Mischiare letteratura e salumeria

Mariarosa Mancuso

Abbiamo da sempre nel cuore la scena con Stefania Sandrelli che in “La bella di Lodi” convoca il suo meccanico (e amante) all’autogrill nuovo di zecca, aria condizionata che “bisogna quasi mettersi il golfino” e pizzaiola per due. La chiamano anche al telefono – fisso, plastica nera e cornetta – e lei si esibisce in un numero da scompartimento ferroviario. Allora suonava “hai spedito la raccomandata? hai fatto compilare i moduli dal ragioniere?” (la ragazza gestisce un caseificio). Oggi suona “innovation, start-up, ottimizzazione”: tutta gente che vuole apparire molto occupata, indispensabile al buon andamento del mondo.

 

L’autogrill era la modernità, accolta con entusiasmo. In nome della stessa modernità, il nostro corredo di zie di Sicilia decise che le sottilette erano più adatte della ricotta salata per condire la pasta al forno (accadeva molto prima che Noto diventasse patrimonio dell’umanità). E il film vantava i suoi quarti di nobiltà: romanzo di Alberto Arbasino, da lui sceneggiato assieme al regista Mario Missiroli. Stefania Sandrelli doppiata da Adriana Asti, perché appunto eravamo a Lodi e non poteva parlar viareggino (a certe cose una volta badavano, ecco perché il cinema era meglio di oggi).

 

Abbiamo da sempre un debole – nessuno è perfetto – per il genere letterario “scrittore o giornalista sguinzagliato per il mondo” (o anche solo al supermercato, o alla partita di calcio se non capisce di pallone, o a Sanremo se non capisce niente di canzonette, o alla Mostra di Venezia se l’ultimo film che ha visto neppure lo ricorda più). Ancora ricordiamo Antonio Scurati inviato alle Terme di Vals, luogo di fanghi e massaggi, con la sua bella piscinetta tra le montagne e l’albergo disegnato dal celebre architetto. Nella descrizione dello scrittore – che per l’occasione tira fuori tutto l’armamentario di aggettivi, e più incongrui sono più la letteratura risulta alta di gamma – la località era un inferno dei vivi, con vari gironi di tortura. Per la categoria “giornalisti”, Concita De Gregorio detiene un record stabilito qualche anno fa a Cannes, complice un film di Jean-Luc Godard: chi diceva truffa e chi capolavoro, dare ragione a entrambi fu una faticaccia.

 

L’accoppiata proposta dall’Espresso – “Apocalisse in autogrill”, a firma Giuseppe Genna – era irresistibile. Più che mai in questo frangente, quando la modernità non la vuole più nessuno. Vade retro vaccini, vade retro aperture domenicali, vade retro trafori ferroviari, vade retro gasdotti. Come potrà sopravvivere l’autogrill? Il ministro dei Trasporti vuole la decrescita, fosse per lui qualche strada provinciale e una bici con il cestino per il pranzo al sacco dovrebbero bastare all’economia. Lo scrittore di sinistra si guarda attorno, e trova che l’italiano dà il peggio di sé proprio all’autogrill, “giunto cardanico che coniuga paese reale e vendita al dettaglio”. Si capisce subito che il serpente nel paradiso è la vendita al dettaglio. Insomma, il consumismo. Reo di averci strappato ai campi dove lietamente raccoglievamo la cicoria.

 

E invece no, siamo tutti all’autogrill dove cerchiamo “la noce di prosciutto al pepe”, descritta da Giuseppe Genna con svolazzi lirici: “Ipocritamente terragna, costipata con granulomi di pepe che staffilano l’olfatto, meteoritica nella superficie e noumenica nel cuore crudo”. Anche un po’ di horror: “Essa pulsa”. Pensavamo che il principale nemico della letteratura italiana, per via dei suoi numerosi e insopportabili imitatori, fosse Carlo Emilio Gadda. Sbagliato, è David Foster Wallace: ogni scrittore in momentanea libera uscita dalla sua scrivania si convince che sta scrivendo il sequel di “Una cosa divertente che non farò mai più”. Da qui il fraseggio: “L’urea stempera nella tenuità dei legni e della luce alogena”. Molto più chic che scrivere: “In fila per la pipì”. Non sarà bello mischiare la letteratura con la salumeria, ma chi ha inventato e battezzato la “noce di prosciutto al pepe” inseguiva la stessa sciccheria.

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