La deriva dell'arte moderna, diventata specchio dell'individualismo di massa

Alfonso Berardinelli

Il libro di Bonami e l’eredità dell’“Orinatoio” di Duchamp

Dobbiamo misurare l’arte di oggi con l’arte del passato, o l’arte del passato con quella di oggi? Sono reciprocamente commensurabili? Come fanno i critici d’arte a difendersi dalla schizofrenia? Da quanto tempo nelle arti visive la parola arte indica soprattutto o quasi un’antiarte o non arte? 

 

Passare un paio d’ore leggendo il libro di Francesco Bonami “Post. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità sociale” (Feltrinelli, pp. 135, euro 15) è un’esperienza ambigua, o meglio ambivalente. Bonami è ottimista e pessimista, ma anche pessimista nella prima pagina del libro e ottimista nell’ultima. Prima ci deprime, poi ci consola e ci incoraggia.

 

Il suo è un libro veloce e brillante, paradossale e prudente, euforico e sardonico, che gioca continuamente con i toni beffardi della denuncia, ma “senza allarmismi”, e del pessimismo antropologico che però, alla fine, trova che in fondo, da che mondo è mondo, gli esseri umani, cioè noi, benché già un po’ post-umani, siamo ancora gli stessi di sempre: identici nei nostri desideri e istinti primari, nonostante il passare dei secoli e nonostante l’attuale accelerazione dei mutamenti.

 

Da un lato l’autore fa squillare l’allarme della fine ipersocial dell’arte tra YouTube, Instagram e selfie; dall’altro, ci dice di stare tranquilli, è sempre successo, abbiamo sempre usato l’arte come ornamento, divertimento, intrattenimento e autopromozione: in effetti succedeva con i faraoni, coi signori rinascimentali e con la borghesia di lusso.

 

Dunque niente “moralismi e malinconia” (è vietato) perché con le cose brutte arrivano anche cose belle e forse anche quelle brutte hanno qualcosa di bello. L’estetica moderna non scarta niente, digerisce tutto, anche i rifiuti. L’arte è morta ma nello stesso tempo è immortale. Non è più come era, né la troviamo solo lì dove una volta si trovava in esclusiva. Ora è dovunque: il libero accesso al bello di essere se stessi e proprio come si è, non è più cosa per pochi, ma per tutti.

 

Perché lamentarsi? E’ un sincero democratico chi rimpiange l’arte del passato?

 

Nell’equilibrata saggezza di Bonami trovo un equilibrio eccessivo. Come in molti critici, la sua parola d’ordine è “accettare e non giudicare”: la realtà presente va accettata, altrimenti si finisce dallo psicoanalista o si diventa impopolari.

 

La mia obiezione a questo ragionamento è sempre la stessa: siamo sempre stati degli io socializzati, solo che oggi la socializzazione comunicativa ha una potenza nuova, tutti lo dicono, e gli io sono infinitamente di più e sempre di più fanno le stesse cose. 

 

Anche la tecnica è vecchia quanto l’uomo, dal primo aratro di legno a un drone, da un’ascia di ossidiana a un missile intercontinentale.

 

Questo è vero, ma anche falso: fra le due cose c’è una chiara e macroscopica differenza e altrettanta ce n’è fra noi e le protesi tecniche che usiamo ora rispetto a quelle usate nel Neolitico.

 

Bonami inizia così il suo libro: “Immaginate uno stadio con 77.882 persone che guardano l’‘orinatoio’ di Marcel Duchamp presentato a New York nel 1917. Oppure immaginate lo stesso numero di persone che osserva la scatoletta ‘Merda d’artista’ di Piero Manzoni del 1961. Se ci riuscite, avete una bella immaginazione. Su YouTube, però, 77.882 persone hanno visto in poco più di un’ora un video di pochissimi secondi di una ragazzina che emette un peto in faccia al suo cagnolino. Che cosa possiamo dedurne? […] Al massimo, sia Manzoni che Duchamp generano sberleffi e qualche risatina per poi passare oltre, dopo chiaramente essersi fatti un selfie con l’opera d’arte accanto, o meglio alle spalle”. L’arte in sé non è neppure più fotografata. Mi fotografo io, con l’arte sullo sfondo.

 

Il rapporto dell’arte moderna con la non arte e con l’antiarte ha una storia lunga un secolo e ha il suo inizio glorioso proprio con Marcel Duchamp e il suo “orinatoio” (riproduzione di un reale orinatoio) esposto come arte.

 

E’ da questo punto che infatti riprende il discorso Maurizio Cecchetti nel suo libro “Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp”. Ma Duchamp fece per primo quello che continua a essere rifatto oggi senza scandalo, o meglio con scandalosa vacuità e scandaloso successo. Arte è ciò che viene offerto e burocraticamente incorniciato come arte: esposta, pubblicizzata e super pagata.

 

Duchamp era in realtà un critico genialmente cinico che provò a smascherare sardonicamente la realtà. Venne preso per artista, sebbene avesse ripetutamente negato di esserlo. Affermò che il suo scopo era solo di “essere un individuo” (evidentemente in una società che impediva con ogni mezzo di esserlo).

 

Oggi, grazie alle tecnologie del “senza sforzo”, tutti credono di essere individui. Ci riescono? Il risultato è che l’individualismo di massa produce massa, non individui.

 

Mi chiedo infine se con opere di arte visiva in cui c’è più da constatare che da guardare, si possa ancora parlare di arte “visiva” e non di oggetti comunicativi o allusivi o forzatamente provocatori. Eppure, intorno a questa antiarte girano enormi quantità di denaro. 

 

Perché i critici d’arte non si decidono a dire che fra i più famosi e pagati artisti i protagonisti non sono stati e non sono che furbissimi mercanti? Che cosa rispettano in loro i critici? La non arte o i soldi che costa?

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