Alec Soth, "Stuart. Pittsburgh, Pennsylvania", from "A Pound of Pictures" (Mack 2022). Courtesy of the artist and Mack.

Intervista

Alec Soth, il fotografo d'America: "Ogni volta che immortalo questo paese, imparo qualcosa di nuovo"

Luca Fiore

I suoi scatti sono contesi dai grandi giornali, i suoi libri vanno a ruba. Racconta sempre l'anima e le contraddizioni degli Stati Uniti. "Io non sono quel tipo di fotografo che va e ti racconta come è fatto il suo paese”, spiega al Foglio: “Per me conta di più il processo, come le cose avvengono mentre le si fa"

Vince Aletti, tra i maggiori critici di fotografia, lo ha definito sul New Yorker il fotografo più influente degli ultimi venti anni. Di certo, il consenso largo ed entusiasta attorno al lavoro di Alec Soth è fuori discussione. E’ membro della più prestigiosa agenzia del mondo, la Magnum, pubblica i suoi scatti sulla grande stampa americana e internazionale e pubblica libri che diventano costantemente dei bestseller. Le prime edizioni sono pezzi da collezione dai prezzi astronomici, ma in questi anni il suo editore inglese ha iniziato a ristamparli e renderli accessibili a un pubblico sempre più ampio. Aperture, la più importate rivista americana di fotografia, lo ha chiamato come guest editor dell’ultimo numero intitolato “Sleepwalking”. E’ stato autore di un blog seguitissimo e oggi pubblica mini conferenze dedicate alla fotografia su YouTube. Ha persino aperto un profilo su Tik Tok riuscendo a non cadere nel ridicolo.

 

L'ultimo lavoro di Soth "A Pound of Pictures" (Mack, 2022), nasce da un fallimento

 

Soth non è propriamente un foto giornalista, quanto piuttosto un erede della tradizione americana del “documentario poetico”, che ha in Walker Evans e Robert Frank i propri santi patroni. Ritraendo semplicemente ciò che si trovavano davanti, riuscivano non tanto e non solo a raccontare l’anima e le contraddizioni di un paese, ma ad accendere quella scintilla che illumina il mondo delle cose con la fiamma della poesia.

L’ultimo lavoro di Soth, “A Pound of Pictures” (Mack, 2022), nasce da un fallimento. L’idea originaria era quella di ripercorrere il tragitto percorso nel 1856 dal treno che trasportava il cadavere di Abramo Lincoln da Washington alla sua città natale, Springfield, nell’Illinois. In quell’occasione milioni di americani accorsero per vedere il convoglio che trasportava il corpo del presidente assassinato. Tra loro, c’era anche il poeta Walt Whitman che, per l’occasione, scrisse l’elegia “When Lilacs Last in the Dooryard Bloom’d”, in cui si chiede: “E che quadri appenderò mai alle pareti / per adornare il sepolcro di colui che amo?”.

 

"Lincoln ha riunificato il paese, ma è certo che, se non fosse stato ucciso, la sua eredità non sarebbe stata la stessa"

 

“Pensavo alla guerra civile – dice al Foglio – Ciò che stanno vivendo oggi gli Stati Uniti è qualcosa che si avvicina a ciò. Io vivo a Minneapolis, a un chilometro da dove è stato ucciso George Floyd e ho visto tanta tensione in questi anni. Sarebbe esagerato dire che l’assassinio di Lincoln ha riunificato il paese, ma è certo che, se non fosse stato ucciso, la sua eredità non sarebbe stata la stessa. Oggi è una figura stimata, per motivi diversi, da Democratici e Repubblicani. Desideravo riflettere su quel periodo e su quella circostanza che, in qualche modo, fu una via d’uscita in momento di impasse. Ma si trattava di un’idea astratta e il progetto è naufragato e si è trasformato in qualcosa di completamente diverso”.
“A Pound of Pictures”, nelle intenzioni di Soth, è una riflessione sul medium fotografico. Il libro si apre con un’immagine di un cimitero di Pittsburgh, in Pensylvania. Siamo al tramonto, e al centro dell’inquadratura, in mezzo alle lapidi, si vede di spalle una persona che fotografa. L’uomo è Ed Panar, un suo amico artista. I due, racconta Soth, discutono di immagini stereotipate. Il cimitero sarebbe una di queste. Ma per Panar non esistono cliché in fotografia e non ha paura ad andare a scattare in un luogo come quello. E’ così che nasce questa foto: i due vanno insieme in un cimitero e il primo immortala il secondo per capire come si può guardare il mondo senza troppe sovrastrutture e pregiudizi. L’ultima fotografia del libro, invece, è scattata all’interno dell’auto dell’autore. In primo piano c’è il volante, sul quale è attaccato biglietto scritto a macchina. E’ la prima foto realizzata al termine del primo lockdown, quando – racconta Soth – pensava di aver dimenticato come si faceva a fotografare e si era riletto i consigli che Allen Ginsberg dava agli studenti di fotografia del workshop che teneva con Robert Frank. Quelle massime iniziano ad accompagnarlo durante il lavoro. Nelle prime due righe del foglietto attaccato al volante si legge: “Mente ordinaria. Permette percezioni eterne”. Nell’ultima: “La sincerità pone fine alla paranoia”. In mezzo, poi, immagini che in un modo o nell’altro hanno a che fare con il mondo della fotografia, tra cui i ritratti di Duane Michals, Sophie Calle, Nancy Rexroth, oltre che della camera oscura del leggendario stampatore Sid Kaplan e del letto di Nan Goldin, su cui campeggiano due opere di Peter Hujar.

“Uno dei temi di cui si parla tanto oggi è che nel mondo ci sono troppe immagini”, spiega Soth: “In diversi momenti della mia carriera ho dovuto lottare con questa idea. Ma a un certo punto ho pensato che è come se ci si lamentasse perché ci sono troppi fiori. Perché uno, ancora oggi, si prende la briga di fotografare i fiori anche se, probabilmente, il destino di quelle immagini è di finire, prima o poi, nella spazzatura? Secondo me perché, in qualche modo, testimoniano il riconoscimento di una bellezza. E per me questo, da alcuni anni, sta diventando importante, piuttosto che insistere sugli aspetti negativi. Per me, ora, si tratta di festeggiare ciò che c’è. Perché questo, in fondo, dà la possibilità di una connessione tra le persone”. Era anche l’obiettivo del progetto su Abramo Lincoln: trovare una connessione in un mondo frammentato. “Non saprei. Non ci avevo pensato. Forse, sotto la superficie di questo lavoro c’è anche questo. Se penso a una delle fonti a cui torno, Walt Whitman, lui era così, qualsiasi cosa facesse: dallo scrivere poesie a offrirsi volontario come infermiere durante la Guerra Civile. C’è in lui il desiderio di connettersi con le persone”.

 

Ci si immerge in un grande racconto dell'America degli ultimi vent'anni. Che America sia, però, è molto difficile da dire

 

“A Pound of Picture” è stato inserito anche in un altro libro uscito quest’anno, “Gathered Leaves Annotated”, che raccoglie i cinque grandi progetti a lungo termine che Soth ha realizzato dal 2004 ad oggi. Il volume, stampato su carta di giornale, presenta anche “Sleeping by the Mississippi”, “Niagara”, “Broken Manual” e “Songbook”. Settecento pagine in cui i libri vengono riprodotti per intero, copertina compresa, ma ai quali l’autore ha aggiunto commenti scritti a mano, ha affiancato alle foto le didascalie che nell’originale erano poste alla fine, aggiunto – a margine – immagini scartate che oggi gli sembrano più adeguate. Al di là delle curiosità, più o meno interessanti, sfogliare un libro del genere significa immergersi in un grande racconto dell’America degli ultimi vent’anni. Che America sia, però, è molto difficile da dire. “Come ho capito bene con il fallimento del progetto su Lincoln, io non sono quel tipo di fotografo che va e ti racconta come è fatto il suo paese”, spiega Soth: “Per me conta di più il processo, come le cose avvengono mentre le si fa. Certo, i miei libri parlano dell’America e dicono qualcosa su di essa, ma non saprei bene dire che cosa. Il nostro è un paese troppo grande, articolato e complesso, pieno di sfumature. Ma una cosa che penso di aver capito è che ogni volta che esco per fotografare l’America finisce che imparo qualcosa che prima non sapevo, perché le cose non erano come io pensavo che fossero”. Per spiegare che cosa significa, Soth prende ad esempio un’immagine del suo ultimo libro. Si tratta di un ragazzo di colore a torso nudo, in mezzo a un prato ad erba alta, che si china a cogliere un fiore dai petali rosa. “Ero a Pittsburgh per fotografare dei templi buddisti. Arrivo presso uno di essi e scopro che il luogo è chiuso. Fermo l’auto nel quartiere, che è una zona povera, abitata da afroamericani. Noto una coppia di giovani. Bellissimi. Chiedo se li posso fotografare. Lei dice no. Lui invece accetta. Dopo lo scatto scambio con loro due chiacchiere e scopro che lui frequenta abitualmente il vicino tempio buddista vietnamita. E io, un ragazzo così, non ce lo vedevo proprio come frequentatore di un tempio. E’ stato come trovare qualcosa che non stavo cercando. Questo dice qualcosa dell’America? Non lo so. Dice di certo di qualcosa di diverso rispetto a ciò che io pensavo prima”. In una nota del libro si legge, tra l’altro: “La fotografia non mi costringe soltanto a uscire di casa, ma anche ad uscire – brevemente – dalla mia testa”.

Ripercorrendo i libri di Soth, che alternano ritratti a riprese di interni, paesaggi a nature morte, spesso si ha l’impressione di essere spostati. I temi affrontati sono impegnativi: il sogno (“Sleeping by the Missisipi), l’amore (“Niagara”), la vita fuori dagli schemi (“Broken Manual”), la dimensione religiosa nel Midwest (“Songbook”). Se gli si chiede se ci sia stato un momento di svolta nel concepire le sue immagini, Soth torna su una fotografia presente in “Niagara”: è il ritratto di Melissa, il giorno del matrimonio. Siede fuori da un edificio anonimo, con il vestito da sposa. “Si era appena sposata in una cappella di un motel. Ho scattato delle immagini della coppia, poi ho chiesto di fare un ritratto solo a lei. Durante l’editing del mio primo libro, mi rendevo conto che le mie fotografie comprendevano troppi elementi. Così, per “Niagara”, cercavo di lavorare per sottrazione. In quell’occasione è come se mi fossi chiesto: posso fare una foto che parla d’amore che ha come soggetto una sola persona? Lei si è seduta e ha assunto un’espressione molto più riflessiva. E’ stato l’inizio di un nuovo modo di pensare al lavoro”. La storia di questo ritratto, continua Soth, non finisce qui: “Dopo anni, come mi capita di fare, torno a incontrare o fotografare di nuovo alcune persone. Ho cercato informazioni su Melissa e, su Facebook, ho trovato le foto del suo secondo matrimonio. Ora guardando questa immagine non posso fare a meno di pensare al tempo che ha separato i giorni delle due cerimonie. Il suo sguardo, oggi, mi appare come quello di una donna che pensa al futuro”. L’idea che si possa rappresentare un soggetto – l’amore, ad esempio – su cui la luce non si può posare e che non imprime la pellicola è uno dei paradossi che da sempre caratterizza la fotografia. “Ho appena aperto un profilo Tik Tok e ho iniziato a fare degli esperimenti. Ad esempio, mi sono filmato mentre pensavo alle cose più diverse: divertenti, violente, tristi. E chiedevo agli utenti se capivano che cosa mi frullava in testa. Non funziona. La sposa di prima non sappiamo a che cosa stesse pensando. Chissà, magari immaginava banalmente che cosa avrebbe mangiato al pranzo di nozze. Siamo noi che riempiamo questo vuoto. E lo facciamo a seconda di chi siamo e quando lo facciamo. E’ lo spettatore che dà il significato all’immagine, se vuole farlo”.

 

"Mi sono chiesto: posso fare una foto che parla d'amore che ha come soggetto una sola persona?"

 

A questo proposito, a condizionare il modo in cui leggiamo le immagini sono spesso le parole che ad esse vengono associate. Diceva Dorothea Lange che “tutte le fotografie, non solo quelle cosiddette ‘documentarie’, e in realtà tutte le fotografie sono documentarie e appartengono a qualche luogo, hanno un posto nella storia, possono essere rafforzate dalle parole”. E Soth le usa molto. Poesie, di solito. I suoi libri hanno titoli che strizzano l’occhio a Walt Whitman o citano versi di Wallace Stevens. Ma non solo. Sfogliando “Gathered Leaves Annotated”, ad esempio, ci si imbatte in un breve testo che chiude “Songbook” e, che, forse, può illuminare anche il resto della sua opera. E’ una citazione di Eugène Ionesco che dice: “La società più vera, l’autentica comunità umana, è extrasociale – una società più ampia e profonda, quella che si rivela dalle nostre ansie comuni, dai nostri desideri, dalle nostre nostalgie segrete. Tutta la storia del mondo è stata governata da nostalgie e ansie che l’azione politica non fa altro che riflettere e interpretare, in modo molto imperfetto. Nessuna società è stata in grado di abolire la tristezza umana, nessun sistema politico può liberarci dal dolore di vivere, dalla paura della morte, dalla sete di assoluto. E’ la condizione umana che dirige la condizione sociale, non viceversa”.

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