Il russo estremo

Massimo Boffa

Emmanuel Carrère ha appena scritto un libro formidabile su un formidabile soggetto, Eduard Limonov (“Limonov”, P. O. L. Éditeur). Carrère è ben noto al lettore italiano: pubblica da Einaudi (“L” però uscirà con Adelphi), è un autore super branché, si divide con successo tra la letteratura e il cinema (il film pirandelliano “La moustache” è stato premiato a Cannes nel 2005), è abile a stuzzicare le corde del- l’erotismo, come sa chi ha apprezzato il vertiginoso racconto “Facciamo un gioco”, pubblicato sul Monde nel 2002. E’ probabile invece che, a quello stesso lettore, il nome di Limonov dica assai meno, e comunque è difficile che se ne sia fatto un’idea precisa: per alcuni, infatti, è un tipo poco raccomandabile, un provocatore, un fascista, difensore delle cause politiche più torbide – per altri il più geniale scrittore russo vivente, una sorta di Louis-Ferdinand Céline del comunismo e del post comunismo. Per Carrère, come minimo, deve trattarsi di una delle personalità più interessanti in circolazione, visto che gli ha dedicato un libro di quasi 500 pagine.

 

Emmanuel Carrère ha appena scritto la sua biografia, “qualcosa di simile
a ciò che Sartre aveva fatto
con Genet”

E’ difficile che uno scrittore scriva – per giunta con tanta empatia – su un altro scrittore. Tra i casi recenti può venire in mente Saul Bellow e il suo affettuoso ritratto di Allan Bloom (“Ravelstein”), ma quella era la storia di un’amicizia tra due uomini che avevano condiviso idee ed esprit de finesse. Qui si tratta di altro. Qui c’è uno scrittore francese, palesemente insoddisfatto del senso comune ideologico dentro il quale si è accomodata la propria cultura, che vorrebbe dire ai suoi contemporanei: guardate che le cose – chi sono i buoni e chi sono i cattivi – sono più complicate di come le vedete voi. Impressionato dalla lettura, sono andato a trovare a Mosca il vecchio Limonov, che mi ha confermato: “Mi sembra che Carrère abbia voluto fare con me qualcosa di simile a ciò che Jean-Paul Sartre, negli anni Cinquanta, aveva fatto con Jean Genet: l’apologia di un uomo che l’opinione dominante considerava un criminale. Parlando di me, in realtà ha inteso porre qualche problema ai francesi e mostrare che è legittimo un punto di vista diverso dal loro”.

 

Poi, magari, ci sono anche ragioni più intime. Carrère la Russia, sovietica e post sovietica, ce l’ha nel sangue: non solo la conosce, ma la “sente”, avendo a lungo vissuto a contatto con quel mondo. Sua madre, infatti, è la celebre storica (e accademica di Francia) Hélène Carrère d’Encausse, uno dei maggiori studiosi di storia e cultura russa. E quando Emmanuel scrive di cose russe, come è già successo in passato, si percepisce la civetteria di chi ha familiarità con gli aspetti esotici dell’argomento. Su di un intellettuale parigino, per di più, che ha il sentimento un po’ malinconico di vivere in una parte di mondo dove da tempo sembra non succedere granché, la figura di Limonov, la sua vita romanzesca e avventurosa – “teppista in Ucraina; idolo dell’underground sovietico; barbone e poi maggiordomo di un miliardario a Manhattan; scrittore alla moda a Parigi; soldato perduto nei Balcani; e ora, nell’immenso bordello del post comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di desperados” – esercita la fascinazione del barbaro che ha energia da vendere.

 

Se c’è una vita davvero spericolata, infatti, è quella di Eduard Savenko, in arte Limonov, nato cittadino dell’Urss dalle parti di Kharkov sessantotto anni fa. In questo senso, è stato un uomo fortunato: ha avuto il destino che ardentemente sognava nei suoi vagabondaggi giovanili, quando immaginava di combattere, armi in pugno, per qualche causa estrema, rivoluzionaria o criminale. Dopo avere abbandonato la bohème newyorchese e parigina, che aveva fatto di lui il più atipico degli esuli sovietici, si è immerso in una frenetica attività politica e militare, con l’intento di creare la propria leggenda. E’ andato a combatte- re a fianco dei serbi nell’ex Yugoslavia, dei separatisti russi in Moldavia, degli abchazi nel Caucaso. E poi, in qualità di fondatore e presidente del Partito nazional-bolscevico, uno dei tanti gruppuscoli di opposizione che hanno agitato la scena post sovietica, si è messo a organizzare giovani attivisti in nome di un’ideologia che combinava socialismo e nazionalismo, aggiungendo al proprio curriculum anche due anni di carcere per traffico d’armi. Ma soprattutto Edichka Limonov è riuscito a evitare ciò che più gli ha sempre ripugnato: diventare un rispettabile signor scrittore, magari di quelli con l’aura mondana del ribelle.

 

Ha combattuto a fianco dei serbi nella ex Yugoslavia, dei separatisti russi in Moldavia, degli abchazi
nel Caucaso

“Gli scrittori non sono gente interessante”, ama dichiarare, “e il romanzo è un genere defunto”. Eppure Limonov è uomo di lettere fino al midollo. Nella sua vita ha scritto un migliaio di poesie, una quindicina di libri che oggi sono tra i più letti dall’irrequieta gioventù del suo paese e che hanno innovato la lingua letteraria russa, svariati saggi, reportage giornalistici. E non lascia praticamente passare giorno senza riempire di note e appunti i suoi quaderni. “Se mi si chiedesse il modello di uno scrittore veramente serio, direi Giulio Cesare: ha fatto cose molto interessanti e ne ha scritto sulla base della propria esperienza”. Anche Limonov non scrive che di sé. I suoi “romanzi”, tutti in prima persona, compongono un esuberante diario della sua vita, dei suoi pensieri e soprattutto dei suoi umori.

 

Del resto, quello della fusione dell’arte con la vita è il mito letterario per eccellenza, soprattutto quando si incarna nel sovrano disprezzo riservato alle piccole soddisfazioni del mestiere. In una recente mostra sui protagonisti dell’underground moscovita degli anni Sessanta, si poteva vedere una foto del giovane Eduard, poco più che ventenne, in una posa da Rimbaud appena sbarcato dalla provincia alla conquista di Parigi: sguardo trasognato e, al tempo stesso, una smorfia di sufficienza indi- rizzata verso il grand’affaccendarsi dei col- leghi. Certo, c’è sempre il rischio di sopravvivere al proprio mito e questo pericolo
deve avere sempre accompagnato Limonov nella sua continua ricerca di nuove reinvenzioni di sé come personaggio. Ecco, ad esempio, cosa scriveva, nel 1998, ormai famoso, nell’introduzione a una raccolta delle sue opere (cito dal bel libro di Mauro Martini “Oltre il disgelo”): “All’inizio della mia attività letteraria nel lontano 1966 in qualità di giovane poeta, mi proponevo di lasciare dopo di me un unico, geniale volumetto in brossura. Volevo esse- re un oscuro Lautréamont, vivere segretamente e morire giovane, il diavolo sa se di tifo o di qualche altra schifezza (...). Ed eccomi qui, alla venerabile età di cinquanta- cinque anni, costretto a scrivere l’introduzione alle ‘Opere scelte’. Che orrore”.

 

Limonov lascia l’Urss nel 1974, come Aleksandr Solgenitsin. Ma che differenza: uno era già il più famoso dei dissidenti, espulso dal proprio paese su decisione del Politburo; l’altro se ne va perché la vita moscovita comincia a stargli stretta e smania confusamente per qualcosa di diverso. Era appena stata approvata una legge che consentiva agli ebrei di espatriare e Eduard, che ebreo non è, come molti altri riesce a farsi confezionare dei documenti falsi. Del resto, dissidente non lo è stato mai. L’underground degli anni Sessanta è una rivolta esistenziale, non politica: ci si rifiuta di entrare in una delle tante carriere sovietiche, si disdegnano i funzionari dell’Unione degli scrittori, meglio leggere le proprie poesie nei vari circoli informali, ci si ubriaca, si organizzano delle sera- te musicali, si vive in un sottosuolo di “falliti” che non pubblicheranno mai, non incideranno dischi, non esporranno i propri dipinti in una vera mostra, ma si manterranno “integri e onesti”. Ha imparato a cucire pantaloni e tanto gli basta per sbarcare il lunario.

 

Si esagera molto quando si dipingono come “totalitari” gli anni di Breznev. L’Urss a quell’epoca era piuttosto un grande bordello dove, con un po’ di furbizia e pur di non prendersela direttamente col regime, si poteva facilmente navigare negli interstizi e cercare di sfuggire al destino mediocre che la società offriva a tutti. Eduard si immagina come un dandy: è giovane, sfrontato e ha appena soffiato a un apparatcik della cultura la ventenne Elena, che passa per essere la ragazza più bella e sofisticata della città. “Elena e lui, per alcune stagioni – scrive Carrère – sono i re della bohème moscovita. Se mai è esistito, verso il 1970, nel più grigio del grigiore brezneviano, qualcosa come un ‘glamour’ sovietico, i due ne sono stati l’incarnazione”.

 

Sbarcheranno insieme a New York, ma Elena finirà presto vittima delle proprie illusioni: book fotografici, impresari senza scrupoli, fiumi di cocaina, passerà da un letto all’altro senza riuscire a sfondare né nella moda né nel teatro né nel cinema. Quanto al povero Edichka, per lui saranno cinque anni di vita miserabile e sublime. Non ama i mostri sacri del dissenso ed è cordialmente ricambiato dalla tribù degli esuli russi: Solgenitsin è per lui un “vecchio rincoglionito”; quando Andrej Sacharov riceve il premio Nobel, scrive che l’Urss è sì un posto grigio e noioso, ma non quel campo di concentramento descritto dagli avversari; quanto a Josif Brodskij, invidia il suo status “immeritato” di poeta di successo e, dopo la sua scomparsa, nel “Libro dei morti”, ne scriverà con patetica soddisfazione: “Lui è congelato per sempre nella medesima forma, mentre io continuo a raccogliere stranezze nella mia biografia”.

 

La sua discesa agli inferi newyorchese è raccontata nel più straziante dei suoi libri, “Sono io, Edichka”, un autoritratto politico-sentimentale, dove ce n’è per tutti: per l’America, per il capitalismo, per il jet set di Manhattan, per le fisime dei liberal e dei radical, nei cui party si imbuca per fare il guastafeste, mentre conduce una vita da clochard e si umilia nei lavori più servili – fino alla scena madre in cui il suo ardente bisogno di tenerezza lo conduce a trovare, nei bassifondi della luminosa città, l’amore di uno sconosciuto proletario nero che, mentre lo scopa, gli sussurra all’orecchio: “Baby, my baby, you are my baby”. Farà fatica a trovare un editore: MacMillan rifiuta il manoscritto, che giudi- ca troppo negativo (effettivamente, un li- bro la cui ultima frase è: “Affanculo tutti!”), Lawrence Ferlinghetti vorrebbe un finale più spettacolare, tipo l’omicidio di qualche personalità famosa. Finalmente lo pubblica, nel 1980, il francese Jean-Jacques Pauvert, con il titolo che lo renderà famoso nel mondo: “Il poeta russo preferisce i grandi negri” (in Italia uscirà da Frassinelli nel 1985).

 

Non scrive di sé. I suoi romanzi, tutti in prima persona, compongono un esuberante diario della sua vita
e dei suoi umori 

Ormai arrivato alla notorietà, Eduard si trasferisce a Parigi, dove trascorrerà il decennio più tranquillo della propria vita. Scrive quasi un libro all’anno, tra cui il bellissimo “L’adolescente Savenko”, romanzo autobiografico di formazione ambientato nella provincia sovietica (tradotto in Italia da Salani nel 2005 col bizzarro titolo “Eddy-baby ti amo”). Si guadagna da vivere collaborando con il giornale “L’idiot international”, accanto a rompiscatole di talento come Jean-Edern Hallier e Michel Houellebecq. E si getta a capofitto nella tormentata storia d’amore con la cantante Natasha Medvedeva, sorta di Amy Winehouse russa, morta anni dopo per overdose (nel 2003 le dedicherà un libro, “Domare la tigre a Parigi”). Edichka è infatti anche un grande seduttore. La sua vita è costellata di passioni ardenti e patetiche, senza contare le decine di ragazze, sempre più giovani, che entrano ed escono dal suo letto, soddisfacendo per qualche tempo la sua inesauribile brama di affetto, lasciandolo poi invariabilmente solo a contemplare il proprio ego ferito (“Non ho paura del- le donne difficili. Le scelgo apposta”).

 

Il crollo dell’Urss è la svolta della sua esistenza. Eduard però non è mai stato un “democratico”: nel 1989, mentre tutti salutavano la primavera dei popoli, ha preferito scrivere un toccante testo sui piccoli gesti d’amore che Elena e Nicolae Ceausescu, mano nella mano, si scambiano nel celebre filmato del loro processo-farsa seguito dalla fucilazione. Tornato a Mosca, trova il paese demoralizzato e in balia degli speculatori. I caotici anni di Boris Eltsin, la miseria, l’ascesa degli oligarchi, l’umiliazione della grande potenza e delle sue gloriose memorie gli appaiono una catastrofe insopportabile e decide di buttarsi in politica. Nel 1994 fonda il giornale Limonka (la granata) e il Partito nazional-bolscevico, all’estrema destra (o all’estrema sinistra?) del panorama russo: i “nazbol” sono qualche centinaio di giovani, forse un migliaio o due, e Limonov li guida in manifestazioni patriottiche per le strade di Mosca e San Pietroburgo; non sono i vecchi nostalgici del comunismo, sono ragazzi inquadrati secondo uno stile militare e punk, che manifestano tutta la loro avversione contro i nuovi ricchi e contro la politica filo occidentale del paese. Nella sua passione per le cause perse, Limonov andrà anche a combattere al fianco dei serbi, prima a Vukovar poi a Sarajevo. Tutta quell’ideologia occidentale dell’esportazione dei diritti umani gli appare infatti come una riedizione del colonialismo d’antan: le stesse buone intenzioni, gli stessi imbrogli (e Carrère, alla faccia di BHL, commenta: “Questo argomento relativista non mi incanta, ma non ho niente di solido da opporgli”).

 

Del 1989 un suo testo sui piccoli gesti d’amore che Elena e Nicolae Ceausescu si scambiano durante
il processo

Naturalmente è difficile immaginare un personaggio più irritante. Con le sue pose istrioniche, la sua scrittura perennemente esibizionista, le sue intemperanze politiche che mescolano fascismo e comunismo, Limonov è guardato con fastidio da tutta l’opinione pubblica russa moderata e liberale. Del resto, come dare loro torto di fronte a pagine in cui l’estetizzazione della guerra raggiunge vette insopportabili (“Siete mai andati in giro per una città in carro armato, assieme a giovani belve? Il ferro delle armi si infiamma sui corpi. No, non ci siete andati? Be’, allora siete delle mezze seghe, niente di più”)? Eppure Limonov è uno di quei rari scrittori nelle cui pagine vibra un’intensa e autentica esperienza di vita e di pensiero. Anche per questo trova ascolto in Russia ben al di là del- la piccola cerchia dei suoi seguaci. E seduce i lettori non certo in virtù di un’ideologia primitiva, ma mettendo a nudo il proprio cuore.

 

Negli anni di Putin, Limonka e il Partito dei naz-bol sono stati chiusi, ai sensi della legge sull’estremismo. Ora l’attività politica di Edichka ha cambiato timbro, è diventata più “rispettabile”: insieme a Garry Kasparov, è uno degli animatori di Strategia 31, il movimento che, il trentunesimo giorno del mese, organizza manifestazioni per la libertà di espressione a Mosca sotto il monumento di Majakovskij e in altre città della Russia. In quelle occasioni, capita che finisca un paio di giorni in cella, poi esce e ricomincia. E’ avversario di Putin senza riserve, e vorrebbe sfidarlo alle prossime elezioni presidenziali. La cosa a Carrère pare bizzarra. In fin dei conti – dice lo scrittore francese (che, tra parentesi, ammira Putin come uomo di stato: ecco un intellò parigino che non indulge ai triti luoghi comuni anti putiniani, chapeau) – i due hanno qualcosa in comune: avventurieri entrambi venuti dal nulla, condividono il culto della virilità e l’idea che il crollo dell’Urss sia stata la più grande catastrofe geopolitica del Novecento. Ma nessuno pretende da Limonov un’eccessiva coerenza ideologica e, a scanso di equivoci, Edichka ci ha lasciato uno dei più feroci ritratti dell’uomo del Cremlino (in italiano nel volume “Russian attack”, pubblicato da Salani nel 2010).

“Perché vuole scrivere un libro su di me?” aveva chiesto Limonov a Carrère. “Perché è una vita appassionante – aveva risposto – una vita romanzesca, pericolosa, una vita che ha preso il rischio di mescolarsi con la storia”. E l’altro: “Sì, una vita di merda”.

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