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La bella gente di un'epoca che se ne va. E' il mondo perduto di Paolo Di Paolo

Racconto di una visita d'eccezione al Maxxi di Roma, accompagnati dal fotografo, Dacia Maraini e Roberto Cotroneo. Una mostra di ritratti di divi e gente comune, legati dalla stessa nostalgia

19 Giugno 2019 alle 16:41

Paolo Di Paolo ha un riflesso francofono, dice “Pardon!” e non “Scusi!”. Stringe in mano un bastone di legno smaltato, forse un vezzo, perché quasi non si appoggia. Cammina ritto sui suoi novantaquattro anni. È elegante. È bello come sa esserlo chi indossa con noncuranza l’abito dell’età. Calza due mocassini lucidi, la loro pelle levigata sembra buccia di castagne, un morsetto dorato li fa preziosi. È anziano ma è giovane, col suo pantalone a costine color crema, il dolcevita giallo pastello coperto da una giacca nera, a dissimulare esuberanza e intelligenza. Questo pomeriggio è proprio lui la nostra guida nel “Mondo Perduto” delle sue foto, al museo MAXXI di Roma, che ha deciso di prorogare la mostra fino al primo settembre. Aldo Cazzullo ha organizzato il colpo, ha messo insieme Di Paolo e Dacia Maraini, per vedere fotografo e soggetto camminare tra le vestigia di un’epoca scomparsa. Con noi ci sono anche la moglie Elena Di Paolo e lo scrittore Roberto Cotroneo, la Leica sempre calda, qui fotografo e metafotografo in un gioco di specchi.

 

Ha lavorato per anni con la rivista “Il Mondo”, Di Paolo, e ora le sue foto ritrovate tempo fa dalla figlia, dopo che lui era tornato a inseguire i suoi sogni e le sue ricerche di storico, sono diventate un viaggio in bianco e nero in un universo di colore. Lui se ne è andato in giro per mercati delle pulci e robivecchi fino a ricostruire l’ufficio del direttore, Mario Pannunzio. “Vedi – fa a Dacia indicando una foto e dei gomitoli di spago – con quello misurava la lunghezza dei pezzi”. E a noi giornalisti del “conteggio parole”, spazi esclusi-spazi inclusi, fa sorridere quel che avveniva solo qualche decennio fa.

 

Nelle lenti e negli occhi di Di Paolo c’erano i divi: "La bella gente mi è sempre piaciuto fotografarla", ammette senza schermirsi da quello che forse giudica un peccato veniale, o forse no. Ma c’erano anche le persone normali nel suo obiettivo. Dacia Maraini si sofferma su un bambino di Forchia, in provincia di Benevento, una foto del 1958 (me ne riparlerà anche la sera mentre andiamo a teatro): “Quello scatto è incredibile”. Siamo di fronte a un ragazzino vestito di stracci luridi. Dacia desidera sapere, Di Paolo racconta: “Non volevo farla questa foto, mi sembrava un’aggressione a quella creatura vestita di miseria, malata. Poi lui mi ha guardato con un’aria di gioco e di sfida, si è messo come in posa e io ho scattato”. Aldo Cazzullo, che ormai ci ha abituato a guardare il bicchiere mezzo pieno, sembra sorpreso e forse rassicurato dall’oggi, messo di fronte alle incredibili disuguaglianze sociali di un dopoguerra in cui la fame nera, che dà il titolo anche al suo ultimo libro sulla ricostruzione, si accompagnava al lusso, spesso un poco spettacolare, di quegli anni. “È incredibile, oggi parliamo di disuguaglianza, ma allora era peggio”, il suo inguaribile ottimismo ci fa sorridere e riflettere.

 

“C’era una complicità”. Li ha colti in un momento di allegria, nel carcere di Volterra, sono il bandito Giovanni Battista Liandru e un secondino, il primo sorride senza denti, il secondo con gli incisivi sporgenti e storti. C’è anche un altro agente, girato, Liandru gli tiene la mano su una spalla, quasi il gesto paterno di chi dice “Fai la foto con noi”, fotogramma di un attimo in cui al carcerato sono riconosciuti la dignità di persona, un legame comune di umanità, un’appartenenza condivisa.

 

Anche un padre equanime ha le sue piccole debolezze: “A questo scatto sono molto legato”.  È una foto che sa dire molto, in effetti, e sintetizza il paradosso: 25 agosto 1964, i funerali di Palmiro Togliatti. Una donna in primo piano avanza, è una contadina, ha uno scialle sul capo, che però non copre i capelli bianchi e scarmigliati, il suo volto coperto di rughe sa di terra antica, di albe, di sole, di fatica, gli occhi sono due macchie nere arrese verso il basso, una mano regge lo scialle con durezza, come di chi senta freddo anche in piena estate. C’è tutto lo spaesamento di una nazione. Nella mano sinistra la donna stringe dei fiori di campo raccolti di fresco. Sono belli, ma sono pochi ed entrano in contrasto rumoroso con le iperboliche corone delle sezioni in secondo piano, come il suo abito di stoffa stampata che litiga con i colletti bianchi e le grisaglie da partito.

 

Di Paolo ha un certo gusto nel cogliere la contraddizione sociale. Ora alza il suo bastone e col gommino nero indica divertito due operai a via Venezia, a Roma, alla fine degli anni Cinquanta. Guardano sornioni il ragazzotto che passeggia, giornale alla mano, con un abbigliamento ricercato, da quartiere alto. Vicino al giovane una donna sfoglia una rivista, anche lei elegantissima, sembra di stare su un set.

  

“Con Mario Mafai ho mangiato tante volte da Menghi. Al momento di questo scatto stava cercando una nuova identità artistica. Lui era triste, io non volevo fare questa foto”. Non voleva, però poi ha raccolto lo sguardo del pittore della Scuola romana.  Affascinante questo fotografo del “non volevo”, la sua aria di uomo sottomesso, suo malgrado, all’intelligenza e all’eleganza del suo sguardo sulla realtà. Continua il viaggio, nel mondo perduto incontriamo una Fallaci mai vista, sorridente, quasi giocosa, che scherza a fare la diva al Lido di Venezia nel 1962: “Non le ho pubblicate queste foto, avrei rovinato un’amicizia”.

 

Passiamo di fronte a un Cardarelli di spalle e Roberto Cotroneo, che continua a immortalare questa visita atipica, ricorda una celebre battuta di Ennio Flaiano: “Il più grande poeta morente”.  E troviamo Moravia nel “cubo” di Fregene – “Non era bella quella casa”, osserva Dacia Maraini –, Ungaretti che gioca con un gatto, Tennesse Williams con un cane. Poi arriviamo di fronte a Ezra Pound, ieratico, bello nel suo mutismo volontario così ben restituito dallo scatto di Di Paolo. "Non io sono entrato nel silenzio. Il silenzio mi ha sequestrato", diceva il poeta. Dacia Maraini ci ricorda come quel restare zitto fosse un’autopunizione che Pound si era inflitto a causa della sua vita controversa e della militanza fascista.

  

Il racconto di come Di Paolo sia riuscito a immortalare la nascita dell’amore tra Marcello Mastroianni e Faye Dunaway è una specie di sogno. I due innamorati sono vicini, lei dorme sul divano: “Non me di’ che voi fa’ le foto?! – avrebbe detto Mastroianni – E chi la sveglia questa… è un ciocco!”. Ma Di Paolo, con la sua prontezza, risponde: “E tu provaci”. Il risultato sono scatti unici, pieni di freschezza di baci veri. Sono anni in cui le foto sono di per sé più sincere, perché in camera buia si poteva intervenire sulle ombre e poco altro e non certo alterare radicalmente l’immagine come avviene con gli strumenti digitali.

 

Paolo Di Paolo è uomo di grande spirito: “Non è che ho trovato il re d’Italia fra le fratte”, ci tiene a precisare. In effetti, Umberto II di Savoia, ritratto a Entre Quintas, è immerso nella natura e nella luce: “Mi ha anche aiutato a diboscare”. Un fotografo a volte deve trovare le parole prima ancora delle immagini e la nostra guida le ha sempre trovate: “Maestà vorrei restituire la sensazione della sua riflessione”. A quel punto diventava più facile anche il resto: “Maestà, si dovrebbe sedere per terra”. In determinate circostanze o sei empatico o non sei.

 

Il Di Paolo fotografo delle grandi personalità, di Anna Magnani sdraiata al sole, che abbiamo visto in ogni angolo della città, di De Chirico che guarda Gina Lollobrigida, degli artisti e dei grandi nomi è solo un aspetto di questo sguardo su una società complessa. Alcuni scatti sono istantanee dense di antropologia: la geisha al centro commerciale, il padre della sposa abruzzese che a breve distanza controlla la coppia, quasi non volesse lasciare andare via quella figlia. Mentre passiamo da un’immagine all’altra qualcuno di noi osserva: “Paolo, quella sembra una foto di Cartier-Bresson”. Interviene subito Dacia Maraini: “È la vita che si assomiglia”. Poi di fronte alla sua foto con Eduardo De Filippo, la scrittrice resta assorta, meditabonda: “Era un periodo in cui capitava di vederci ogni tanto”. Nello scatto sono su un prato, sembrano concentrati sui fili d’erba mentre stanno parlando, forse di teatro, forse di tutt’altro. Quel rivedere se stessa in un’altra stagione della vita riveste gli occhi blu della narratrice di un velo malinconico. Mi confessa: “È anche un poco angosciante vedere un’epoca che se ne va”.

 

Entriamo in una stanza dove è riprodotta una foto a grandezza naturale di Pasolini al Monte dei Cocci, in fondo si vede il gazometro, a sinistra un ragazzo che passa, con l’aria di chi finge di non conoscere il poeta che lo guarda allontanarsi. Per un momento, la fotografia si trasforma in una parentesi e noi assistiamo all’incontro in carne e ossa di due amici divisi dalla vita: Dacia e Pier Paolo si guardano ancora. Roberto Cotroneo scatta una foto di Maraini che fissa con un sorriso di tenerezza il suo amico poeta: Pasolini rivive in quello sguardo teso e sacro. Trasformata in bianco e nero, questa metafotografia dà l’idea che siano davvero lì, insieme, sul Monte dei Cocci. Vita e sogno nella stessa stanza, dentro lo stesso scatto, in un pomeriggio già estivo di Roma, al MAXXI, con Paolo Di Paolo e Dacia Maraini, in un mondo perduto, ma non del tutto.

Eugenio Murrali

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Commenti all'articolo

  • agostinomanzi

    19 Giugno 2019 - 20:08

    Ho visto questa mostra e l'articolo è perfetto nel descriverla. Per me la nostalgia di un epoca che precede la mia nascita.

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