Addio Folco Quilici, il Salgari del documentario

Maurizio Stefanini

Prima di Piero Angela c’era Folco Quilici e prima di Folco Quilici c’era Emilio Salgari, verrebbe da dire del grande documentarista scomparso oggi all'età di 87 anni. In realtà Quilici era di due anni più giovane di Angela. Ma Angela, pur entrato in Rai già 24enne nel 1952, all’inizio fu un normale giornalista, prima radiofonico e poi televisivo. Corrispondente da Parigi e da Bruxelles, quindi conduttore del telegiornale, fu solo nel 1968 che con il programma “Il futuro dello spazio” iniziò la carriera di divulgatore scientifico poi culminata nei fasti di Superquark. A quell’epoca Folco Quilici era già un mito. Nel 1954, anche lui appena 24enne, aveva firmato la regia del “Sesto continente” con cui aveva raccontato la Spedizione Subacquea Nazionale nel Mar Rosso organizzata da Bruno Valilati tra estate 1952 e autunno del 1953. Primo documentario a colori nella storia della cinematografia subacquea italiana, era stato presentato alla 15ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. Trasformato in libro, nel 1955 avrebbe ottenuto il Premio Marzotto di Letteratura.

 

Prima ancora di arrivare a trent'anni Folco Quilici aveva già ricevuto l’Orso d’Argento al Festival di Berlino del 1956 per “L’ultimo Paradiso”, film dai toni documentaristici sugli abitanti delle isole del Pacifico. E nel 1959 il Premio “Concha de plata” al Festival Internazionale di San Sebastian per “Dagli Appennini alle Ande”, ispirato al racconto di Edmondo De Amicis. Sempre prima che Piero Angela iniziasse la sua carriera Quilici aveva ottenuto, nel 1961, il Premio Unesco per la Cultura per “Tikoyo e il suo pescecane”, ed aveva ricevuto dalla Esso, nel 1965, la commissione per una serie epocale, “L’Italia vista dal cielo”: 14 documentari, tra il 1966 e il 1978, con le immagini della Penisola girate da un elicottero e i commenti di autori come Cesare Brandi, Mario Praz, Italo Calvino, Guido Piovene, Michele Prisco, Ignazio Silone, Mario Soldati.

 

Ma sono tantissimi i documentari, i film e i libri che hanno ottenuto riconoscimenti nazionali e internazionali. Tra questi, forse, vale la pena ricordare “Islam”: un documentario in otto episodi realizzato tra 1967 e 1970, che anticipò di almeno un decennio quello che oggi è davanti ai nostri occhi. O “Mediterraneo”: 13 film tra il 1973 e il 1978, che lo videro collaborare addirittura con il grande nume della Scuola delle Annales Fernand Braudel. Il mare all’origine della civiltà raccontato dal più grande storico del XX secolo in collaborazione col più grande documentarista. O ancora “Tobruk 1940”, libro sul suo dramma familiare. 

 

Nato il 9 aprile 1930 a Ferrara, Folco Quilici era figlio dell'allora famosa pittrice Emma Buzzacchi e dell’altrettanto famoso giornalista livornese Nello Quilici. Un dna di figurativismo e giornalismo intrecciati che forse spiega il suo straordinario talento documentaristico. Molto legato a Italo Balbo, Nello Quilici era morto insieme al generale due giorni dopo l’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale mentre si trovavano a bordo di un aereo abbattuto, ufficialmente per errore, nel cielo di Tobruk dalla contraerea dell’incrociatore italiano San Giorgio.

 

I titoli dei suoi documentari, da “Il dio sotto la pelle” a “Fratello mare”, passando per “Cacciatori di navi”, “L’alba dell’uomo”, “Alla scoperta dell’Africa”, “Sui mari del Capitano Cook”, richiamano alla memoria i romanzi di Emilio Salgari che proprio come Quilici, mantenendo il massimo rispetto per i costumi e le genti raccontate, cercava di incuriosire il lettore introducendolo alla scoperta di meravigliosi mondi esotici.

 

Viaggiatore e esploratore, romanziere e antropologo, documentarista e saggista, divulgatore e collaboratore sul campo non solo di Braudel ma anche di Sabatino Moscati e Renzo De Felice, inserito nel 2006 dalla rivista Forbes tra le cento firme più influenti del mondo. Negli ultimi tempi Quilici non nascondeva una certa amarezza per il cambiamento culturale in atto: “Gli sponsor di oggi hanno altri programmi; i grandi settimanali s’occupano soprattutto di scandali, sesso, moda. E alle reti televisive dell’archeologia subacquea non importa assolutamente nulla, nel convincimento generale dell’inutilità di programmi dedicati a ricerche, scoperte, divulgazione. Secondo i loro criteri di giudizio, ogni programma classificabile come ‘culturale’ è mortale veleno per gli indici d’ascolto. Il che forse è vero se si ha la sventura di assistere ai rari esempi di ‘documentario’ da qualche anno messi in onda con quell’ambiziosa definizione”.

 

Della sua infinita carriera vale la pena ricordare anche l’immenso archivio di oltre un milione di foto in bianco e nero accumulato a partire dal 1949, e poi affidato all’Archivio Alinari, ma anche il suo impegno ambientalista ante-litteram, abbastanza solido da permettergli di polemizzare contro certe follie dell’ecologismo fondamentalista di oggi senza nessun timore intellettuale.

“Ci mancherà” dice ora il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini. “Ma i suoi lavori resteranno per sempre come guida e insegnamento per le giovani generazioni”. Una volta tanto, non è solo retorica.

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