“L'altrui mestiere”, lo sguardo sul mondo come principio morale

Marco Archetti

La chimica delle parole e una luce mozartiana negli elzeviri di Primo Levi

Un uomo totale, secondo Laura Mancinelli. Un nonno ideale per Domenico Starnone. Un portatore di luce ilare, a detta di Michele Rago. Chi si è occupato de “L’altrui mestiere” – il libro più bizzarro e acuto di Primo Levi (e questo è Marco Belpoliti) – non ha potuto evitare di sottolineare la vasta prospettiva, l’affabile onniscienza e la gaiezza enciclopedica di quegli elzeviri, scritti tra il 1964 e il 1984, pensati dalla prima all’ultima riga con generosità di orizzonte, economia di parole e, sembrerebbe, contemporaneamente e insieme al lettore che li legge, miracolo disinvolto che riesce solo ai migliori. Leggerli uno via l’altro – ottimo modo per festeggiare il centenario della nascita di questo gigante – significa godersi una festa: quella dell’intelligenza di uomo che guarda il mondo, lo sa guardare, e fa dello sguardo un principio morale.

 

Primo Levi non era, per nostra fortuna, un classico scrittore da terza pagina. Non si inebriava del pistolotto, non brandiva l’ascia del Giudizio Definitivo, non cavalcava saette moraleggianti, e anzi, rifuggiva le domande retoriche, la fumisteria acculturata e la tesi a priori. I suoi interventi non erano puntate di un diario di idee ma erano tutti la stessa idea che si bagnava nella luce mozartiana di un pensiero musicale sempre diverso, che su diverse scale armoniche sapeva offrire memorabili ed estesi ritratti, ma anche aneddoti repentini e domande come piccole insurrezioni del dubbio salutare. E che sapeva mettere a frutto il doppio fuoco che lo alimentava: Levi era un chimico che faceva letteratura, e faceva letteratura come se trafficasse con gli alambicchi, sperimentando, mischiando e osservando quel che accadeva sotto la sua lente. Natura e cultura in dialogo ininterrotto, pronte a suggerire l’una all’altra, a darsi man forte o man debole, a smentirsi, anche, a generare, però, sempre qualcosa. Primo Levi scriveva con una lingua da far invidia, minuziosa e quieta, caparbia ed esatta, che sapeva affrontare con disciplinatissimo estro i cimenti più vari: dall’etologia al Lager, dalla scuola a Renzo Tramaglino, dal personal computer alla necessità biologica di “avere paura”, da Queneau a Rabelais (amato, amatissimo, lui e la sua “robusta buffonata epico popolare intrisa della vigile consapevolezza morale di un grande spirito del Rinascimento, tra scurrilità ribalde e citazioni ebraiche o arabe, in tessitura discontinua”).

 

Il pezzo intitolato “La mia casa” fu particolarmente amato da Calvino, e in effetti bastano poche righe per capire che non capita tutti i giorni di leggere quattro pagine più agili e cristalline da parte di uno scrittore che racconta casa sua, la casa dove ha sempre vissuto, la casa da cui non ha intenzione di allontanarsi se non per brevi momenti, la casa dei suoi avi, casa-scoglio e casa-guscio insostituibile in cui la patella primoleviana passa tre quarti del suo tempo di lavoro, splendida e anacronistica dichiarazione di pigrizia e di renitenza alla leva, per lo meno rispetto all’odierno esercito degli scrittori inquieti, accorati influencer del brucechatwinismo riletto da Lorenzo Cherubini. “La lingua dei chimici I” e “La lingua dei chimici II”, invece, sono due movimenti della stessa sorprendente sinfonia: Levi-Virgilio ci guida nella selva del lessico scientifico, raccontandoci aneddoti che ribollono nei crogiuoli di laboratori affacciati al balcone della storia – andate a leggervi il perché il Germanio si chiama Germanio dopo essersi chiamato Gallio – e cavalcando insieme a noi le avventure e le disavventure delle parole, parole sopravvissute al proprio viaggio o al proprio stesso significato, parole agitate dai venti della permalosità politica o dalle evenienze secolari. “Segni sulla pietra” è pura poliedricità dell’ingegno, trattandosi di uno studio mineralogico dei marciapiedi torinesi, delle loro stratificazioni e delle ère cementizie e storiche che si sono succedute – anche le gomme americane sputate a terra hanno, qui, il loro arguto paragrafo di trattazione, ma del resto perché no? (Francesco Berni scrisse nobili versi in lode agli orinali.)

 

Da imparare a memoria le dichiarazioni di intento poetico – “Perché si scrive?”, “Il rito e il riso”, “Dello scrivere oscuro” –, commovente il trattatello olfattivo “Il linguaggio degli odori”, e vere e proprie lezioni di scrittura i pezzi più narrativi, tra i quali spicca “Il fondaco del nonno”: dagherrotipo di un mondo scomparso, semicolonna umoristica, natura morta (tremenda) di bebè con maiale.