Dal profilo Facebook di Giorgia Meloni al Romics 2018: “Siamo pronti alla battaglia delle Europee”  

tutti e nessuno

A chi appartiene J. R. R. Tolkien. La signora degli anelli e la politica in cerca di fantasia

Edoardo Rialti

Il romanzo iniziatore del fantasy è di destra o di sinistra? Giorgia Meloni lo cita di continuo. Ma è la cultura progressista in Italia ad averglielo regalato, perdendo l’occasione per fare pace con le fiabe

Il mondo sta cambiando. Solo qualche mattina fa, sedevo sui gradini degli Innocenti, a Ss. Annunziata a Firenze, fumando. Primi giorni di scuola. Vicino a me un ragazzo leggeva con lo zaino accanto, prima di entrare in classe in uno degli istituti nei pressi. Unghie laccate, orecchino a pendaglio indiano, pantaloni viola di stoffa grezza. Gran libro, gli ho detto. Lui ha annuito con un mezzo sorriso. Il libro era Il Signore degli Anelli di Tolkien. Lo sguardo e le immagini del filologo di Oxford ne hanno fatta di strada, dalla conversazione notturna in Addison’s Walk, lungofiume, quando sotto una folata di foglie autunnali il giovane docente dichiarò ispirato che ogni uomo è mitopatico, è fatto per proiettare storie sul mondo, popolare nuvole e foglie d’erba di elfi e nani, innestando la sua stessa vicenda individuale in una più vasta narrazione epica.

 

Ad ascoltarlo era un altrettanto giovane C. S. Lewis, che pure a quelle parole dovette la sua conversione al cristianesimo, e un nuovo corso per la sua scrittura fino alle Cronache di Narnia, e che molti anni dopo salutò l’uscita del Signore degli Anelli nel 1954 con queste parole: “Questo romanzo è come un fulmine a ciel sereno… Un simile libro ha certo i suoi lettori predestinati, oggi persino più numerosi e più critici di quanto sia sempre avvenuto. A essi un recensore deve dire poco, eccetto che qui ci sono bellezze che trafiggono come spade o bruciano come il gelo dell’acciaio: qui c’è un libro che vi spezzerà il cuore. Essi sapranno che queste sono buone nuove, buone oltre ogni speranza”. Fu verace profeta, quei lettori sarebbero stati davvero legioni. Milioni di appassionati di ogni tipologia e generazioni in tutte le lingue del mondo, festival in costume, band rock e heavy metal, Antonioni, Kubrick e Boorman desiderosi di cavare un film dal Signore degli Anelli, l’intero mondo dei social come sviluppo delle schede-personaggi dei giochi di ruolo ispirati alle storie del professore-filologo, la parola d’ordine di Stranger Things tratta da uno dei suoi personaggi, eppoi i film effettivamente realizzati, le serie tv Amazon… gli Hobbit hanno vinto.

 

“Il mondo sta cambiando: lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, e lo fiuto nell’aria”, dichiarava il Barbalbero di Tolkien. Da opera spartiacque del fantasy, idolatrata da cultori, nerd e cosplayer, che ha suscitato entusiaste levate di scudi e stroncature di romanzieri, poeti e critici, da Iris Murdoch e Auden (“un’opera magnifica”) a Moorcock (“la Bibbia fusa con Winnie the Pooh”) Il Signore degli Anelli viene ormai universalmente riconosciuto un grande classico del ’900 letterario, decisivo per comprendere i nodi più complessi della contemporaneità al pari de Sulla strada di Kerouack o La peste di Camus. Come ha notato giustamente lo scrittore Wu Ming 4, il migliore esergo per tutta l’opera di Tolkien potrebbe essere benissimo questa riflessione della coeva e apparentemente così distante Simone de Beauvoir: “Non esiste una morte naturale; di ciò che avviene all’Uomo, nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo. Tutti gli uomini sono mortali: ma per ogni uomo la propria morte è un caso fortuito, e anche se la conosce e vi acconsente, una indebita violenza”. 

 

La stessa personalità di Tolkien elude gli incasellamenti facili. Amante appassionato delle tradizioni norrene che aborriva l’uso che ne veniva fatto da fascisti e nazisti (“in questa guerra io ho un bruciante rancore personale, che mi renderebbe a 49 anni un soldato migliore di quanto non fossi a 22, contro quel dannato piccolo ignorante di Adolf Hitler”), scartavetrò con queste parole un editore tedesco che gli chiese una dichiarazione di origine ariana: “Temo di non aver capito chiaramente che cosa intendete per arisch. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati. Ma se Voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato”. Pugno al mento, avversario al tappetto, fine del match. Tutto questo ormai è accademia. Tolkien compare persino nelle antologie scolastiche delle medie. Neil Gaiman, Marlon James, Ursula le Guin, Stephen King, George Martin, J. K. Rowling sono tutti figli suoi, e noi con loro. Lo sono anche le voci che si sono levate a ribaltare il suo cosmo ideale, da Philip Pullmann a Richard Morgan, ed echi e citazioni non si riscontrano più semplicemente in autori che hanno proseguito nelle strade da lui aperte nel gran bosco scuro del fantastico, ma in generi letterari apparentemente molto distanti. Anche in Italia elfi e orchi fanno la loro comparsa nei romanzi di Licia Troisi quanto in quelli di Edoardo Nesi. Sono passati gli anni in cui, per ottenere una tesi su Tolkien, qualche ventenne appassionato doveva arrampicarsi sugli specchi della filologia romanza e germanica per richiamarsi a echi e citazioni. 

 

Ma soprattutto Tolkien è entrato nel circolo arterioso del sistema immaginativo collettivo, complice anche quel secondo salto quantico che, a cinquant’anni dall’uscita del libro, fu la trilogia cinematografica del neozelandese Peter Jackson, significativamente sulla soglia del nuovo millennio e che ha segnato una nuova inarrestabile stagione del fantastico nell’alfabeto comune. Harry Potter, Il Trono di Spade… sono molto più che romanzi e adattamenti seriali, sono spazi condivisi in cui le persone vivono, si muovono ed esistono, parafrasando Paolo di Tarso, le ultime grandi storie universali che forniscono similitudini, citazioni passate in proverbio, meme ironici, ben aldilà delle solite cerchie di lettori e appassionati. Il grido “Tu non puoi passare” di Gandalf, il sibilo “Il mio Tessssoro” di Gollum sono patrimonio universale come “La Forza sia con te” di Star Wars o “Expecto Patronum” di Harry Potter. Per molti, verrebbe da dire la maggior parte dei nuovi lettori, il problema di amare un romanzo che fu tacciato di essere escapista, reazionario, non si pone nemmeno più. Il ragazzino incontrato sulle scale degli Innocenti difficilmente avrà problemi a giustificare la sua scelta con amici e compagni d’istituto. Ne sono passati di anni quando erano solo le comunità alternative sull’Appennino tosco-emiliano a farsi chiamare “Gli Elfi”.

 

In tutto questo si inserisce però l’ennesima novità. L’Italia ha la sua prima presidente del Consiglio in una politica di estrema destra che ama appunto citare Il Signore degli Anelli tra le sue letture di riferimento, e che è stata introdotta nel comizio definitivo dal doppiatore cinematografico del re in esilio Aragorn, con l’epico monologo prima della disperata resistenza assieme ai suoi valorosi compagni dinanzi al Cancello Nero del Signore delle Tenebre. Anche i quotidiani internazionali hanno sottolineato questo elemento come caratterizzante, niente affatto secondario. Per Pietrangelo Buttafuoco intervistato su Repubblica, a Palazzo Chigi approda “la generazione Tolkien”. Giorgia Meloni è figlia di un mondo che era comunque minoritario rispetto alla maggioranza del suo partito, quello dei “Campi Hobbit” dei giovani di destra che in Italia, complice anche la snobistica diffidenza della sinistra intellettuale (la quale aveva avversato con acrobazie miopi pure Il Gattopardo – dove, come notò giustamente lo stesso Buttafuoco, il personaggio più integerrimo e onorevole è quell’organista fedelmente borbonico, espressione di tutto un mondo escluso dalla storia “giusta” – figuriamoci un romanzo su un mondo simil-medievale che terminava col rinnovarsi d’una sorta di impero carolingio) hanno imbracciato Tolkien quanto il razzista-sciamano Evola e l’aristocratico Junger, mentre negli stessi anni in America erano gli hippies di Woodstock a calarsi un acido, cantare Joni Mitchell e sbandierare cartelli con scritto “Frodo lives” o “Gandalf for President”. Spilla d’onore o ennesimo stigma, la prefazione italiana al romanzo è stato per anni il testo di uno studioso amato e avversato come Elémire Zolla, che ne esaltava la forza di rottura rispetto al materialismo della società laica e consumistica. Anche questo ormai è accademia. 

 

Da entrambe le sponde dell’oceano e da opposti schieramenti ideologici l’opera fu brandita come un grande inno contro la modernità capitalistica, la visione di un cattolico monarchico e tradizionalista che ammoniva contro le pulsioni che insozzano e guastano quanto di nobile e bello vive nel creato.  Gli ultimi strascichi stanchi della quaestio “a chi appartiene Tolkien” si sono visti all’uscita della nuova traduzione italiana, a cura di un celebre professionista come Ottavio Fatica, ovviamente discutibile nelle scelte singole, ma che ha avuto l’indubbio pregio di palesare la varietà stilistica del testo, laddove i lettori italiani si erano come abituati inconsciamente alla storica veste cucita dalla celebre versione Villafranca-Principe.

 

Ci sono state accuse di genderizzare-sinistrizzare Tolkien, convegni di protesta caldeggiati proprio da Fratelli d’Italia. Anche la nuova serie tv Amazon in uscita in queste settimane (i cui problemi semmai vanno ricercati nella povertà cigolante di una scrittura che devo molto alla cattiva lezione del J. J. Abrahms di Star Wars, che cerca di salvare capra e cavoli, mantenendo forzosamente il limpido orizzonte ideale di Tolkien con la complessità centripeta e i complotti e il grigiume morale di G. R. R. Martin) ha visto vecchie guardie di appassionati concentrarsi su elfi neri e principesse elfiche troppo simili a emancipate eroine Marvel, facendo così sembrare il gran patrono Bezos una specie di nuovo Lincoln femminista e i lettori di fantasy ancora una volta una congrega di letteralisti incel, omofobi e razzisti. “Cosa ci sia di destra in un romanzo su un gruppo interrazziale che prende a bastonate l’Oscuro Signore, non lo so” fu la sintesi icastica di uno scrittore formatosi con Tolkien e che poi ha raccontato fuorisede, rave e psichedelia come Vanni Santoni. 

 

L’opera di Tolkien è un arazzo ricco e complesso, che per esplicita dichiarazione del suo autore “non predicava o insegnava nulla”. Una vasta operazione metaletteraria (in questo pienamente modernista, quanto L’arcobaleno della gravità di Pynchon o Omeros di Walcott) che rinnova e scuote i suoi stessi riferimenti letterari, proponendo spesso degli audaci ribaltamenti di ruoli e genere, percorso da cima a fondo dalla necessità di uscire dai piccoli o vasti confini dei beni che già conosciamo. Sono sempre gli “strani”, i bizzarri, quelli che sanno superare schemi e sicurezze tradizionali e identitarie, a salvare quanto di più caro viene dal passato e che altrimenti si mummificherebbe nell’egoismo e ultimamente nel potere. Anche il cattolicesimo che certamente informa lo sguardo e la sensibilità di Tolkien è molto più affine a quello inquieto e problematico di Manzoni (non ultimo dei loro punti di contatto, entrambi hanno lavorato per tutta la vita a “una” storia) e al contemporaneo Bernanos che a quello entusiastico e aggressivo dei neo-con che poi l’hanno sventolato a loro volta per dare una cornice immaginativa alle loro battaglie bioetiche e identitarie “contro le forze delle tenebre” dell’aborto e dell’immigrazione di massa. Tuttavia una parte consistente del fascino della Terra di Mezzo sta certamente nell’offrire al tempo stesso un’alternativa al piattume del mero realismo e razionalismo in narrativa, un attacco a certe tendenze della società meccanizzata ma, soprattutto, una vasta epica commovente (aggettivo cui Tolkien teneva molto), una grande lotta in difesa di un bene (“credibile”, notò acutamente Auden) nella quale tutti e ciascuno possono trovare qualcosa di se stessi. Elfi, hobbit, nani, maghi, sono tutti riflessi d’uno specchio nel quale scorgere il nostro volto. Tolkien stesso dichiarò espressamente di detestare l’allegoria di qualsiasi matrice e preferirle semmai l’applicabilità, la libertà del lettore di ravvisare qualcosa di suo nella storia. E oggi Tolkien è letto tanto dai ragazzi di Fridays for Future quanto dai partecipanti alle convention di destra o ai cattolici del Meeting di Rimini. 

 

Chi ha ragione dunque? A un certo livello, la risposta individuale è semplice, chi comprende maggiormente il testo, chi si espone con maggiore onestà e finezza alla ricchezza della sua intelaiatura, ma la questione, a livello politico e comunicativo, è anche chi si fa comprendere dal testo stesso.  E così si torna a Giorgia Meloni. Certamente c’è l’eredità di un mondo ideologico di riferimento (la sua stessa convention Atreju si richiama al protagonista di un altro classico del fantasy novecentesco, La storia infinita di Ende, che pure era nettamente antifascista) ma soprattutto il mondo conservatore ha saputo cogliere la diffusione pop di Tolkien dopo il film Peter Jackson e proporre la propria narrazione dentro un più vasto orizzonte simbolico condiviso, che si appella a una nostra previa riserva di senso. E questo è un elemento decisivo perché, come notava Tolkien passeggiando ad Addison’s Walk, noi viviamo di miti, abbiamo bisogno di proiettare geometrie sull’universo per camminare tra tante incertezze, innestare la nostra vicenda in una cornice più vasta, che la comprende e la esalta.

 

Richiamarsi all’impavido condottiero umano Aragorn che resiste con pochi guerrieri fedeli dei popoli liberi alle ondate travolgenti degli orchi, funziona. Fa vibrare la stessa corda del discorso dell’Enrico V in Shakespeare, con la notevole differenza che Aragorn è noto a generazioni di lettori e spettatori, in tutto il mondo, di qualunque credo, formazione, lingua. Quella scena ci ha già convinti così come è proprio di tutte le grandi narrazioni epiche, dalle Termopoli a La Corazzata Potemkin, cogliendoci con le difese abbassate, appellandosi a qualcosa che era già dentro di noi: un gruppo di eroi che comprendono il magnifico e l’ordinario, dove ognuno può fare la sua parte, contrapposto a un’odiosa oscurità che tutto minaccia. Noi felici pochi, noi banda di fratelli, che leviamo le spade a sfida contro un potere tanto più grande di noi. Come notava G. K. Chesterton, nessun soldato balzerà mai fuori dalla trincee urlando “Per il pil!”. Lo stesso Trump, ormai presidente in carica, ha continuato a proporsi come condottiero di una piccola isola di resistenza contro il potere tentacolare e invisibile del “Deep State”, con i democratici tacciati di uccidere i bambini e perpetuare riti satanici, gli ennesimi orchi nascosti nelle tenebre. Parafrasando un altro universo immaginario collettivo, tutti vogliono credersi la Resistenza di Star Wars, mai l’Impero che controlla mondi e società. 

 

Certamente, tutto ciò non è esente da rischi talvolta involontariamente comici, perché le storie, proprio perché più grandi e complesse delle nostre riduzioni retoriche, possono sempre levarsi a giudicarci. Chi interpreta un simbolo lo fa a suo rischio e pericolo, ammoniva Wilde. Il doppiatore di Aragorn Pino Insegno, che ha introdotto Giorgia Meloni al comizio, l’ha paragonata anche a un’altra icona del fantasy contemporaneo, Daenerys madre dei draghi nel Trono di Spade, la Spezzatrice di catene che infrange la ruota dei vecchi potenti. A conoscere tutta la storia non è forse un bel complimento quello che innesta una parabola politica su quella di un ex-zarina che passa tutto il tempo a ribadire di non essere come l’esecrato padre-dittatore (che regnava nel ventennio precedente), finisce per completare il sogno di lui e bruciare in una tempesta di sangue e fuoco proprio il regno che lei aveva giurato di liberare. Tanto più visto che la stessa Daenerys finisce poi pugnalata da un suo compare che viene dal nord, e i malevoli ne avrebbero di analogie da “applicare” al riguardo, appunto. Le cose non sorridono di più a Pablo Iglesias e Podemos, che in Spagna avevano tentato di identificarsi a loro volta con la regina dei draghi, la cui parabola nella vicenda (quantomeno seriale) può essere tranquillamente letta come un monito: contro roghi e crocifissioni in nome delle battaglie più progressiste, contro nuovi messianismi che predicano la pace e la liberazione e perpetuano comunque la violenza. 

 

Tutto ciò però non fa che ribadire quanto sia decisivo questo nodo di fondo, e l’enorme vuoto lasciatovi da una certa parte del mondo progressista, per la quale al massimo “Tolkien ha compiuto l’indubbio miracolo di far leggere ai fasci”, a loro volta tramutati in irredimibili orchi senza onore o dignità. Come hanno recentemente notato tanto Loredana Lipperini in alcuni suoi interventi che il Walter Siti del pamphlet Contro l’impegno (e in seguito anche con un recente articolo su Domani che ha suscitato reazioni assai stizzite tra gli intellettuali progressisti) molta sinistra – quantomeno italiana – sembra completamente ignara o volutamente diffidente rispetto al valore effettivo del mito, del racconto, tanto remoto quanto contemporaneo. In parte si tratta – in campo intellettuale – di una vecchia avversione o miopia: persino la nostra tradizione romantica aveva rigettato tanto i riferimenti classici dell’internazionalismo illuminista quanto il ritorno alle leggende e al folklore che invece aveva tanta parte nel formarsi delle unità nazionali d’oltralpe, sentito – non del tutto a torto – come una pulsione oscura. Per Manzoni il fantastico inglese e tedesco era “non so qual guazzabuglio di streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca stravagante, un’abiura in termini del senso comune”. Tuttavia il nostro ’900 ha avuto anche Pasolini, Pavese, Calvino, tutti autori decisamente schierati ideologicamente “a sinistra” eppure profondamente consapevoli del valore decisivo dell’immaginario. Per un altro cattolico tradizionalista come Chesterton la tradizione era la “democrazia dei morti”, ma anche da tutt’altra impostazione ideologica lo scrittore Forster, del circolo progressista di Bloomsbury, definiva l’autentica aristocrazia come capacità di “restare in contatto con gli antenati”, saper ascoltare delle voci che vengono da molto lontano, eppure sono dentro di noi. 

 

Tutto ciò è stato semplicemente bollato come “conservatore”, dando alla parola la stessa valenza negativa di “reazionario”, laddove spesso nelle storie cui il tempo ha tributato ammirazione ci sono tesori emotivi e immaginativi da preservare eccome, perché, giudicati e compresi, possono sostenerci e persino indirizzarci nel cammino, fare da focolare intorno al quale raccoglierci e tendere le mani. Se il realismo liberal-capitalista, dominato dalla mera legge di necessità – “tutto ciò che è reale è razionale” – è l’unico orizzonte al quale fare riferimento, l’immaginazione, che costituisce sempre un atto sovversivo come notò il sociologo Vincenzo Marasco, resterà sempre qualcosa da confinare nei margini dell’intrattenimento, senza permetterle di spingerci dove le nostre previe convinzioni non ci avrebbero portati mai. Il tributo del mondo progressista impegnato resta semmai accordato al mero scardinamento e ribaltamento dei vecchi miti (operazione spesso condotta con altrettanta ignoranza e parzialità dei reazionari che si richiamano al buon tempo antico, Achille Pelide, con la sua ferocia guerriera e il suo amore per Patroclo, è difficile da digerire tanto per i “maschi selvatici” dello psicologo conservatore Risé che per i detrattori della “mascolinità tossica”) o meglio ancora alla letteratura d’impegno, quella che, come notava appunto Siti, ci conferma già in ciò che sottoscriviamo come giusto e doveroso in questo mondo attuale. Ma questa non è letteratura, e i trattatisti rinascimentali la chiamavano già “rettorica”.

 

Tutto ciò è, in parte, quantomeno, ancora una volta provinciale come il dibattito tutto italiano su Tolkien fascista o meno. “I libri non sono solo beni di consumo. Il fine commerciale è spesso in conflitto con gli scopi di un’arte. Viviamo nel capitalismo, il suo potere ci sembra assoluto. Così sembrava anche il diritto divino dei re. Gli esseri umani possono resistere e cambiare ogni forma di potere umano e la resistenza e il cambiamento spesso inizia nell’arte”. Sono parole della grande madre del fantasy del ’900, un’altra erede di Tolkien, Ursula Le Guin, in occasione del National Award. Gran parte delle storie fantastiche degli ultimi trent’anni sono fonte di conforto e ispirazione per generazioni di giovani lettori a distanze siderali dai movimenti di destra identitaria. Il Trono di Spade, con le sue muraglie per tenere lontani i barbari e la necessità di abbatterle per fronteggiare tutti assieme un nemico che si accompagna al gelo e non fa distinzioni tra schieramenti politici… Harry Potter, con la sua accademia di magia dove c’è spazio ancora una volta per tutti i ragazzi “strani” e scartati e il cui saggio mentore è un vecchio Gandalf omosessuale, sono stati letti anche come una profezia del cambiamento climatico o hanno costituito un antidoto alla solitudine e uno sprone alla speranza e alla lotta per chi non si era mai riconosciuto negli eroi tradizionali. Ma queste sono già allegorie, riduzioni, applicazioni. Il punto vitale è che il fantastico resta una delle grandi case dove desideriamo abitare. Dove già abitiamo. L’incapacità di tanta classe dirigente del campo progressista a intercettare tutto questo, a farsene ispirare, mentre in Russia Dugin e Putin riesumano l’immagine della Roma antica e la suggestione di “terra e sangue” contrapposta alla Cartagine degli imperi occidentali, fluidi nei commerci, nel sesso e disposti a sacrificare i loro bambini sugli altari di Moloch, denuncia molto più d’una scaltrezza da maquillage, bensì uno spaventoso vuoto di visione, appunto. E tutto ciò che adesso è dimostrato, una volta fu solo immaginato, profetizzava William Blake. E’ già un miracolo se certi leader di sinistra arrivano a citare Tex Willer, ma, come notava perfidamente Pio XII, quando una cosa passa di moda, se la prendono subito le suore. Altri mondi possibili non sono neppure contemplati. 

 

Forse non c’è immagine più icastica di questo baratro della foto postata a sostegno del governo uscente da Maria Elena Boschi, con un bambino e il suo cartellone: “Quand’ero piccolo mi piacevano i maghi, adesso invece mi piace Draghi. Alle magie e alle favole non ci credo più, al mio futuro pensaci tu”. Pare una versione perfino più cinica e rinunciataria del pragmatico consiglio professato dal padre giardiniere dell’hobbit Sam al figliolo desideroso di avventure: “Elfi e draghi? Cavoli e patate”. Ed è vero che Sam tornerà ai cavoli e alle patate, liberando persino la Contea e diventando sindaco, ma dopo aver visto appunto elfi e prodigi. Se con un infelice gioco di parole si tesse addirittura l’implicito elogio del drago Smaug e si consiglia, come il padre razionalista in Peter Pan, di non credere ad altre bazzecole infantili, come stupirsi e obbiettare se altri invece dichiarano di riforgiare spade spezzate e reggerle alte e sfavillanti mentre tutti e ciascuno trovano il loro posto in una grande battaglia da combattere?

Edoardo Rialti è traduttore delle opere di J. R. R. Tolkien e G. R. R. Martin per Bompiani e Mondadori