Congresso del Partico comunista, una foto dall'archivio LaPresse

Il libro

Questo era il Pci. L'appassionato dialogo di due comunisti a modo loro

Duccio Trombadori

Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli, due dirigenti e due diverse generazioni: un confronto senza nostalgie commemorative, un'analisi estremamente lucida del loro passato militante

Ho già letto d’un fiato, e sto adesso rileggendo in dettaglio i capitoli dell’appassionato e appassionante dialogo tra Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli, due dirigenti del Pci, due diverse generazioni che hanno insieme attraversato e interpretato la storia del comunismo italiano dal 1945 fino al 1991 quando, con lo scioglimento del partito e la fine della Guerra fredda, si è iniziata una ben diversa politica. Il libro s’intitola “Comunisti a modo nostro” – ed. Marsilio – e cade nel fuoco dei ripensamenti sul centenario del Pci. 

 

Né Emanuele – scomparso nemmeno un mese fa, e per me è ancora come averlo vicino, per discutere ed ascoltare i suoi pensieri – né tantomeno Claudio indulgono a nostalgie commemorative. Guardano con lucidità estrema il loro passato militante, lo analizzano e vivisezionano in tutti i passaggi cruciali della storia politica italiana e della lotta politica interna al Pci, che li ha visti protagonisti a vari livelli, fino alla fatidica data del 1989, quando con Occhetto si avviò il processo di distacco e autoscioglimento della forza che è stata un perno della vita repubblicana e un fattore della nostra vita democratica con tutti i suoi meriti e i suoi limiti. Di tutto ciò e altro ancora avrei voluto parlare ancora con Emanuele, uomo coraggioso, di straordinaria duttilità politica, critico senza mezzi termini del “socialismo sovietico”, e pure sostenitore della continuità nella storia del Pci, il “partito nuovo” di Togliatti, fattore di una via graduale di riforme sociali identificate con la “via del socialismo”. 

 

Non distante, e pure ben distinto da Macaluso è il tono inquietamente critico di Claudio Petruccioli, anche lui figlio e allievo della lezione togliattiana, e però persuaso della necessità di un netto distacco da tutta una cultura e una mentalità politica, che fu del Pci, per avere in ultima istanza di fatto ostacolato, anziché agevolare, come avrebbe potuto, l’incontro delle anime storiche del movimento socialista italiano in una “casa comune del riformismo”.

 

Spero di non avere travisato, bensì di avere sommariamente riassunto i punti di vista ben argomentati che si incrociano nel dialogo sincero e tenacemente condotto dai due compagni e amici di una vita, la cui autorevolezza e trasparenza invita a seguire per la serietà e l’impegno intellettuale che vi è impresso. Il centenario del Pci appartiene come mentalità diffusa, senso comune, tradizioni popolari, al patrimonio storico dello spirito pubblico e della vita civile di tutti gli italiani. Non a caso si presenta, a trent’anni di distanza, anche come occasione per riflettere sul presente e sul futuro della “sinistra” e di tutta la vita politica in Italia. A me, che comunista sono prima nato da genitori comunisti e poi divenuto a suo tempo un militante, prima di disilludermi, una lettura come questa fornisce preziose aperture di riflessione su tutta una storia che è anche in buona parte autobiografica. 

 

Avrei moltissimo, da dire e osservare, a conferma della qualità del libro di Macaluso e Petruccioli. Mi basta riassumere tuttavia così: per quanto sia stata una forza politica basilare nella formazione della democrazia italiana, e nella pedagogia di grandi masse popolari sottratte al ventennio fascista e alle tentazioni eversive, il Pci fu anche per lungo tempo un partito a “vocazione totalitaria” che non riuscì a mettere in discussione se non per tentativi rientrati o repressi, ivi compreso la stagione detta “berlingueriana” che oggi in tanti rimpiangono senza mettere al vaglio di un equanime e impietoso, per quanto sempre misericordioso, giudizio storico.

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