nel gruppo dei semiconduttori, Micron racconta un lato della guerra tecnologica in corso. L’ad Sanjay Mehrotra sa che la Cina è allo stesso tempo mercato e minaccia regolatoria. Nel 2025 Micron ha fatto 37,4 miliardi di dollari di ricavi globali. La Cina continentale ha prodotto circa 2,6 miliardi di dollari di ricavi, Hong Kong circa 1,1 miliardi. Ma il dato va letto dopo il ban cinese del 2023 su alcuni prodotti Micron, giustificato da Pechino con ragioni di sicurezza nazionale. Ora Mehrotra vuole capire se esistono margini per attenuare queste restrizioni e rafforzare il business dell'azienda in uno dei mercati dove la domanda di chip, memoria e infrastrutture per l’intelligenza artificiale resta più forte.
La presenza di Illumina ricorda invece che la competizione tra Stati Uniti e Cina si è estesa anche alla biotecnologia. Il ceo Jacob Thaysen arriva a Pechino dopo un anno difficile: nel marzo 2025 la Cina ha vietato l’importazione degli strumenti di sequenziamento genetico di Illumina e la società ha dovuto tagliare le previsioni di crescita. Nel 2024 la Cina valeva circa il 7 per cento delle vendite, pari a poco più di 300 milioni di dollari; nel 2025 il ricavo è sceso a circa 240 milioni. Ma Pechino considera il biotech una filiera strategica e il mercato cinese è visto arrivare a valere fino a 1.800 miliardi di yuan entro il 2030, circa 225 miliardi di euro. Per Illumina si tratta di difendere la presenza in Cina e provare a prendersi una parte di questa crescita.
Meta è il paradosso più interessante. Facebook, Instagram e WhatsApp non operano in Cina continentale, ma le aziende cinesi comprano pubblicità sul gigante dei social per vendere nel resto del mondo. Secondo un’inchiesta Reuters, il business pubblicitario legato ad advertiser cinesi avrebbe generato 18,4 miliardi di dollari nel 2024, più del 10 per cento dei ricavi globali di Meta. Per la presidente Dina Powell McCormick, che rappresenta la società californiana nella delegazione, la Cina è quindi un mercato indiretto: non porta utenti, ma inserzionisti. Pechino blocca le piattaforme per i propri cittadini, ma le imprese cinesi le usano per conquistare consumatori stranieri.
Cargill è un caso più difficile da misurare: non è quotata, quindi ha meno obblighi di trasparenza e pubblica molte meno informazioni sul giro d’affari nei singoli paesi. Ma la sua presenza nella delegazione è significativa, perché riporta al centro del negoziato uno dei dossier più politici per Trump: l’agricoltura. La “fase 1” dell’accordo commerciale firmato nel gennaio 2020 ruotava anche attorno all’impegno di Pechino ad acquistare più prodotti agricoli americani. Oggi quel tema torna. Cargill opera in Cina da decenni nel trading agricolo, nella lavorazione di cereali e semi oleosi, nei mangimi e nella trasformazione alimentare. Nel 2025 ha avviato a Nantong la rilocalizzazione di un impianto per cereali e semi oleosi, con un investimento da circa 500 milioni di dollari. Quando Trump chiede a Xi più acquisti agricoli, parla agli agricoltori del Midwest, ma anche ai grandi gruppi che quelle merci le comprano, le trasformano e le portano sul mercato cinese.
di
ExxonMobil merita un discorso a parte, anche perché nell’elenco ufficiale dei 17 ceo non compare, e non è ancora chiaro se un suo rappresentante prenderà parte al viaggio. Per la big oil, la Cina è una piattaforma industriale e petrolchimica di lungo periodo. Il dossier principale è il complesso petrolchimico di Huizhou, nel Guangdong, un investimento da circa 10 miliardi di dollari pensato per produrre polimeri ad alte prestazioni e materiali chimici destinati alla manifattura cinese. È il tipo di stanziamento che spiega meglio di molti discorsi perché il decoupling abbia limiti molto concreti: mentre Washington discute di sanzioni, sicurezza energetica e contenimento strategico, una delle maggiori compagnie americane continua a costruire in Cina capacità industriale per servire la domanda locale. Per Exxon, reduce da anni di grandi profitti globali e da una strategia sempre più concentrata su asset ad alto rendimento, la Cina resta quindi un mercato di sbocco per la chimica avanzata e un luogo dove presidiare la crescita asiatica. Per Pechino, invece, la presenza di Exxon è utile perché porta capitale, tecnologia, know-how industriale e integrazione con le catene globali dell’energia.
La finanza è l’altro capitolo. Larry Fink di BlackRock, Stephen Schwarzman di Blackstone, Jane Fraser di Citi e David Solomon di Goldman Sachs non vanno a Pechino per aprire fabbriche, ma per presidiare un mercato che resta enorme e incompiuto. La Cina è diventata la seconda economia del mondo, ma il suo mercato dei capitali è cresciuto molto meno della sua economia reale e gli indici di Borsa del Dragone rappresentano una frazione della capitalizzazione dei rivali statunitensi: risparmio privato, gestione patrimoniale, asset alternativi, investment banking e servizi finanziari restano aree in cui Pechino può ancora aprire spazi importanti agli operatori stranieri. I grandi gruppi americani vogliono esserci se e quando quella porta si allargherà.
Le banche Citi e Goldman Sachs si muovono nello stesso spazio, ma con strumenti diversi. Il loro interesse è restare presenti nel mercato cinese in vista di una futura ripresa dell’attività finanziaria: quotazioni di società cinesi, emissioni obbligazionarie, operazioni di M&A, advisory, wealth management e servizi per le multinazionali. Non è detto che oggi la Cina sia una grande fonte di profitti visibili per Wall Street; conta però esserci se e quando Pechino riaprirà davvero il rubinetto dei capitali.
Poi ci sono i pagamenti, dove la posta in gioco è l’accesso al circuito domestico cinese. Mastercard è più avanti: la joint venture Mastercard NetsUnion ha ottenuto nel novembre 2023 l’approvazione della People’s Bank of China e nel maggio 2024 ha iniziato a processare transazioni in Cina con carte Mastercard emesse da banche cinesi. In pratica si tratta di gestire il regolamento dei pagamenti fatti dentro la Cina: quando un consumatore paga con carta, il circuito autorizza l’operazione, trasferisce le informazioni tra banca del cliente e banca dell’esercente e rende possibile il saldo finale. Visa, guidata da Ryan McInerney, è più indietro: ha chiesto nel 2020 l’autorizzazione per operare con le stesse modalità, ma nei documenti annuali segnala che l’iter resta soggetto ai tempi e alle procedure di Pechino. Anche qui il vero valore è ottenere la chiave regolatoria per entrare nel mercato cinese dei pagamenti.