Basta con le celebrazioni, il Sessantotto che ce l’ha fatta è il 1918 di Dada

Marco Archetti

Due sillabe possono fare la rivoluzione? Mentre augelli fan festa, io ne faccio un’altra. Estraneo al cinguettio e alla trance da anniversario – mi riferisco ovviamente al cinquantennale del Sessantotto, epoca inconcussa e definitivamente scaffalata tra i grandi momenti dell’umanità – non posso che domandarmi: cosa resta oggi di quelle buone intenzioni? Quali vampe riverberano ancora? Quale fantasia si è impossessata per sempre delle nostre immaginazioni? Non lo so. Ma ho le prove che c’è eccome, un Sessantotto dell’umanità da festeggiare in gran pompa, e bisogna tornare indietro almeno di cento anni, quando un malintenzionato cavallo a dondolo che sfidò i bastioni della stupidità culturale per “sanare l’uomo dalla follia di un’epoca e cercare un nuovo equilibrio tra cielo e inferno” cambiò irreversibilmente il linguaggio di tutto il mondo a venire. Insomma, il Sessantotto che ce l’ha fatta è il 1918, l’anno in cui, grazie all’immortale Manifesto del poeta Tristan Tzara, il Dadaismo si impose alla Storia.

 

Dada conobbe tre momenti fondamentali: nacque nel febbraio 1916 con l’apertura del Cabaret Voltaire al numero 1 della Spiegelgasse di Zurigo, diventò universale col Manifesto 1918 che Tzara lesse il 23 marzo nella sala Meise, e morì il 20 aprile 1920 con l’esposizione Dada-Vorfrühling nel cortile della birreria Winter di Colonia. Il movimento sbocciò durante i tragici mesi in cui la battaglia di Verdun inzuppava di sangue l’Europa e fu il grido di ribellione di un pugno di esuli che, non condividendo una lingua, ne fondò una nuova di zecca grazie alla quale reagire al proprio tempo. Dada tuonò contro le nazioni che stavano permettendo l’immonda carneficina e irrise l’imperante acquiescenza ai codici e ai linguaggi consolidati. Nel dada l’istanza politica non sottrasse mai qualità all’istanza estetica, così, mentre lungo il continente si schieravano eserciti e si srotolava filo spinato, dal palco di un piccolo locale svizzero si cantavano versi di incomprensibili poemi sonori e in mille riviste – sperimentali anche dal punto di vista tipografico – si gridava l’estremo disgusto conficcando spine di assurdo intenzionale e di deliberata follia nel corpo del conformismo collettivo.

 

Una gabbia per uccelli circondata da leoni che ruggivano”: questa, secondo il fondatore Hugo Ball, disertore, era la Svizzera fatale che ospitò il dadaismo nel breve volgere dei pochi mesi in cui restò aperto il Cabaret Voltaire, e Zurigo – giardino fiorito nel cuore di un macello – ne fu l’unica culla possibile. Di fronte al Voltaire, al civico 12, viveva un distinto signore russo che qualcuno giurerà di aver visto giocare a scacchi con Tristan Tzara al Café de la Terrasse. Si chiamava Lenin. (Localino emblematico, non c’è che dire.) Scrisse Hans Arp: “Tristan Tzara ha trovato la parola dada al Café de la Terrasse di Zurigo mentre mi portavo una brioche alla narice sinistra. Ero presente coi miei dodici figli quando l’ha pronunciata per la prima volta, destando in tutti noi un entusiasmo legittimo. Sono convinto che questa parola non ha alcuna importanza e non ci sono che gli imbecilli o i professori che possono interessarsi ai dati”. Non dati, appunto. Ma opere brucianti, sovversive.

 

Tzara, nel suo memorabile Manifesto, proclamava: “Scrivo un manifesto e non voglio niente. Sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi. Scrivo per provare che si possono fare azioni contraddittorie in un unico respiro. Non sono favorevole né contrario, e non do spiegazioni perché detesto il buonsenso. Abolizione della logica: dada. Abolizione della memoria: dada. Abolizione dei profeti: dada”. L’onda rosso-fiammante del dada travolgerà il mondo intero e in Germania – il fondatore della corrente berlinese fu il comunista John Heartfield – toccherà vette di iconoclastia politica senza precedenti. Il picco fu l’Esposizione di Colonia del 1920: il pubblico fu fatto entrare obbligatoriamente dai cessi, sottoposto all’ascolto di una ragazza vestita da prima comunione che recitava porno-versi, obbligato a prendere a colpi di scure una scultura di Max Ernst e guidato in una stanza che ospitava una vasca di vetro piena di un sinistro liquido rosso in cui ondeggiava una parrucca femminile. Tumulti, proteste. La polizia accusò l’esposizione di pornografia e la chiuse. Dada siegt!

 

Perché non c’è dubbio: dada ha vinto e ha cambiato la nostra estetica per sempre. Ha vinto perché, negando, affermava. Dada era fantasia, non potere. Dada non era fatto per durare, e durò. Dada sfidò tutto, ne sfidò le fondamenta. Dada era internazionalista nell’Europa sbranata dai nazionalismi e non nutriva velleità palingenetiche, voleva solo lasciare il mondo nudo di fronte al non senso – il massimo della ribellione immaginabile, perché oltre alla ribellione contiene anche la ribellione alla ribellione.

Nella gioiosa solitudine del mio Centenario rivoluzionario tzarista, come un usignolo cinese io canto: l’arte è morta, il Sessantotto anche, viva Dada!

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