Galleria di stupori coltivati dall’impero familiare mitteleuropeo che fu

A Roma, a Palazzo Cipolla, una mostra, “Meraviglie degli Asburgo”, riscrive il giudizio sugli Asburgo: tra capolavori e meraviglia, l’impero perduto rivive nel segno del Bello

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28 MAR 26
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Conviene deporre all’entrata di Palazzo Cipolla, a Roma, ogni sentimento ostile alla “austriaca gallina” e considerare che gli Asburgo di qualche benemerenza saranno pur titolari. Se non ve ne viene in mente alcuna non avete che da entrare e farvi un lauto giro nella mostra “Meraviglie degli Asburgo”, possibile fino al 5 luglio. Lì le barriere antiaustriacanti cadono, giacché in questa esposizione k.u.k. lo stupore dilaga. Certo, l’impero familiare mitteleuropeo non esiste più da oltre un secolo, Kakania s’è rovinosamente estinta, quel che è sopravvissuto è un moncherino di Sacro Romano Impero malinconicamente confinante a est con paesi che un tempo gli appartenevano; ma le sale foderate di gioielli pittorici raccontano di una nobile stirpe che aveva nel dna l’attitudine a prediligere il Bello anziché i bella. Bella gerant alii, tu felix Austria nube, nam quae Mars alii, dat tibi diva Venus. E l’intensa attività matrimoniale del casato spiega anche perché molte di queste opere abbiano vagato per l’Europa, da Praga a Bruxelles, nelle varie residenze asburgiche o para-asburgiche.
All’ingresso si è accolti dai grandi ritratti di Cecco Beppe e Sissi giovanissimi, d’altronde si erano sposati, cugini di primo grado, lui a 24 anni lei a 17; fu lui a decretare la costruzione del maestoso Kunsthistorisches (12 consonanti e 5 vocali!) Museum di Vienna, dove i 50 tesori d’arte per la prima volta in trasferta a Roma sono custoditi. Tanto per dire: nel giustamente lodato maxi-raduno record di Caravaggio del 2025 a Palazzo Barberini questo Merisi viennese, L’incoronazione di spine (1603 ca.), non c’era. E’ un Cristo con due sgherri che gli premono con delle canne la dolorosa corona spinata, Dio che si lascia torturare dagli uomini, mentre il soldato seduto di spalle, con corazza seicentesca, incarna un testimone d’altra epoca, e in fondo di ogni tempo, di quella salvifica Passione. Ma siamo partiti dalla fine, Caravaggio è il colpo finale del percorso espositivo, ha una sala tutta per sé. All’inizio della mostra ci accoglie un altro campione del barocco, più gioioso e colorato del Merisi, un doppio Peter Paul Rubens: su una grande tela è fissata la tenera storia ovidiana di Filemone e Bauci, due anziani coniugi della Frigia che ospitano, unici nella loro terra, Giove e il figlio Mercurio travestiti da viandanti; per questo atto si meriteranno la sopravvivenza dal punitivo diluvio e pure un bonus divino: che uno non debba soffrire troppo a lungo l’assenza dell’altro. L’altra opera esprime un sentimento d’altro genere, è L’incoronazione del vincitore, dipinto un po’ “trumpiano”, con il comandante trionfatore incoronato dalla dea alata Vittoria mentre tiene il piede destro sul viso dello sconfitto esanime.
Ma di nomi di gran calibro e di capolavori è costellato tutto l’itinerario espositivo: Diego Velázquez è presente con un dipinto dell’Infanta Margherita che, vista sui libri, pare una delle gemelline di Shining, ma di fronte all’originale la magnificenza dell’abito blu distoglie dallo sconveniente pensiero. Di Giuseppe Arcimboldo, che da Massimiliano d’Asburgo fu benignamente accolto a corte, fa bella mostra di sé L’inverno, raffigurante il sovrano mediante il peculiare pastiche vegetale arcimboldiano. Il voluttuoso bacio che Tiziano – di cui sono noti i rapporti con il casato asburgico – ha ritratto nel suo Marte, Venere e Amore, è un “classico” rinascimentale che simboleggia armoniosamente l’attrazione fatale; al centro la venustà corporea di Venere nuda e distesa all’aperto. E poi Frans Hals, Paolo Veronese, Guido Cagnacci, Tintoretto, Cranach e un corposo sciame di artisti di grido, rendono questa mostra menù speciale e incentivo potente a visitare il KHM a Vienna per gustare il resto delle eccellenti vivande artistiche lì apparecchiate. Da menzionare il focus introduttivo, a mezzo di un’efficace videoinstallazione, sui progettisti del Museo danubiano e del palazzo che ospita la mostra: Gottfried Semper, Carl Hasenauer e Antonio Cipolla.