Il diavolo di Papini, così umano e così divino

Giulia Ciarapica

Behemoth, Lucifero, Mefistofele, Satana. Sempre di lui parliamo, il Diavolo, il Principe del male dai molti nomi e dalle fattezze incerte: a Torquato Tasso appare con una “gran fronte” adornata da “gran corna”, un “orrida maestà” dall’“irsuto petto”; per Thomas Mann, invece, “è un uomo piuttosto allampanato, non alto, con un berretto sportivo tirato su un’orecchia”; e poi c’è Dostoevskij, per il quale il Diavolo “era una sorta di gentleman russo, non più giovane, qui frisait la cinquantine”. Ma ciò che ora ci interessa sapere è come lo vedeva Papini, questo demonio dalle molteplici identità: un uomo “molto alto e molto pallido, ancora abbastanza giovane, ma di quella giovinezza che ha vissuto troppo e che è più triste della vecchiaia”, a lui Giovanni Papini ha dedicato un libro intero, “Il Diavolo” (in libreria per Gog Edizioni), che ha un sottotitolo ben preciso, “appunti per una futura diabologia”. Non demonologia, qui parliamo di diabologia, giacché Papini – scrittore e poeta, nel 1908 fondò con Prezzolini La Voce, tra le riviste culturali più importanti del Novecento – propone tre obiettivi: indagare le vere cause della ribellione di Lucifero; indagare i veri rapporti tra Dio e il Diavolo; capire se vi sia la possibilità, da parte degli uomini, di far tornare Satana al suo primo stadio, libero dalla tentazione del male.

 

Oltre questo, il testo di Papini – con teorie a tratti estreme e forse criticabili – ha il merito di riportare la figura del Diavolo a una dimensione umana e al contempo divina, avanzando e riproponendo argomentazioni che, nel corso del tempo, non sempre trovarono grande seguito ma che ebbero comunque una loro logica; Papini dimostra così, infine, forse la tesi più importante: se Dio è amore, allora è anche dolore, poiché empatizza col dolore delle sue creature; giacché Satana, ossia l’Angelo superior inter omnes, è una sua creatura, Dio non può che dolersi dinanzi alla sua terribile fine. E allora, noi uomini, a tutti gli effetti creature di Dio, dovremmo non solo imparare a conoscere davvero Satana – apprenderne la storia, i motivi della caduta, il rapporto che intercorre fra lui e il Creatore – ma dovremmo anche accostarci al Demonio “con spirito di carità e giustizia, non per diventare suoi ammiratori o imitatori, ma col proposito e la speranza di liberare lui da se stesso e perciò noi da lui”. Una soluzione, questa, che ci conduce attraverso le pieghe della storia del cristianesimo, seguendo le tesi di Papini nel tentativo di affrontarle in una prospettiva nuova, che guardi anche alla nostra storia, alla nostra contemporaneità: tutti i cristiani sentono, e sperimentano quotidianamente, che l’anima umana è il campo di battaglia fra Dio e Satana, ma sanno che questi due Esseri non si possono ridurre a elementi semplicemente umani. L’interconnessione fra noi e l’Oltre si stabilisce così, tratteggiando una linea continua che viaggia dall’uomo a Dio a Satana, rispettando ruoli, vicende e situazioni, passate ed eternamente presenti.

 

Papini, analizzando le tesi sulle sorti del Diavolo, chiedendosi da dove tragga origine quella superbia che scatenò la gelosia di Satana nei confronti dell’uomo e che lo portò a ribellarsi a Dio, parlando del Creatore come secondo tentatore oltre al Demonio stesso (“Non somiglia questo doppio divieto – a Eva e Adamo, di raccogliere i frutti dell’albero della Conoscenza e dell’albero della Vita, ndr – a una vera e propria tentazione?”), non solo dichiara apertamente che la Francia sarebbe “la terra promessa del satanismo”, ma elenca i numerosi punti di contatto tra la letteratura, l’arte e la materia demoniaca. Dal Marchese de Sade, primo scrittore che abbia ripetutamente pronunciata la teoria della superiorità del male sul bene, al Vautrin di Balzac fino ad arrivare a Isidore Ducasse, poeta epico del Satanismo francese, la cultura d’oltralpe, per quasi due secoli, ha dimostrato una palese continuità del tema infernale in numerosi e diversi scrittori. Tuttavia, non solo in Francia si è discettato a lungo di Satanismo, poiché il nostrano Giacomo Leopardi, nell’ultimo periodo della sua vita, ha abbozzato un inno al Diavolo apostrofandolo come Arimane: un inno “fanciullesco e contraddittorio”, scrive Papini, ma che rappresenta l’unica testimonianza di una teoria teologica del Male assoluto nella letteratura italiana.

 

Insomma, potete ben intuirlo da voi: “Il Diavolo” di Papini, oggi come ieri, non manca di dare scandalo tra laici e religiosi. Una lettura quasi necessaria.

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