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L'adunata degli Alpini, tra cappelli e tricolore

Le penne nere festeggiano il centenario dell'Associazione Nazionale a Milano. Stefano Gandini ci racconta perché è ancora importante incontrarsi e celebrare i valori condivisi 100 anni fa 

11 Maggio 2019 alle 06:11

L'adunata degli Alpini, tra cappelli e tricolore

Foto LaPresse

Oggi si fanno gruppi su Whatsapp e su Facebook, e rimpatriate di compagni di liceo, ma era il 1919, e loro una sessantina di reduci dal fronte della Prima Guerra Mondiale. Avevano bisogno di non perdersi, di ricordare chi non c'era più, di tenere vivi quei valori sui quali avevano costruito la loro stessa identità: costituirono l'Associazione Nazionale Alpini l'8 luglio di un secolo fa a Milano. Città dove il raduno torna per il suo centenario, dal 10 al 12 maggio. L'ultima volta milanese fu nel 1992. Scelgo di parlarne con Stefano Gandini, che faceva parte di quel comitato organizzativo, e che si dichiara alpino da prima di nascere. Lo incontro nel suo studio di commercialista, e appena uso la sillaba ex mi fulmina: "Un alpino non è mai ex. È alpino sempre". E' appena tornato dalla Scala di Milano, dove ha assistito all'esibizione del coro Ana, in un teatro strapieno, col sindaco Sala presente. Mi mostra subito le immagini girate del grande applauso finale, con la platea puntellata dai piccoli lampi neri delle penne.

     

"Sono nato e cresciuto circondato da quel mondo. Con mio padre, che fece la naja nel '49, mi capitava di passeggiare insieme a personaggi come il presidente dell'associazione di Milano di allora, Dante Belotti, uno tra i pochi che erano riusciti a tornare dalla Russia. Lo guardavano come un Dio in terra". Stefano ha fatto il servizio di leva prima di iscriversi all'università; un caso alieno, per chi appartiene a una schiera di generazioni che si aggrappava a qualunque scuola, malattia, raccomandazione pur di non farlo, o almeno rimandarlo.

   

"Mio padre era tra quelli che portava in spalle il feretro di don Gnocchi, nel '56, in Duomo" aggiunge, come a rafforzare il suo curriculum di appartenenza. Don Gnocchi è figura di riferimento, per un alpino. Si arruolò volontario per seguire i suoi studenti del Gonzaga chiamati alle armi, fece due anni in Grecia e Albania, e poi la Russia: nome che suona come il diavolo, nella seconda guerra mondiale. Mi mostra un nuovo video, postato su Facebook. A parlare è Ugo Balzari, un vecchio reduce di 97 anni, appoggiato a una racchetta bianca, che Gandini mi rivela essere la stessa che lo aveva accompagnato nella strada del ritorno dalla Russia. Il vecchio alpino racconta di quando, durante la ritirata dalla battaglia di Nikolajewka, portava Carlo Gnocchi stremato in spalla, o lo tirava sulla slitta. Di quando il Don si faceva mettere tutti i cadaveri dei soldati in fila e vicini, per fare meno fatica nel benedirli, in ginocchio nella neve; e del pellegrinaggio, finita la guerra, del Beato nelle valli a incontrare i parenti dei soldati caduti. Di una terra mutilata. Aggettivo che segnerà tutta la sua storia.

   

La scrivania di Stefano è sommersa di faldoni, che sposta disordinatamente per farmi vedere meglio lo schermo del computer. Il vecchio reduce ha un'incredibile lucidità e una punta di ironia. Ci sono anche molti giovani ad ascoltarlo, ma la sospensione della naja obbligatoria nel 2004, mi spiega, ha tolto linfa all'associazione. I professionisti volontari sono pochi, e anche se tutti si iscrivono, l'erosione è matematica. Cercano di recuperare quei pochi alpini che non si sono mai iscritti, ma è solo una forma di ostinata resistenza, che insieme a calore, amicizia e solidarietà formano il mantra dell'essere alpino. "Tutto nasce dalla montagna. Lassù, se non ti dai una mano, l'è dura". E mi porta con le parole fino in Friuli, durante il terremoto del '76, quando tutte le sezioni d'Italia, compresa qualcuna di italiani emigrati, si catapultarono in aiuto. "Onorare i morti, aiutando i vivi! è il motto che ci rappresenta. Eravamo un corpo strutturato, organizzatissimo, e fummo l'esempio che portò alla formazione della Protezione civile, che allora non esisteva". Mi spiega che gli americani aiutarono i soccorsi buttandoci dentro parecchi soldi, ma che non fidandosi dei governi ballerini italiani li fecero gestire direttamente all'Associazione Nazionale Alpini. Mi costringo a credere che sia esistito anche in Italia un portafoglio che non sia stato corrotto. Mi fa bene.

   

Nell'ultimo raduno milanese, per il Comitato Organizzatore Adunata Milano 1992, Stefano si occupava degli eventi musicali, come chiama quelli che erano comunque e sempre cori alpini. "In questo raduno ce ne saranno più di 100, allora erano molto meno. Però la città era seminata di bandiere: ogni gruppo della Sezione di Milano si prendeva una via, e su ogni palo si attaccava il tricolore. Cosa che non succederà quest'anno, per via di nuove regole. Per un alpino, bandiera e cappello sono imprescindibili". Avanzo i miei dubbi, riguardo al manifestare il tricolore come forma di identità. Siamo circondati da esempi demagogici e fasulli. "Per noi la bandiera ha un solo significato: riconoscere in quei colori quello che hanno fatto i nostri soldati, ventenni che ci hanno lasciato le penne. Ci sono anche partigiani tra di loro, e comunque non c'è alcuna forza politica che possa rinchiuderci". L'argomento "bandiera" è ambiguo per natura, c'è poco da fare. "Vedi – riprende Stefano – l'alpino che arriva a Milano da una paese, magari anche da un paesino minuscolo, e piomba in questa grande città, non la vive bene, perché è dispersiva. Lui vuole essere accolto, sentirsi a casa. È abituato a quello. Sfilando in centro, al posto della gente che si affaccia dai balconi nelle città medio-piccole, dove si fanno i raduni, vede negozi e uffici, in Corso Venezia, Vittorio Emanuele. Se gli togli anche quell'abbraccio della bandiera sembra che non ci sia la festa... Certo, ci si sposta bene, a Milano, senza gli ingorghi, le stradine che fanno da imbuto..."

    

Dopo la bandiera il cappello. Quanti ne hai? "Il cappello è uno solo. Anche se io ho dovuto comprarne uno nuovo, perché quello della naja del '76 era tarlato. Nel cappello ci sudi. E ci bevi. Basta un colpetto sulla conca, e si fa tazza". E' il vino, la terza forza dell'alpino. "È un luogo comune che ci vuole sempre ciucchi, ma ti assicuro che in quei giorni, quelli che vedi ubriachi fradici, non sono quasi mai alpini. Sulla strada degli alpini c'è più sangue che vino, recita un altro motto. Perché l'alpino conosce i suoi limiti". Ci credo sulla parola. Dovessi incrociare una penna nera che fa la serenata a una bandiera saprò di essere io, ad aver alzato troppo il gomito.

    

Stefano ricorda che nel raduno del '92 c'era Peppino Prisco, che aveva fatto parte del battaglione Aquila, sottotenente, uno dei sopravvissuti della seconda guerra: "Organizzare con lui era più facile, si aprivano tutte le porte. Si definiva alpino, prima che avvocato". Torna a farmi vedere un video, riprese di quel raduno. I gonfaloni, i vessilli, ma soprattutto gli angoli occupati dai cori improvvisati; le fanfare sotto il porticato, che suonano di tutto, le persone che si fermano ad ascoltare e ballare, alle quali viene offerto un bicchiere di vino, che esce dal tubo di gomma infilato nelle damigiane, corpi solenni e muti che sbucano ovunque. Ma anche un enorme cappello sul tetto di un'auto, e un trattore trasformato in carro di carnevale. "È come se si svegliasse, Milano, durante il raduno. Perché cose vissute in questo modo, libero e sicuro, non ce ne sono". Mai stati incidenti di rilievo, aggiunge, perché ogni alpino è già servizio d'ordine: attento e scaltro, così lo definisce Stefano, e sempre pronto ad aiutare gli altri.

    

Sabato la città sarà contagiata dalla probabile ripetizione di questa super allegria organizzata, "perché gli alpini arrivano organizzatissimi, hanno tutto", ma domenica la città rallenterà, dalla mattina alla sera, e l'allegria lascerà spazio all'ordine, quasi raccolto, della sfilata di tutte le sezioni d'Italia, e di tutto il mondo. Il raduno è l'occasione per l'emigrato di tornare in Italia, almeno una volta all'anno.

    

Gli iscritti sono 340.000, e calcolandone anche solo un terzo, più i parenti e gli amici degli alpini in trasferta, oltre ai milanesi coinvolti senza aver mai portato una penna sul cappello, si prevedono 500.000 persone. Molti dormiranno nelle tende. "È vietato calpestare le aiuole, i prati, figuriamoci montare le tende. Nel '92 avevano proposto campi di accoglienza molto decentrati, tipo all'Idroscalo, ma questa gente non la puoi tenere così lontana, e soprattutto fermare. Infatti non c'era angolo di prato che non fosse occupato da un accampamento. L'alpino arriva, e si pianta. Hai voglia a mandarlo via, ce ne sono già altri dieci. Il Parco Sempione diventò un grande campeggio libero. Venimmo poi ringraziati, sul Corriere, per aver lasciato il parco più pulito di prima. Oltre ad aver tagliato l'erba dove era troppo alta".

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