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Cezanne, Matisse, Renoir non valgono un furto, se il quadro fa schifo
Alla Fondazione Magnani-Rocca a Parma sono state trafugate tre opere d'arte, ma rischiare la galera per un quadro è anacronistico e idiota. In particolare se ciò che si ruba, dal punto di vista artistico, non è nemmeno un granché
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4 APR 26

Un'immagine d'archivio dell'interno della Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo, Parma. ANSA/ ELISABETTA BARACCHI
Il furto di tre opere d’arte in tre minuti alla Fondazione Magnani-Rocca a Parma ha fatto il giro del mondo. Più per i tre minuti che per le opere d’arte – opere famose, ma di non eccelsa qualità, di Cezanne, Matisse, Renoir. Ma perché al giorno d’oggi uno ruba un’opera d’arte? I gioielli del Louvre o il Cesso d’oro di Cattelan si capisce, hanno un valore intrinseco nel loro materiale prezioso, ma un dipinto non ha nessun valore intrinseco. Vale per quello che si vede e per quello che racconta, un racconto che peraltro funziona anche senza avere davanti l’originale. Quindi rischiare la galera per andare a rubare un quadro è anacronistico e idiota. In particolare se quello che uno ruba da un punto di vista artistico non è nemmeno un granché. Si dice che il valore delle tre opere fosse di nove milioni di euro. Può darsi, ma solo nominalmente perché una volta messe sul mercato legalmente avrebbero fatto fatica a trovare un acquirente.
Valevano perché facevano parte di una importante collezione mentre, così “sfuse” perdono sia d’interesse sia di valore. Allora perché rubarle? Possiamo sbizzarrirci in tante ipotesi. Una bravata del tipo “scommetti che in tre minuti rubo tre opere d’arte”?, dopodiché le opere d’arte vengono abbandonate in un cespuglio del parco della villa e ritrovate. Oppure un criminale collezionista con un budget limitato, scarsa conoscenza della storia dell’arte e un gusto dubbio. “La natura morta con i pesci” di Renoir, un pittore che anche nei suoi capolavori è mediocre, veramente brutta. O ancora, forse gli eredi dei proprietari originali, magari turlupinati a suo tempo da qualche mercante, che volevano vendicare i nonni. Per chiedere un riscatto? Al direttore della Fondazione Magnani consiglierei di lasciarglieli. Ultima ipotesi un artista concettuale in cerca di pubblicità che la settimana prossima farà riapparire i quadri al loro posto in due minuti, magari con l’aggiunta della sua firma dietro. Tutto è possibile.
Rimane il fatto che al giorno d’oggi rubare un’opera d’arte, a meno che non sia la “Gioconda” o la “Primavera di Botticelli”, è contrario ai princìpi della comunicazione sociale. Chi acquista arte vuole che si sappia anche se fa finta di voler rimanere anonimo. Fregare un quadro per farlo vedere ai colleghi della criminalità organizzata non dà più soddisfazione. Un’altra cosa, seppur orribile, è vandalizzare un capolavoro. Non si scusa ma si può capire. László Tóth che negli anni 70 prese a martellate la Pietà di Michelangelo nella Basilica di San Pietro a Roma dichiarò che tanta bellezza, a lui bruttino e sfigato, lo faceva impazzire. Tony Shafrazi, che nel 1974 scrisse con la bomboletta spray sul “Guernica” di Picasso esposto al Moma di New York, “Kill Lies All”, uccidi tutte le bugie, per protestare contro la guerra del Vietnam, aveva una sua ragione di esistere. Oppure i Talebani, che nel 2001 presero a cannonate i giganteschi Buddha di Bamiyan , come al Qaida fece con le Torri gemelle, i primi simboli dell’idolatria buddista offensiva verso Allah, le seconde come simbolo dell’imperialismo occidentale. Un motivo, per quanto perverso, ce lo avevano anche loro. Persino gli attivisti che buttavano minestra sulle opere d’arte per protestare contro il global warming si capiscono di più dei ladri della banda della bassa Padania. L’unica cosa di cui si possono vantare è il record di velocità di furto.