Illeggibile, si premi

Alfonso Berardinelli

E’ una notizia e prima o poi doveva succedere che qualcuno la annunciasse formalmente. Un paio di critici ne parlavano da anni, la sensazione circolava solo a bassa voce. Ora la denuncia arriva dal cuore di uno dei nostri premi letterari più noti, apprezzati e “populisti”, il premio Campiello. Come è noto il Campiello funziona così: una “giuria tecnica” sceglie i cinque finalisti del “premio selezione”, poi una “giuria popolare” di 300 lettori sceglierà il vincitore. Già. Ma quest’anno, nel corso dei suoi lavori preliminari, che cosa è arrivata a pensare la giuria incaricata di scegliere la cinquina di autori degni di essere messi nelle mani dei decisivi 300 lettori che sceglieranno il migliore? Ce lo dice il professor Lorenzo Tomasin nella sua relazione di “Bilancio dell’annata letteraria”, letto nella cerimonia di apertura svoltasi il 25 maggio all’università di Padova e pubblicata in parte sul Sole 24 ore di domenica scorsa con questo titolo: “Leggere, che mestieraccio!”.

 

Tomasin dice cose che finora solo pochi critici “accaniti” (così li definisce) avevano scritto e argomentato. Cose poco edificanti che fino a ieri sembrava proibito non solo dire ma perfino pensare se si accettava di dirigere un premio letterario. Ora, dopo le schiette affermazioni di Tomasin, i premi letterari forse si sentiranno costretti a prendere atto della realtà in sede di giudizio oltre che in sede di pragmatica. Se i premi letterari vogliono continuare a esistere, non potranno che premiare gli scrittori che esistono, quale che sia il loro valore e anche in mancanza di valore. Premieranno (è già accaduto) i “meno peggio”, anche quando il meno peggio sia un evidente peggio, proposto ai lettori come il solo meglio reale o “al momento” possibile. Il discorso di Tomasin è chiaro e ben scritto e piuttosto che riassumerlo rischiando indebolimenti o forzature, mi limito a citare alcune frasi salienti: 1) “Davvero è venuta meno la selezione un tempo operata dall'editoria”. 2) Se si vuole essere meno drastici si può dire così: “I criteri di scelta editoriale non sono venuti meno. Sono semplicemente mutati, seguendo logiche mercantili che sfuggono, o non interessano, a chi come noi non si preoccupi della riuscita commerciale”. 3) I selezionatori dei premi sono “quasi gli unici rimasti” a selezionare i libri “dopo che una parte della critica professionale pare essersi arresa a un mero esercizio catalografico, e un’altra minor parte si rinserra in una funzione giudicante accanita e in sé lodevole, ma ormai priva di pratiche conseguenze”. 4) “Un’assenza quasi generale che spicca all’occhio di chi è sensibile ai fatti di lingua riguarda il modo in cui la larga maggioranza degli autori che abbiamo esaminato maneggia il mezzo, cioè l’italiano. Il grande assente (…) è lo stile”. 5) “Le migliaia di pagine passate sotto i nostri occhi sono insomma scritte pressoché tutte in un italiano che non oserei chiamare letterario, ma piuttosto editoriale (un italiano degli editor?)”. Dilaga “uno stile inodore, insapore e incolore in cui pressoché chiunque può cimentarsi, alla peggio col soccorso di un maquillage redazionale”. 6) Oggi “L’autofiction è interpretata (…) quale corrispettivo letterario del selfie”. 7) Per concludere: data la qualità di questa produzione narrativa prevalente e circostante, “la possibilità di attrarre davvero la nostra attenzione è ormai minima”.

 

“Un italiano da editor”

Può bastare? Vi basta? La stragrande maggioranza della narrativa che gli editori accettano di pubblicare non appartiene propriamente a ciò che chiamiamo letteratura ed è anche illeggibile. Il fenomeno è macroscopico. Eppure molta della giovane critica accademica si applica a studiare e catalogare questa materia sorda evitando di giudicarla e preferendo descriverla come un implicitamente degno oggetto di studio. Per fortuna al premio Campiello quest’anno la giuria, evidentemente esasperata, pur scegliendo una cinquina di finalisti, non ha potuto fare a meno di dare conto pubblicamente di quanto penosa sia oggi l’esperienza di chi affronti la lettura di narratori italiani attuali. Se per caso non vi bastasse quanto detto da Tomasin, e dato che i libri accademici sulla nuova narrativa sono carichi di bibliografie per sembrare “scientifici”, aggiungo anche io una minima nota bibliografica.

 

Quanto dice oggi Tomasin fu detto e spiegato in due libri che lui definirebbe “accaniti”, “in sé lodevoli” ma privi di “pratiche conseguenze”. La critica, se critica, si preferisce non leggerla o subito dimenticarla. Ecco i due libri: “Lettere non italiane” di Giorgio Ficara (Bompiani, 2016) e “Non incoraggiate il romanzo”, di autore ignoto (Marsilio 2011). In entrambi i titoli ciò che spicca, disturba e li accomuna è il “non”.

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