Il foglio del weekend

I fiumi volanti di Sebastiao Salgado

Vittorio Bongiorno

L’Amazzonia, l’ossessione per gli alberi e la scoperta dei vapori vaganti. Parla uno dei più grandi fotografi viventi, un Candide al contrario, che invece che scappare dalle ingiustizie e dall’orrore li cerca e si immerge per testimoniarne la brutalità

Sebastiao Salgado, il fotografo brasiliano famoso per aver inseguito e fotografato le ingiustizie nel mondo, a metà anni Novanta torna nella sua casa di Parigi dopo aver fotografato il massacro dei Tutsi compiuto dagli Hutu in Ruanda e si sente morire. Dopo nove mesi di atrocità e distruzione, contrae lo stafilococco e fisicamente e mentalmente ha un crollo. “Quando sono andato via non credevo più a niente, non poteva esserci salvezza per la specie umana, non si poteva sopravvivere a una cosa simile”, racconterà nella sua autobiografia “Dalla mia Terra alla Terra” (2016, Contrasto). Ritorna così in Brasile, dove è nato nel 1944, nella grande fattoria di famiglia, perché suo padre è vecchio e ammalato, e trova un’altra devastazione: la valle distrutta, la foresta pluviale che fino a pochi decenni prima ricopriva tutto è stata tagliata e la terra è ormai morta. Un intero ecosistema annientato. A sua moglie Lélia, compagna di vita e di tutto, come ama ripetere lui, viene un’idea folle ma geniale: fondano insieme l’Istituto Terra per ripiantare quasi tre milioni di alberi di duecento specie diverse, creando uno dei più prodigiosi progetti ambientali della storia. Dice che all’inizio non sapevano nemmeno quanto costasse un albero né da che parte cominciare, e per molto tempo hanno assistito all’incessante fallimento del progetto: più della metà degli arbusti muore di sete, ma pochi anni dopo, ostinatamente, qualcosa attecchisce, e le piante cominciano a generare i semi che servono a ripopolare la foresta.

In quasi vent’anni rinascono alberi, sorgenti d’acqua, tornano uccelli, mammiferi, rettili, anfibi. E’ la realizzazione di un’incredibile utopia. E insieme agli alberi, rinasce anche Sebastiao. Ora lui è seduto davanti a me, in un’aula didattica del Museo Maxxi di Roma, a fine settembre, il giorno prima dell’inaugurazione della sua ultima mastodontica mostra “Amazônia”, curata da Lélia Wanick Salgado. Preme delicatamente il suo pugno contro il mio, in segno di saluto anti-Covid, e mi ascolta con gli occhi a fessura e mi parla dolcemente, in un inglese ammorbidito dal suo brasiliano e dal francese che io non parlo. 

Ma perché questa mostra, cosa c’è ancora da scoprire sull’Amazzonia che già non sappiamo? Il fotografo e avventuriero, come lo definisce il regista e amico Wim Wenders, racconta facendo volteggiare lentamente le grandi mani. “Probabilmente per la prima volta nella storia dell’Amazzonia qui presentiamo le sue montagne. Fino a ora ciò che abbiamo visto era una terra piatta attraversata da grandi fiumi, ma in realtà è un enorme spazio fatto di piccole cose che ho avuto l’opportunità di fotografare. Ma c’è anche l’altra scoperta, forse anche più importante, dei ‘fiumi volanti’. Non li conoscevamo. Sono stati scoperti pochi anni fa da alcuni scienziati brasiliani: ogni grande albero raccoglie l’acqua sessanta metri sottoterra e la fa evaporare, tra 1.000 e 1.200 litri di acqua al giorno. Uno straordinario sistema di miliardi di alberi che crea delle enormi nuvole. E queste nuvole verticali vengono trasportate dal vento in tutto il mondo”. 


Salgado è emozionato nel raccontare la magnificenza di questo luogo davvero unico. L’umidità che abbiamo in Europa, in pratica, proviene anche dall’Amazzonia, il cui futuro riguarda tutti. Lui si accende nuovamente, con il suo modo di parlare insieme dolcissimo ma rigoroso. “E’ importante che la gente venga a vedere questa cosa che sono riuscito a catturare, questi fiumi aerei… Per salvare e preservare l’Amazzonia abbiamo bisogno del sostegno di tutto il mondo”. 


In effetti a vagare senza meta tra le enormi foto che Lélia ha disposto sospese in aria, e puntellate dalla musica che Jean-Michel Jarre ha creato apposta per la mostra, l’effetto di meraviglia è davvero sorprendente. Lo stesso accade sfogliando il catalogo “Amazônia” (Taschen 2021), più di 500 pagine di grande formato che è un vero e proprio scrigno di sorprese: davanti alle foto aeree si rimane catturati, rapiti, mesmerizzati dal maestoso intreccio di bianchi e neri, 256 totalità di grigi, che si giustappongono come se scaturissero dal pennello di un Caravaggio brasiliano. L’acqua dei fiumi è così bianca, in certe insenature, che è quasi lucida. Le vette delle montagne, mai viste prima, sembrano tratteggiate con un pennino sottilissimo quando sono in ombra, ricche di chiaroscuri quando vengono investite dalla luce. E le nuvole, la foschia, le nebbie, l’oscurità, l’orizzonte, sono il sogno a occhi aperti del giardino più ricco del mondo. E quando i fiumi volanti esplodono in aria, schiantandosi gli uni contro gli altri, trasportati dalle correnti, è una sorta di infinito in cui perdersi per ore. 


Si commuove anche, a un certo punto, raccontandomi dei suoi amati alberi, che cerca di abbracciare a occhi chiusi, nell’aria davanti a me. Io, da parte mia, gli descrivo un disegno che mio figlio fece di noi due da piccolo, un albero grande e un alberello che cresce ai suoi piedi, e Salgado, probabilmente il fotografo vivente più noto al mondo, sembra essere d’accordo. “Sì, gli alberi sono come figli per noi. E tu li guardi, ed è incredibile, puoi abbracciarne uno”. Dice che anni fa la Leica, storico produttore tedesco di fotocamere di altissima qualità, gliene dona una in titanio con lo speciale numero di serie 3000000, e che lui, avendo già la sua Leica storica, decide di vendere all’asta, raccogliendo 125 mila euro per l’acquisto di altri 50 mila alberi da ripiantare. “Alleluia!”, ride divertito raccontandomi il fatto. La mostra, straordinaria, che Contrasto mi ha permesso poco prima di sbirciare a porte chiuse, raccoglie il frutto di sette anni di spedizioni fotografiche compiute via terra, acqua e aria, e racconta l’Amazzonia perlopiù ancora ignota. E lo sguardo dall’alto, grazie agli elicotteri dell’esercito, è il punto di vista ideale per avere una reale percezione delle dimensioni di questa terra. “Grazie all’impenetrabilità della foresta”, scrive Salgado nella presentazione, “per interi secoli alcuni gruppi etnici sono riusciti a preservare il loro tradizionale stile di vita. Oggi, però, questi stessi gruppi e la foresta in cui vivono sono seriamente minacciati”.
Dice che quella fotografata da Salgado è la giungla tropicale più grande del mondo di cui oltre il 60 per cento si trova in Brasile, e che la popolazione di Indios che la abitava, prima dell’arrivo dei portoghesi nel 1500, era di circa cinque milioni. Oggi, in un territorio che è otto volte la Francia, sopravvivono solo 370.000 indigeni, decimati prevalentemente da virus e batteri portati dall’esterno, distribuiti in 188 gruppi, con 150 lingue diverse. E dice che con 114 di questi gruppi non si ha ancora avuto un contatto. 


La deforestazione di questo paradiso terrestre è una storia tristemente nota, per fare spazio alle fattorie che allevano bovini e che coltivano soia con il consenso dell’attuale governo, che Salgado definisce “marginale” (ma è molto duro anche con il precedente presidente). Gli incendi dolosi hanno poi il loro impatto anche sul cambiamento climatico: la foresta tropicale sta cominciando a perdere progressivamente la capacità di assorbire le grandi quantità di anidride carbonica, la famigerata CO2, e i milioni di alberi in fumo aumentano sempre di più la gigantesca “bomba al carbonio”. Si legge l’amarezza sul suo volto quando racconta che l’attuale governo di estrema destra continua a indebolire la Funai, la Fondazione nazionale dell’Indio, responsabile della protezione dei popoli e delle loro terre, al cui vertice è stato assegnato un commissario di polizia invece che uno scienziato. “Ma è proprio grazie alle straordinarie persone della Funai che siamo riusciti a compiere queste imprese. Non abbiamo nessun finanziamento esterno. Mia moglie Lélia e io abbiamo finanziato tutto: 48 spedizioni, a volte anche di 4 mesi, con 10-15 persone tra guide, antropologi, cuochi, vogatori di piroghe e specialisti delle foreste”. 


Dice che per avvicinarsi agli Indios, il cui ecosistema è altamente a rischio di contagio, Salgado e la sua troupe si sottopongono a esami del sangue e richiami di vaccini a Parigi, dove il fotografo vive da anni, e poi altri esami sul posto in Brasile, più una quarantena di dieci giorni in un avamposto del Funai. E sono gli Indios stessi che, una volta approvata la finalità dell’incontro, decidono il periodo. Salgado ridacchia, con gli occhi sempre a fessura, protetti dalle folte sopracciglia bianche. “Non sono più furbi o più tonti, sono esseri umani, svegli e vivi tanto quanto noi, e non credo pensino di essere diversi da noi. Sono molto curiosi a proposito di noi. Ma non sono interessati alla mia macchina fotografica o ai miei vestiti. Loro li odiano perché nella foresta non arriva il sole e soffrirebbero coi vestiti bagnati addosso. Io non riesco mai ad asciugarli completamente e dopo un po’ puzzano, mentre loro, che si lavano quattro o cinque volte al giorno, sono puliti”.


A un certo punto mi racconta divertito l’aneddoto che è anche nel documentario “Il sale della terra”, girato nel 2014 da Wim Wenders insieme al figlio Juliano Ribeiro Salgado: un indio della tribù Zo’è (che significa “sono io” nella loro lingua) con cui il fotografo aveva fatto amicizia, gli aveva chiesto con insistenza il suo coltellino svizzero. Per le norme della Funai Salgado non poteva darglielo, ma Ypó gli aveva proposto di buttarlo dal finestrino dell’aereo, una volta ripartito, perché lui avrebbe seguito la traiettoria e l’avrebbe ritrovato in mezzo alla foresta, che conosce palmo a palmo. 


Salgado parla con un filo di voce, quasi un po’ in imbarazzo. “Ho letto tanti libri in cui si parla della pericolosità della giungla, degli esploratori europei che non sono mai tonati indietro dalla foresta perché uccisi dai serpenti o avvelenati dai nativi. Tutte bugie. E’ solo un riflesso della nostra aggressività. Io sono stato molto felice tra di loro. L’unico problema è stato lasciarli. E’ stato così bello vivere con loro che alla fine non voglio tornare indietro! E’ possibile vivere lì e non tornare più. Io torno perché amo mia moglie, amo la mia piccola tribù, i miei figli, ma se non avessi nessun contatto qui probabilmente resterei lì per sempre. E’ un altro modo di vivere, un’altra vita”.


Dice che affrontare questo lavoro imponente, nonostante la sua età, l’ha riconciliato con la sua preistoria. Lui, il “fotografo sociale”, che ci ha raccontato i volti dell’umanità più disperata, come un Candide al contrario, che invece che scappare dalle ingiustizie e dall’orrore lo cerca per testimoniarne la brutalità, si sorprende ancora fotografando le montagne magiche e i fiumi volanti. E, come dice Pangloss a Candide, alla fine della sua avventura, “dobbiamo coltivare i nostri giardini”, proteggerli esattamente come fanno Lélia e Sebastiao. 


Gli chiedo se c’è molta differenza a fotografare un essere umano, un paesaggio, o un albero. Lui mi sorride, placido, e fa di no con la testa lucente. “Nessuna differenza. Devi amare quello che stai facendo. Essere in una fase di totale amore nell’essere lì. E’ tutto vivo. Gli alberi sono vivi, hanno personalità, hanno dignità. Devi chiedere un’autorizzazione per fotografarli. La fotografia è molto più di un’inquadratura: è un movimento, è vivere all’interno di un fenomeno e venirne fuori con molte più cose di quando sei entrato nel fenomeno. Tutto ciò che fotografi ti torna indietro. E tu ti arricchisci”.


Ci diamo di nuovo il pugno, ma è più una carezza al contrario, e lui torna tra le sue foto sospese in aria. Dopo la conferenza stampa esco a fotografare i sinuosi intrecci del Maxxi disegnati della grandissima Zaha Hadid, e prima di andarmene me lo ritrovo in cortile, cappellino in testa, scarponi da trekking e zainetto in spalla. Non resisto: tiro fuori la Polaroid e gli chiedo se posso scattargliene una. Lui mi guarda, probabilmente non ne ha tanta voglia, ma sa che io lo amo, lo sente, e si lascia ritrarre. Faccio un clic, e la più grande montagna dell’Amazzonia appare lentamente nel quadrato bianco e nero della pellicola istantanea. Nel muro dietro di lui c’è la scritta “Benvenuto. Welcome”.

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