Vincino, un magnifico stronzo, un genio raro

Andrea Marcenaro

Serie A, sempre. Giovanna, la ragazza più bella di Palermo, se l’è sposata lui. E tié. Due figlie. Splendente la prima sulla seconda quanto la seconda sulla prima. Una passione: la mafia. Non potete sapere quanto s’incazzava, Vincino, all’idea che sulla sua Mafia stesse prevalendo quella ’ndrangheta da pecorari. Così agli antipodi dei mandarini tardivi di Giuseppe Greco, detto il Papa, quando il magnifico nostro professor Barbera se ne appassionò nella zona di Ciaculli. Pure Marianna Bartoccelli era così. Mica che i due si amassero. Avevano in comune un tratto aristocratico, una tale passione per la loro città, e anche per loro stessi come saputissimi del genere, da quasi rimpiangere la più odiosa tra le primogeniture. Cosmopolita, uomo tra le panelle, s’avventava sulla farinata genovese e asciugava di nascosto le mani unte sotto il divano nuovo. Il nostro, divano nuovo.

 

Non è mai esistito, forse, Vincino. Un lampo nella cassata. Un fulmine decifrabile soltanto dagli amici tra le radici pazienti e infinite di piazza Marina. Un tratto che incespicava per chi sapeva amarlo, o capirlo a modo suo. Quanto pieno di sé, però, che testa di minchia quel giorno che telefonò due volte da Mondello. E quanto ho goduto. Raccontò, il pavone, di come i concittadini palermitani gli stessero rendendo omaggio per una spiata del Giornale sul suo compenso al Corriere. Il più alto di tutti, e baciamo le mani. Stava girando in piazza a Mondello, quel Borbone del nuovo sud cui quasi quasi gliele baciavano davvero, le mani. Alt!, riferì lui stesso alla seconda telefonata, il Cidierre s’è imbufalito. Quel Cidierre del nord. Ne seguirono compensi drasticamente segati dal Corriere. Non teneva più di voi al denaro, Vincino, però non di meno. Venne assunto al Foglio. E ne venne licenziato con grande scandalo della stampa che non sapeva informarsi, tanto meno sorridere. Lui se ne spaventò. Capì soltanto nel pomeriggio che si trattava dello scherzo di alcuni figli di mignotta che avevano amato ridere di qualsiasi cosa, quindi del Male, cioè di lui, perciò di loro stessi.

 

Poi è andata così.

 

E’ andata che un magnifico stronzo, che un genio raro, un gigante del tratto melanconico e vero, non sarebbe mai stato dalla parte di un Truce. Che si sarebbe sempre rifiutato di regalare un suo disegno alla modernità di un Fatto qualunque. O forse no. Qualche cretino alla Travaglio, qualche mezzo sadico stronzo, potrebbe magari dimostrare, grazie all’infame ricerca sopra un archivio, che si potrebbe aver torto. Bah! Era estroso, Vincino. Molto più estroso dell’amato Buttafuoco, siciliano e narciso come lui. Era una persona consapevole, parecchio più consapevole, alla fine, il mio adorato Vincino.

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