Al Salone del Libro tappeto rosso per l’Iran, tomba di scrittori e poeti

Giulio Meotti

Roma. Tre anni fa, il Salone del Libro di Torino fu costretto a rimangiarsi in tutta fretta la decisione di invitare l’Arabia Saudita come ospite d’onore. Cosa ci facevano i fustigatori sunniti che torturano in piazza blogger come Raif Badawi, che incarcerano chi trovato in possesso di una croce e che maltrattano le donne, nella principale fiera libresca italiana? Per il 2020 siamo alle solite.

 

Tra due anni, il paese ospite a Torino sarà l’Iran. A maggio Massimo Bray, alla guida del Salone del Libro, aveva incontrato il ministro iraniano della Cultura e guida islamica, Abbas Salehi, a Teheran, sigillando l’intesa. “Si è lavorato insieme per concordare la data del 2020 perché era la più giusta per le tempistiche”, ha aggiunto l’assessore regionale Antonella Parigi. I regimi islamisti vanno forte a Torino, visto che c’è già una intesa anche con Sharja, capitale di uno degli Emirati Arabi. Da Torino fanno sapere che non permetteranno che al Salone circolino i veleni ideologici del regime iraniano, come la negazione della Shoah e dei diritti delle donne. Ma non è neppure questo il problema.

 

Non c’è soltanto che l’Iran impicca i gay, che persegue la distruzione di Israele, che finanzia il terrorismo in tutto il mondo, che impedisce alle donne di girare per strada senza velo e che ha appena provato a far saltare in aria una assise di dissidenti riuniti a Parigi. Il problema specifico in questo caso è che l’Iran sotto gli ayatollah è diventata una grande prigione e tomba per tanti, troppi scrittori, intellettuali e poeti. Novantanove frustate per aver “insultato la divinità”, oltre che per aver stretto la mano in pubblico a una donna che non fa parte della sua famiglia, è la condanna che il regime iraniano ha inflitto al poeta Mehdi Mousavi. In passato, il regime iraniano ha anche ucciso molti scrittori. Rahim Safavi, capo dei pasdaran, l’aveva messa così: “Dovremo tagliare la gola a qualcuno e la lingua a qualche altro”. Il poeta Said Sultanpour fu rapito il giorno del matrimonio del figlio e ucciso in una prigione di Teheran. Il più celebre poeta della giovane generazione, Payam Feili, le cui opere sono bandite in Iran, oggi vive in Israele, dove può essere apertamente gay, senza rischiare la forca come a Teheran. Akbar Ganji, scrittore e giornalista, si è fatto sei anni di carcere.

 

E perché stendere tappeti rossi al regime che ha condannato a morte, senza mai abrogare la fatwa omicida di Khomeini, Salman Rushdie? Nel 1993, trentasette ospiti di un albergo a Sivas, in Turchia, vennero uccisi nel tentativo di linciaggio del traduttore turco di Rushdie, Aziz Nesin. L’editore norvegese di Rushdie, William Nygaard, è stato gravemente ferito sotto casa. Anche l’italiano Ettore Capriolo ha pagato caro aver tradotto “I versetti satanici” per Mondadori. Un iraniano aggredì il professore, accoltellandolo ripetutamente. Il traduttore giapponese di Rushdie, Itoshi Igarashi, fu meno fortunato e perse la vita. E poi ci sono il regista Jafar Panahi, che non può lasciare il paese, e poeti come Fatemeh Ekhtesaru, condannato a 99 frustate per aver stretto la mano a una donna.

 

Di grazia, quali sarebbero le ragioni culturali che hanno spinto Massimo Bray ad aprire le porte del Salone del Libro a un regime che ha rinverdito i fasti del rogo di libri di goebbelsiana memoria e dove gli scrittori si sono gettati dalla finestra per sfuggire alle torture e agli arresti? E’ successo a Siamak Pourzand, collaboratore della prestigiosa rivista francese Cahiers du Cinéma, decano del giornalismo iraniano, intellettuale dissidente. Una volta fu costretto a confessare in tv. Quando un funzionario gli fece una domanda non concordata, Pourzand si rivolse al suo avvocato: “Questa non è nell’elenco, che devo dire?”. E che gli direbbero, i dirigenti del Salone del Libro?

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