Alessandro Gnocchi, filologo umanista prestato al giornalismo, è caporedattore della Cultura al Giornale – nel suo
Testori corsaro (La Nave di Teseo) incornicia in questa antinomia, il Passato e il Moderno, il tratto che a suo avviso accomuna Pasolini e Testori, ribelli in una società – intesa anche come società della cultura – di cui ante-leggevano la crisi prima di tutto antropologica. Per l’esergo del volume su Testori, Gnocchi sceglie Pasolini: “
Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi, / dimenticati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli”. Sulla quarta di copertina, a indirizzare il lettore, invece una frase di Testori, di quell’articolo programmatico del 1977: “Se così pensando, sono tacciato di stare con l’antico, bene, sto con l’antico. Sulla modernità che ha tramutato la rivoluzione in capitale e in consumo, sputo”. Che la lettura antimoderna di Gnocchi, che su questo filo conduce il suo racconto, sia pienamente esaustiva, è tesi degna di discussione. Pasolini è stato fino alla fine immerso nella politica, anche confusamente (“ciascun confusamente un bene apprende”) tra Salò e Petrolio. Per lui le culture tradizionali sono un passato ancestrale che può rinascere solo molto lontano dall’Italia senza più lucciole, portato dagli Alì dagli occhi azzurri. Testori in quel magma e in quel dolore, sentito sulla propria persona (ogni sua parola era detta “a te come te”, era sempre un rapporto personale, mai politico) è stato immerso sempre, ma non travolto. Più che un Antico nel tempo, la sua tensione era un Assoluto, un Dio trascendente ma che si era Incarnato, fatto dolorosamente, gioiosamente, carne. Un Presente.
Tra il 1975 e il 1981, anno in cui chiude con Via Solferino (alla direzione era giunto Alberto Cavallari, normalizzatore dopo gli anni di Franco Di Bella, che con la sua passione di cronista aveva valorizzato l’amore per la realtà e la vita dello scrittore di Novate Milanese)
Testori scrisse oltre 800 articoli, la maggior parte di cultura. Parallelamente, in quegli anni, scrisse articoli che suscitavano dibattito – anche dentro la Chiesa a cui era tornato – per il Sabato, il settimanale animato da giovani giornalisti cattolici che avevano per padri e maestri personalità come don Giussani, Augusto del Noce e Giovanni Testori appunto. Una produzione intensa, mai eticizzante o sociologica – due modi che aborriva – ma sempre tesa a leggere, chiarire e in molti casi a com-patire il presente, più che a giudicarlo col metro del Passato. Spesso tornando sulla pochezza delle varie “industrie” culturali, “la tanto proclamata libertà dell’arte è diventata cieca, totale illibertà”, o battagliando a viso aperto con le star dell’epoca, da Moravia a Gae Aulenti. Ma mentre la potenza di Pasolini era nella sua visionarietà, dalle lucciole al “Romanzo delle stragi” (“Io so ma non ho le prove”), Testori ha un’attenzione all’avventura umana di ognuno, al supremo valore (“maestà”) della vita che scorre ed esplode spesso in dolore, in tragedia, in un urlo in cerca di senso. Le disperazioni intravviste sul treno delle Nord, i suicidi: “Marco si è ucciso. Quale amore cercava?”, è uno dei suoi articoli più drammatici, 1979. Alla tragedia allora insostenibile dei morti per droga (In Exitu), al ragazzo che uccide i genitori in Brianza – il primo di una rovina che sarebbe diventata valanga, e lui lo intuì subito, perché il tema della “nascita”, della madre e del padre, è centrale in tutta la sua opera: “Il fatto della nascita è sempre stato al centro del mio mondo di scrittore, sia che lo maledicessi sia che lo benedicessi”. E sempre quel giudizio tagliente su una società sempre meno libera: “L’autoritarismo di oggi è più perverso, perché non si presenta sotto le spoglie della violenza palese, ma sotto quella del libertario. Tu sei libero? Di cosa? La lingua è stata tagliata”, disse nel 1987, quasi una profezia del futuro suprematismo woke.