L’unico abito firmato che difetta a Mughini è l’esperienza comunista

Giuliano Ferrara

Dieci anni fa qui una clausola viziosa fu predicata da un direttore un po’ matto: a quarant’anni dal 1968, il ’68, evitiamo di stampare anche solo il numero 68, la cifra dico, in qualunque modo reperita nella cronaca politica, economica e culturale. Per un anno, niente 68 nel Foglio. Ora sono passati dieci anni ed è uscito per l’astuto editore Marsilio un libro di Giampiero Mughini, bel titolo, “Era di maggio”, e sono le “cronache di uno psicodramma” entro il perimetro del Quartiere Latino, recintato dal vasto mondo, il Maggio francese. Secondo Michel Foucault, genio retorico e geografo militante della storia, grande scettico secondo lo storico Paul Veyne, la sequela delle barricate, delle violenze, degli scioperi, della convivialità di strada, del sesso e del resto fu “l’immensa e proliferante criticabilità delle cose, delle istituzioni, delle pratiche, dei discorsi, questa specie di friabilità generale del terreno, anche e sopra tutto il più familiare, il più solido e il più vicino a noi, al nostro corpo, ai nostri gesti di tutti i giorni”. Nel racconto di Mughini questo che lui chiama psicodramma c’è tutto, con dettagli mirabili e orrorifici, con sveltezza di tratto, memoria rapida, incisiva, una magnifica lettura breve, divorante, comprese le gite Parigi-Catania e ritorno, gli amori di una bionda e molti altri amori, una lettura che non spiega nulla perché non c’è nulla da spiegare, infatti un capitolo centrale è intitolato “non avevamo nulla da dire, ma volevamo dirlo a tutti i costi”.

  

A Mughini difetta l’esperienza comunista, è l’unico abito firmato che gli manca, e in più è un novecentista incorrotto, un uomo di lettere che crede nell’avventura delle idee e nelle idee universali, infatti Foucault, che non era un soixante-huitard proprio per diffidenza verso le idee universali, non è mai citato. L’autore fa invece molto spazio al Dada ubriacone della società dello spettacolo, e a molte storie di fedeltà agli ideali della gioventù, perché è un libro sulla sua gioventù e sulla gioventù degli altri di cui i giovani adulti del millennio dovrebbero impadronirsi leggendolo, dunque un opuscolo innamorato e malinconico e tremendamente disilluso, come tutta la produzione autobiografica di Mughini. Ma è un buon libro anche buonissimo perché topografico, il quartiere degli studenti e dei professori divenuto il centro della cultura e dello sciopero di fabbrica è descritto nei particolari più interessanti e minuti, pietra su pietra, barricata su barricata, la fine del gaullismo procede a grandi passi nonostante la vittoria degli Champs Elysées e della gigantesca sfilata conservatrice che precede la vittoria del Generale alle elezioni dopo la sua teatrale scomparsa in gita a Baden Baden dal generale Massu. Minimalista, il linguaggio riflette il titanismo della radio, dei libri, dei corsi universitari, delle filosofie, delle strategie sindacali, di una classe dirigente appena diversa dalle Maria Elisabetta Alberti Casellati più Di Maio e Salvini, benedicente il sorriso enigmatico e sessuato di un giovane e travolgente Daniel Cohn-Bendit, l’ebreo tedesco esplosivo che all’origine voleva dormire con le ragazze e al quale un ministro spiritoso disse che se aveva problemi sessuali poteva pure tuffarsi nella piscina di Paris-Nanterre. Ed è chiaro che l’erede di tutto, anche di Cohn-Bendit, oggi è Macron.

  

Com’è rimescolato e ambientato e assaporato, il racconto di maggio (“non è di maggio questa impura aria”, ecco l’unico bel verso di Pier Paolo Pasolini) è fresco, entusiasmante, deludente pour cause, e si vende nelle librerie, il libro si muove, et pour cause. Sono cose da sapere. Si sarebbe potuto anche sapere che secondo Milan Kundera, che di insostenibili leggerezze e psicodrammi se ne intende, all’esplosione lirica del Maggio fece da contrappasso a Praga, sempre nel 1968, “l’esplosione di uno scetticismo post rivoluzionario”, una segreta “Variante di Kafka” si potrebbe dire con Sofri, e se a Parigi si calpestava la tradizione europea, a Praga la si difendeva appassionatamente. Ma sebbene questo sia il libro buono di Mughini, che ne ha scritti di ottimi, c’è sempre quel dettaglio dell’abito firmato che gli manca. Perdonabile, visti i risultati di questa formidabile scorribanda.

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