Scrivere non sarà mai un atto naturale

Marco Archetti

Dovrei trovarle, lo so. Ma non ho parole per esprimere tutto il fastidio che provo nei confronti di una delle più note e amate poesiole faciliste che furoreggia nei social e che nel mio taccuino personale – come diceva Rino Tommasi quando commentava la grande boxe – per scaltra insincerità è seconda solo a quel capolavoro di intenti diabetici filodeclinisti, con note di misticismo da tisaneria e una bella palata di folclore dei semplici, che si intitola “Considero valore”, un’omelia scritta da Erri De Luca con l’ausilio di un generatore automatico di versi per cerimonia francescana con campane tibetane in eremo umbro.

 

Ma non è di Erri che volevo parlare. Volevo parlare di Bukowski. Infatti, di recente, m’è capitato di imbattermi per l’ennesima volta in “E così vuoi fare lo scrittore”, inno del vecchio sporcaccione che, incredibilmente, celebra l’isteria come unica plausibile condizione letteraria. Mi è capitata sotto gli occhi perché qualcuno – non so chi, non voglio sapere – ha riproposto su Twitter, nel plauso generale, lo screenshot di questa mediocre tirata ingannevole, responsabile di aver persuaso generazioni di scribacchiatori che la letteratura fosse davvero quella roba lì, un casuale ghirigoro su un block-notes, un rigurgito spontaneista, un’insurrezione viscerale, e che pertanto la costruzione di una scrittura fosse un atto macchinoso e, in quanto tale, disonesto. “Se devi startene lì a / scrivere e riscrivere / non farlo”. Tutte balle fiorite nel culto letale del ruggito individuale e dell’impellenza come unica misura del valore. Ma non è tutto: questi deprecabili sproloqui hanno anche alimentato la convinzione che nella letteratura contino la sincerità-tà-tà, la spontaneità-tà-tà, la genuinità-tà-tà, insomma, hanno forgiato il mito del chilometro zero dell’ingegno, mito così cretino che infatti ha attecchito subito e stenterà a morire. Spiace rompere le uova nel paniere ai cuori naïf, ma scrivere non è un atto naturale e non può esserlo (stavo per scrivere “non deve esserlo”, ma le prefiche dell’arte-come-istintività mi avrebbero mozzato la penna) e a giudicare dai commenti postati sotto questa filastrocchina – tutti di sorprendente svenevolezza consensuale – balzava agli occhi il fatto che simili trallallà hanno successo proprio perché offrono ciò di cui questi aspiranti poetastri hanno bisogno: una pezza giustificativa alla propria mancanza di perizia da eterni principianti domenicali, all’autoindulgente metafisica del dilettantismo di cui menano vanto, e alla condivisa idolatria di un certo maledettismo da filmetto. Io, invece, odio l’impreparazione, le truffe furbastre e la presa per i fondelli del lettore. Odio gli eccentrici in posa eccentrica e odio gli strani autocelebrantesi vanitosamente come tali, per tacer di quelli che dichiarano di non conformarsi ma sono conformi all’anticonformismo puerile da casetta okkupata. Detesto tutti gli alternativi a niente, e men che meno alla propria pigrizia intellettuale.

 

E sempre a proposito di truffe (che congiuntura drammatica!) mi è di nuovo capitato tra le grinfie, riproposto durante l’ultimo giorno di scuola da una di queste professoresse di tendenza Libera&Uguale che ancora permangono nell’alone di auctoritas fessa de “L’attimo fuggente”, il noto elenco di grotteschi compiti delle vacanze che fece discutere anni fa, il cui primo comandamento – tout se tient – è: “Leggere ‘Il peso della farfalla’ di Erri De Luca”. Da lì, giù con la precettistica da discount per giovani sepulvedi, trattati a disposizioni del genere “sdraiarsi su un prato e aspettare di vedere una stella cadente, arrampicarsi su un albero, mangiare un piatto nuovo, urlare, sottolineare, guardare il cielo per cinque minuti, respirare a pieni polmoni in mezzo a un bosco, mangiare le ciliegie, risolvere un indovinello, sognare”, insomma, tutte quelle attività considerate valore, il giorno prima della felicità, dalle più tenere gabbianelle emozionali.

 

E così vuoi fare lo scrittore? Be’ – direi io al malcapitato – mettiti subito al lavoro: uccidi in te ogni tentazione oleografica, sopprimi il mito dell’ispirazione, smaltisci le scorie dell’autobiografismo, costruisciti un punto di vista non sentimentale ossia non schematico, scopri il linguaggio e padroneggia ogni sua possibilità, e studia, studia, studia, per essere pronto a dirigere l’orchestra di un Pensiero che non ti sarà dato, ma che dovrai cavare a forza da te stesso: armonie dal tuo midollo, pulsazioni sintattiche dal tuo muscolo cardiaco, leggerezze sublimi dalla sudata fatica di non poterne gioire nemmeno a cosa fatta.

 

Ridursi a uno zero biografico – essere, come si dice, un io narrante.

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