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Nel labirinto di vetro di Borondo

Superare il limite. Con Non plus ultra, l'installazione inaugurata al Macro Asilo, l'artista spagnolo indaga il nostro bisogno di varcare la soglia del conosciuto e della logica attraverso il sacro

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cicchetti@ilfoglio.it

16 Novembre 2018 alle 18:03

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La prima definizione che dà il dizionario è quella di “Confine, linea terminale o divisoria: il limite fra due statifra due territorîi limiti d’un terrenod’un poderesino al limite del campooltre il limite del bosco”. Ma in Non Plus Ultra, la nuova installazione dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo, inaugurata oggi al Macro Asilo di via Nizza, il concetto di limite ha un valore insieme più generico e più profondo. “Vorrei che il concetto di limite venisse vissuto dalle persone, sentito, percorso attraversando questi corridoi che si vedono ma non si possono oltrepassare”. Non Plus Ultra è un’installazione serigrafica percorribile: cinquantadue lastre di vetro alte due metri e cinquanta e larghi ottanta centimetri, compongono una sorta di labirinto traslucido. Su entrambi i lati di ogni lastra sono stampate due immagini: una colonna da una parte; dall'altra un uomo di spalle con le braccia distese che rimanda all’iconografia della crocifissione. ”Ognuno ci può vedere quello che vuole, anche un messaggio politico. Ma a me interessa più la poetica della polemica”.

  

“È la poetica stessa del materiale”, diafano e fragile, a interessare Borondo: “Il fatto che il vetro sia trasparente, la possibilità di vederci attraverso ma di non poterlo attraversare – o di poterlo fare a rischio di farsi male – è una metafora dei tanti limiti che abbiamo. Mentali o altro, non voglio imporre la mia visione allo spettatore”, spiega l'artista al Foglio. ). “Il limite attrae e respinge – spiega la curatrice dell’opera Chiara Pietropaoli – proietta lo spettatore all’infinito, tra prospettive e riflessi, simboli trasparenti che si fondono e si perdono, si confondono nella moltitudine, e moltiplicati attraverso la serigrafia, elevano gli interrogativi”. 

    

Nato a Valladolid nel 1989, figlio di uno psichiatra e restauratore di arte religiosa, Borondo ha lavorato in molti paesi di tutto il mondo ed è noto per alcune importanti opere di arte pubblica che indagano il tema del sacro, della natura umana, della fragilità della psiche. “Mio padre ha passato la vita a restaurare immagini cristiane. Ma a me il sacro interessa come metafora: quella di un limite da superare, per andare oltre il mondo conosciuto, entrare nell'ignoto. Penso che la fede, sociale o politica o spirituale, sia qualcosa di importante per l'essere umano: senza fede non c'è speranza. E senza speranza c'è soltanto morte”. 


   

Dal 16 al 18 novembre l’opera sarà presentata in preview all’interno del progetto Macro Asilo e sarà in esposizione dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 20:00, sabato dalle 10:00 alle 22:00, per poi migrare dal 30 novembre al 30 dicembre all’Ex Dogana.

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