Braccati dal mistero, viviamo in attesa di uno sconosciuto. Gli ultimi appunti di Dino Buzzati

Piero Vietti

“E’ che tutti vivono così, come se da un’ora all’altra dovesse arrivare qualcuno; non l’assalto di un nemico, ma qualcuno, sconosciuto; non si può dire chi”.

Che cosa è l’uomo perché qualcuno venga a trovarlo? Di che attesa siamo fatti, noi tutti, che viviamo tesi aspettando uno sconosciuto? Perché uno scricchiolio diverso dagli altri ci fa trasalire, e se guardiamo una porta aperta sulle scale siamo certi, in fondo, che prima o poi vedremo spuntare qualcuno?

 

Nell’opera dello scrittore, giornalista e pittore bellunese ci sono il tempo che passa, la morte, ma soprattutto il mistero e l’attesa

In “ Barnabo delle montagne”, il primo romanzo che Dino Buzzati scrisse e pubblicò nel 1933, c’era già molto, se non tutto quello che fino al giorno della sua morte, nel 1972, il giornalista, scrittore, pittore e poeta di Belluno trapiantato a Milano avrebbe ripetuto in ogni sua opera. Il tempo che passa e non torna più, le occasioni perse e perdute, l’insoddisfazione al fondo delle cose, la morte come destino, ma soprattutto il mistero e l’attesa che vibrano nelle fibre dell’uomo e nelle pieghe della realtà. I grandi scrittori dicono una e una cosa sola per tutta la vita, e Buzzati lo ha fatto con la pazienza del cronista di nera, la passione dell’innamorato, la tenacia dello scalatore di montagna. Grande indagatore del mistero, Buzzati si rivolgeva a quello che c’è dietro alle cose, che non sono apparenze o inganni, ma piuttosto segno, qualcosa che non si esaurisce lì.

 

Buzzati era giornalista (al Corriere della Sera), il punto di partenza di ogni suo scritto non poteva che essere l’esperienza delle cose viste: i suoi racconti, anche i più surreali, i più fantasiosi, sembrano articoli di cronaca, e viceversa (come quando racconta che sotto a Milano, durante gli scavi per la metropolitana, qualcuno trova la porta dell’inferno). Per Buzzati il mistero è ovunque, persino nel fondo del letto (“Certe sere, a quei tempi […], ci si ficcava completamente sotto le coperte e strisciando tentavamo di esplorare le negre cavità più profonde, là dove dormendo si tengono i piedi, e anche più avanti […]. Che cosa c’era laggiù in fondo? Smisurate caverne? Una porticina segreta che immetteva nel giardino del re? Un drago addormentato? E aveva realmente un termine la cavità?”). Spesso spaventa, perché con le nostre categorie usuali, quelle con cui proviamo a ingabbiare la realtà in caselle conosciute e riposanti, non riusciamo a spiegarlo (“Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? […] Certe notti la goccia tace. Altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. Battono i cuori allorché il tenero passo sembra toccare la soglia. Meno male, non si è fermata”). In molte pagine di Buzzati incombe sui protagonisti il presentimento di cose grandi e terribili che succedono o stanno per succedere, ma di cui nessuno sa né dice niente. In “Qualcosa era successo” lui attraversa l’Italia da sud a nord con il treno, e a un certo punto comincia a vedere per le strade, nei campi e nelle città la gente che scappa in direzione opposta alla sua. Sul treno che intanto salta tutte le fermate nessuno sa perché, l’unica cosa che i passeggeri riescono a vedere è il brandello di una pagina di giornale su cui, a caratteri cubitali, c’è scritta una parola che finisce per IONE. All’arrivo, nella stazione deserta, si sente solo l’urlo straziante di una donna: “Aiuto! Aiuto!”.

 

Quasi sempre delusi o sconfitti al termine di ogni racconto, i personaggi di Dino Buzzati ricominciano però ad attendere e a interrogare il mistero nella pagina dopo, nella riga dopo. Quello che potrebbe apparire soltanto un gioco, il descrivere la frustrazione continua della domanda umana per poi rilanciarla, è però anche una domanda a sua volta.

 

In molte pagine incombe sui protagonisti il presentimento di cose grandi e terribili che succedono o stanno per succedere

Il mistero che Buzzati indaga per tutta la vita è impastato con l’attesa che i suoi personaggi sentono, non è vago e spaventoso, ma diventa – in certe pagine toccate da una grazia speciale – quel qualcuno che da un’ora all’altra deve arrivare, e noi tutti inconsapevolmente attendiamo. “ In qualche lontana città che non conosci e dove forse non ti accadrà di andare mai, c’è uno che ti aspetta”, scrive in uno dei frammenti che compongono quel gioiello di libro che è “ In quel preciso momento”. In una città del lontano oriente, dietro a un porta nascosta in una angusta stradetta, c’è un palazzo dentro al quale tutti ti attendono per farti felice, ma tu non ci andrai mai. Certo, la città orientale è lontana, dice Buzzati, ma forse quell’uno che ti aspetta è in una città che conosci, magari a Napoli; o, perché no? in un paese di provincia a pochi chilometri da te, o persino nel tuo stesso palazzo, dietro a quella porta senza campanello al terzo piano. “ Ma come escludere che sia ancora più vicino colui che ti vuole bene? Mentre tu leggi queste righe egli forse è di là dalla porta, bada, nella stanza accanto; se ne sta quieto ad aspettarti, non parla, non tossisce, non si muove, non fa nulla per richiamare l’attenzione. A te scoprirlo. Ma tu, uomo, non ti alzi nemmeno […]. E così sprechi la vita”. Eppure è proprio l’uomo che è fatto così, non può farne a meno. Tornato da un lungo viaggio, ancora per strada, in un suo breve racconto Buzzati nota che le luci della sua stanza sono accese: inevitabile pensare a un amico venuto a fargli una sorpresa, al fratello tornato dall’oriente, alla mamma passata per mettere ordine; amaro scoprire di essersi semplicemente dimenticato l’interruttore acceso quando era partito.

 

Ma perché aspettiamo qualcuno? Perché è venuto a cercarci, come da titolo di un altro suo breve racconto: a tutti è capitato di tornare a casa e di sentirsi dire che durante la nostra assenza è passato qualcuno che ha chiesto di noi con insistenza, ma che poi se ne è andato senza lasciare detto niente. “Tornerà, concludete alla fine. E il giorno dopo avete già dimenticato. Ma il visitatore non torna. E all’improvviso, parecchio tempo dopo, sorge un dubbio sottile: per caso quell’uomo (o donna) non era venuto per un motivo grande e decisivo? […] Ma voi non eravate in casa […]. Mai più lo sconosciuto si è fatto vivo. Tuttavia in alcune profondità dell’animo ancora aspettiamo che ritorni. Invecchiando aspettiamo. Questo forse il motivo perché certe scampanellate alla porta, esattamente identiche alle altre, ci fanno battere il cuore”. Può davvero essere solo un

Sconfitti dalle circostanze, i suoi personaggi ricominciano però ad attendere e indagare il mistero nella pagina successiva

gioco? In uno dei suoi racconti più noti, “Il Colombre”, Stefano Roi passa la vita a fuggire da un leggendario mostro che sceglie le sue vittime personalmente, rendendosi visibile soltanto a loro, e le insegue per mare fino a che non le raggiunge e le uccide. Stefano, pescatore come il padre, decide di sfidare il Colombre, lavorando in mare e facendo correre la sua barca sempre più veloce della creatura misteriosa. Giunto alla fine dei suoi giorni, decide di lasciarsi prendere, consapevole di avere ormai poco da vivere. Il mostro, vecchio e stanco come lui, gli dice di averlo inseguito per consegnargli un dono del re del mare, una perla che gli avrebbe dato la felicità. Ma ormai è tardi. Il mistero non è inconoscibile o cattivo, ma viene per noi, forse addirittura per farci felici, è quell’uno che ci aspetta. Siamo noi che manchiamo all’appuntamento, a volte per colpa nostra, altre volte per colpa delle circostanze che sembrano complottare contro di noi.

 

Nel “Deserto dei Tartari”, il romanzo che lo ha reso famoso anche fuori dall’Italia, i soldati nella Fortezza Bastiani aspettano armati un nemico sconosciuto e lontano che deve venire – quando, non si sa. L’ufficiale Giovanni Drogo, però, dopo una vita passata ad aspettare quel nemico, viene allontanato dalla Fortezza per motivi di salute proprio negli istanti in cui la battaglia muove i suoi primi furiosi passi. Una beffa? Uno scherzo terribile del destino che ci promette cose grandi e poi ce le sottrae quando sembra che le possiamo afferrare? E allora perché continuare a tentarci?

 

Dino Buzzati era un uomo braccato dal mistero. In diverse sue pagine un rumore di passi alle sue spalle lo inquieta, gli fa tremare il cuore, gli dà la continua sensazione di essere inseguito. Il mistero è annidato ovunque, ci ripete. Persino in uno sciopero dei centralinisti: le linee si intasano, e per uno strano cortocircuito diverse persone che stanno cercando di telefonare si trovano a parlare tra loro contemporaneamente. L’effetto all’inizio è esilarante, tra l’imbarazzo di chi deve fare comunicazioni riservate ma non può perché sa di essere ascoltato da altri e chi scherza sulla situazione. A un certo punto però la voce di un uomo interviene nella conversazione: sconosciuto e misterioso, sembra sapere tutto di chi è al telefono in quel momento. “Chi era? Un mago? Un essere soprannaturale che manovrava i centralini al posto degli scioperanti?”. Poco dopo si mette a cantare, e lo fa con una voce bellissima, mai udita prima. A quel punto tutto cambia, e le persone al telefono si sentono improvvisamente fratelli, non vorrebbero lasciarsi più. “Chi era? – si chiede Buzzati, ascoltatore silente di tutta la vicenda – Un angelo? Un veggente? Mefistofele? O lo spirito eterno dell’avventura? L’incarnazione dell’ignoto che ci aspetta all’angolo? O semplicemente la speranza? L’antica, indomita speranza la quale si va annidando nei posti più assurdi e improbabili, perfino nei labirinti del telefono quando c’è sciopero, per riscattare la meschinità dell’uomo?”. E’ la stessa cosa che succede in “Acqua chiusa”, breve racconto in cui il protagonista lascia la sala da ballo, “al colmo della festa”, per andare in bagno. “E che pericolo potrebbe esserci mai nel quieto rifugio?”. Qui non ci sono donne, né risate, né danze. C’è solo un uomo con la sua stessa faccia, che lo guarda dallo specchio. “E dal silenzio profondo, sopra la pallida eco del tango, il mormorio dell’acqua […] a tradimento ci parla con accento umile e amico, bonariamente ricordandoci le miserie dell’uomo e le speranze perdute”. Troppo tardi a quel punto, non si può tornare alla festa come prima, ormai si è consapevoli della rapidità della vita, e dell’inconsistenza di fondo di quanto si stava facendo: persino dentro a una latrina, dice l’ateo Buzzati, “Dio, pazientissimo, giorno e notte ci insegue, dove meno si pensa ci attende all’agguato, […] viene a tentarci proponendoci la salvezza dell’anima”.

 

Perché attendiamo qualcuno? Perché è venuto a cercarci, dice in un brevissimo racconto. Solo che noi non eravamo in casa

E’ come se mancasse il punto d’incontro però: l’attesa dell’uomo, destinata a essere delusa, non riesce a compiersi. “Mai ci raggiungeremo – scrive in “Che cosa sei, creatura?” – Isole solitarie siamo, seminate nell’oceano, e immenso spazio le separa […]. L’unica è forse lasciare la propria isoletta […]. Temo però che anche questo non servirà a niente”. Siamo dunque fregati? Il gioco, perverso, ricomincerà un’altra volta? “Tentiamo, tentiamo. Laggiù all’orizzonte sulle acque amare, deserte, naviga certe sere Dio con una sua barchetta, invisibile passerà accanto a te che nuoti disperato (può darsi benissimo) e ti toccherà con la sua mano”. Vale la pena attenderlo, questo mistero, ma per farlo bisogna essere attenti. Attenti al bisbiglio che sentiamo dietro alla porta, al passo sulle scale che nelle notti insonni ci pare di udire, al fatto che persino le nubi che la notte popolano il cielo delle città sopra alle nostre teste addormentate e ignare sono state fatte per noi – ma se anche non le noteremo si depositeranno lo stesso “accuratamente nell’archivio dei cieli, non va perso un solo fiato di nebbia, un giorno lo ritroveremo”.

 

Il segreto, forse, è vivere come se: come se ci fosse una guerra, come se dovesse arrivare una grande notizia, come se uno dei presenti dovesse partire per la luna; con una tensione che in certi luoghi, e in certe persone, è palpabile: “E’, a ben pensarci, proprio quello che avveniva anche a noi nei periodi più intensi e sentiti della giovinezza. Quando, pur immersi nel monotono tran tran della scuola o del lavoro, ci pungolava, senza che noi sapessimo, un presentimento di cose grandi che stessero compiendosi di là dei domestici muri o che fossero in procinto di arrivare”. Torna sempre, in Buzzati, questo presentimento di cose grandi che stanno per arrivare, questo qualcuno che da un momento all’altro si paleserà alla nostra porta. L’attesa per una presenza è ciò che domina potentemente le sue pagine più significative. Più del terrore della morte, più dell’ineluttabilità del tempo che passa. La grande costante è l’attesa. Che a un certo punto della sua vita e della sua opera ha un significato ben preciso: “Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore. Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere, se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici?”. Nelle pagine del romanzo “Un amore” Buzzati dà un volto a quell’attesa. Un volto apparentemente osceno, che scandalizza i lettori, quello di Laide, una prostituta di cui il protagonista si innamora, ma che diventa il luogo della promessa contenuta in tutte le cose. Neppure quello basta, però.

 

E’ la morte, onnipresente compagna dell’attesa nei suoi romanzi e racconti, a tornare protagonista delle sue ultime pagine, quelle che scrive a mano su una agenda nera Olivetti del 1970 fino al dicembre 1971, un mese prima di andarsene, ucciso da un tumore al pancreas all’età di 65 anni. Quegli appunti, usciti sparsi su giornali e riviste dopo la sua morte, diventarono un libro nel 1985, “Il reggimento parte all’alba”, che adesso Lorenzo Viganò, il più bravo e profondo conoscitore di Buzzati oggi, ha ripubblicato in una nuova e per molti versi inedita edizione per Henry Beyle, da poco uscita in appena quattrocento copie. “Per quanto è esteso il mondo tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire”. Tutti un giorno riceviamo la chiamata, “con maggiore o minore anticipo, che talora è di ore, o di giorni, talora è di mesi o addirittura anni: eccezioni non esistono”. Dopo avere atteso qualcuno per tutta la vita, dopo avere indagato i bisbiglii, i passi notturni, le nuvole, i volti delle persone, le montagne così amate, cercando sempre di scorgere il volto di qualcuno che lo stesse cercando, Buzzati capisce che la vita in fondo è attesa della morte. Una morte che non è soltanto la fine di tutto, lo spegnersi mesto delle energie vitali prima di sprofondare nell’abisso del nulla. “Non è detto che dopo la partenza tutto sia finito. Si tratta anzi del massimo problema, della cosa fra tutte importante e terribile. Qual è la destinazione dei reggimenti in partenza?”.

 

Il Colombre, il mostro da cui Stefano Roi fugge tutta la vita perché gli hanno detto che lo vuole divorare, e invece ha un regalo per lui

L’avviso arriva nel modo più impensato, attraverso particolari solitamente banali, quotidiani (il rospo Mario che ogni sera d’estate viene alla soglia di pietra della sua casa un giorno porta “la cartolina precetto mia, il foglietto spaventoso e divino” che dice che bisogna partire). Di solito è una persona, però – quel qualcuno che per tutta la vita abbiamo atteso che arrivasse da un’ora all’altra? – uno sconosciuto, spesso inconsapevole del messaggio che porta; o un biglietto, una lettera. L’avviso porta innanzitutto una coscienza nuova in chi lo riceve: “Senonché io avevo ricevuto l’avviso – dice Ottavio Sebastiàn, protagonista di un racconto di “Il reggimento parte all’alba” – non ero più come gli altri che intravedevo per la strada nella buia sera di dicembre, come loro esattamente camminavo, parlavo, ridevo, fumavo, guidavo l’auto, eppure con loro non avevo più niente a che fare, loro maledetti con tutta la loro vita disponibile senza fine, loro benedetti che al mattino si svegliavano pensando con speranze al futuro”. E allora forse l’avviso terribile che tutti riceviamo non ha a che fare soltanto con la morte, né con una partenza immediata. E’ la maledizione, il dono, l’illuminazione che ci fa incominciare ad attendere. E’ la goccia che risale le scale, il bagno accanto alla sala da ballo, i tartari, è Laide, il Colombre, lo sconosciuto che era venuto a cercarci, quell’uno che ci attende, è ciò che ci fa vivere come se. Uno dei sottotitoli che Buzzati aveva pensato per questa estrema raccolta, incompiuta, di racconti, era “L’ultima volta”. Inseguito dal mistero per tutta la vita, lo scrittore bellunese ha voluto ripetere ancora ai suoi lettori quell’unica cosa che incessantemente aveva scritto in ogni sua riga: l’uomo è un’attesa misteriosa e grande, e quando se ne accorge (riceve l’avviso) non può più vivere come prima. Sa che le cose finiscono, che tutto vibra come se fosse sempre in procinto di partire con il proprio reggimento. “C’è un’armata nemica da sconfiggere? C’è da conquistare una nuova terra sconosciuta, di là dei noti confini? Dove vanno? Con che propositi? Hanno degli obiettivi prestabiliti? E quali? Oppure si incamminano ciecamente per terre ignote, verso misterioso destino? Nessuno ha saputo rispondere. C’è un limite oltre il quale noi non li possiamo seguire. E’ una spiaggia. Noi in piedi su questa spiaggia li vediamo allontanarsi per sempre, sopra le acque eterne, scomparire laggiù”.

 

Il mistero in Buzzati arriva in modo inaspettato per riscattare la nostra meschinità, persino in uno sciopero telefonico o in una latrina

Cosa ci sia al di là del mare, Buzzati non lo dice, né certo può saperlo. In queste pagine però ultimamente non è il terrore della morte a dominare, semmai la possibilità che alla fine di ogni cosa ci sia un uscio aperto per noi. Quello che sa, e che lascia come pungolo in dono a chi lo legge, è che il qualcuno che da un’ora all’altra aspettiamo da sempre è nascosto da qualche parte sotto alla pelle dura e misteriosa della realtà. E quando ce ne accorgiamo non possiamo che sorridere.

L’infermo come ogni sera venne portato con la poltrona a rotelle sulla terrazza della sua casa di campagna, dominante una ondulata distesa di prati, di siepi e di boschi. E lasciato solo […]. Ad un tratto, in una liscia vasta prateria […] cominciò a formarsi una gobba tonda, come un piccolo covone di fieno che a vista d’occhio aumentò […]. E, crescendo, si spostava in direzione di lui riguardante, come se il prato fosse una elastica coperta di lana sotto alla quale strisciasse un essere animato […]. Talpa gigante? Serpe sotterranea? Creatura degli abissi o prodigio di Nostro Signore? L’uomo fu tentato di chiamare, se non altro per far parte ad altri del miracolo […]. Per qualche istante si aspettò che la spaventosa escrescenza crepasse, lasciando uscire il mostro. Ma la prateria, come pelle resistentissima, non cedeva. Meglio così – si persuase – perché il mistero si manteneva più intenso. Ma erano le ultime luci di quel giorno privilegiato. Il vecchio capì benissimo che si trattava dell’annuncio fatale, messo in atto esclusivamente per lui. Doveva partire, forse la sera stessa. Tuttavia si sentì pervaso da una felicità quale nella lunga vita non aveva provato mai”.

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