I nazionalisti più involuti delle scimmie portano il mondo al disastro. Parola di Joseph Roth

Matteo Matzuzzi

"Questo Darwin disgustoso, che va dicendo che gli uomini sono discesi dalle scimmie, pare proprio che abbia ragione. Agli uomini non basta più essere divisi in popoli, no! Vogliono appartenere a determinate nazioni. Nazioni, capisci Salomon?! Un’idea del genere non viene in mente neanche alle scimmie. La teoria di Darwin mi pare ancora incompleta. Ma forse le scimmie discendono, a loro volta, dai nazionalisti, perché esse rappresentano un progresso”. E’ un fiume in piena, il conte Morstin, mentre con l’oste ebreo Salomon Pioniwski si lamenta del “mondo andato in malora”, ora che sulle macerie dell’Impero asburgico sono nate tante repubbliche che per visitarle tutte “c’era bisogno di un passaporto e di alcuni cosiddetti visti” . Lui che concepiva la propria esistenza solo con la divisa dei Dragoni austroungarici e che fece collocare davanti alla sua dimora un modesto busto del kaiser Francesco Giuseppe, poi fatto seppellire in una cassa sormontata dall’aquila bicipite, con tanto di corteo di preti e rabbini e campane a morto.

 

Il busto dell’Imperatore” è uno dei racconti di Joseph Roth contenuti in “Il mercante di coralli”, la raccolta delle novelle e degli scritti del cantore immortale della finis Austriae di recente ripubblicata da Adelphi. Opera meritoria, perché sottrae almeno per un po’ a Roth il compito di essere, suo malgrado, il custode delle vestigia della patria perduta, il vestale della heimat. E però i racconti, anche se a volte in controluce, tornano tutti lì, al tema che ha consegnato ai posteri l’opera di questo ebreo nato ai margini dell’Impero che fu socialista convinto e poi legittimista monarchico, morto a quarantacinque anni a Parigi, alcolizzato e povero. Si guardi lo sciagurato Nissen Piczenik, che finalmente si getta in mare per raggiungere l’oceano – sua unica patria – e i coralli rossi cui aveva dedicato l’intera esistenza. E’ la trasposizione letteraria della biografia di Joseph Roth. La consapevolezza dello sgretolamento di un mondo torna sempre, anche quando si parla di amore adolescenziale, di bisticci familiari, di semplici coralli rossi. La domanda, alla fine, è sempre quella che si pone Franz Ferdinand Trotta davanti al sarcofago di Francesco Giuseppe, nella Kapuzinergrüft di Vienna, a conclusione della “Cripta dei cappuccini”: “E io dove devo andare, ora?”. Se lo chiede Fini, la ragazzina che scopre di diventare donna, si innamora forse dell’uomo sbagliato, gli dedica la propria breve esistenza, che terminerà nella miseria di un suicidio nelle acque del Danubio. L’incertezza del presente, il crollo di ogni evidenza: ecco il filo rosso che dalla prima all’ultima riga della raccolta accompagna il lettore nell’evoluzione stilistica di Joseph Roth. Il disorientamento del capostazione Fallmerayer – altro racconto perfetto, al pari della “Leggenda del santo bevitore”, compreso nella raccolta –, del povero Nissen Piczenik, è il suo. E’ la presa di coscienza di appartenere a un’altra epoca, a un mondo diverso in cui “ovunque c’erano gli stessi caffè con le volute fumose, le nicchie buie dove giocatori di scacchi stavano accoccolati come strani uccelli” e le “bionde cassiere dal copioso seno”. La decomposizione dell’Impero multinazionale, nel cuore dell’Europa, fu “il primo passo verso quella bestialità che oggi sperimentiamo”, scriveva Roth nel 1934. “I sentimenti nazionali: a quel tempo si vide chiaramente che traevano origine dalla volgarità dell’animo – e ne erano il riflesso – di tutti coloro che costituiscono lo strato più volgare di una nazione moderna”.

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