Arrivederci Vincino, amico mio

Enrico Deaglio

Con Vincino diventammo subito amici. Io ero venuto da Torino a Roma, lui da Palermo (ma in realtà era nato a Cairo Montenotte). Erano i tempi di LC in via Dandolo 10, del gabbiotto, dei terribili molossi Cuba e Assassino, di Claudio Brunaccioli che ci dava le cinquemila, di Lionello Massobrio che riuscì a comprare, con una sottoscrizione gigante, una rotativa. Prima di Vincino, le vignette le faceva Roberto Zamarin, che era venuto da Pavia, aveva inventato il simbolo del pugno stilizzato e il carbonaio Gasparazzo di Bronte immigrato a Torino; Zamarin era morto in un incidente stradale per portare il giornale, che, come al solito, aveva chiuso in ritardo.

 

Vincino era un ragazzone, molto bello. Retaggio del servizio militare portava sempre un paio di scarponi e si svegliava alle sei di mattina, qualsiasi cosa avesse preso la sera prima. Io dicevo: “Ricordati di mettere nel testamento che lasci il tuo corpo alla scienza, perché sei un caso unico”. La storia della sua tesi di laurea in Architettura su un quartiere popolare, in cui la commissione non si accorse che la pianta era quella dell’Ucciardone, la sapete. La storia della sua galera a Gela, per militanza sindacale alle ditte del Petrolchimico, fatevela raccontare da Guelfo.

 

A quei tempi la satira non era come adesso. C’era solo la satira di partito, un ossimoro; quella che adesso ha ripreso piede. Vincino era diverso, era oltre. Un po’ di George Grosz, certo; un po’ Frans Masereel, un tocco del flaneur Walter Benjamin, uno del principe di Salina quando è in versione distopico anarchica, molta Palermo di Salvo Licata, un altro che scriveva disegnando. Andammo in vacanza, primi anni Settanta, a casa dei suoi genitori, alla tonnara di Scopello. Vincino era la persona più competitiva che abbia mai conosciuto, su tutto, a partire dalla Settimana Enigmistica. Facevamo a gara a chi arriva primo allo scoglio della Funciazza, suo padre – il mitico direttore dei Cantieri Navali di Palermo, davanti ai quali il figlio andava a volantinare per lo sciopero – lo chiamava urlando dal terrazzo: “Viiin...cino!”. Le sue nipotine lo assediavano: “Ci fai il leofante? Ancora!”. E lui disegnava, disegnava: leofanti, tigri, gattopardi, animali sonnacchiosi. Conosceva bene la Sicilia, e chi conosce la Sicilia, conosce assai.

 

Abbiamo passato, a casa sua a Roma, con Giovanna, molte sere impegnative per la salute, ma in genere gli altri cedevano e Vincino resisteva. Una volta c’erano Dario Fo e Dani Cohn-Bendit ed era appena successa la tragedia di Stammheim, il triplice suicidio (?) della Baader Meinhof. Dario ci fece vedere, come fosse in scena, l’impossibilità dei presunti gesti di Andreas Baaader, Dani gli diceva: “Dario, non è vero, si sono davvero suicidati…”, e Vincino continuava a disegnare, serissimo, il braccio di Baader che avrebbe dovuto fingere l’omicidio, che girava dietro la scapola, si avviluppava lunghissimo alla nuca, il suo corpo che si contorceva, che diventava un pongo, un omino lagostina. Anche Dario, mi sembra, si convinse.

 

Con gli amici si hanno gli scazzi. Io con Vincino ne ho avuti due. Il primo avvenne durante il rapimento Moro, io ero il direttore di LC e Vincino curava l’inserto satirico L’Avventurista. Dunque, nell’inserto c’era la famosa foto di Moro rapito dalle Br, in camicia bianca sbottonata e la didascalia diceva: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto”. Era bella, ma io, che sono un po’ bacchettone – e pur sempre il direttore! – dissi, toglila perché non mi sembra bello prendere per il culo un prigioniero. Vincino la tolse, ma tolse anche tutto L’avventurista dal giornale e trasmigrò al Male che si avviava, sotto la sua creatività e inventiva, a vendere duecentomila copie. Il secondo scazzo è legato al primo. Il Male stampava con la nostra rotativa e lì aveva il suo deposito di carta. Una sera in cui, noi senza soldi e loro ricchi, avevamo bisogno di tre rotoli di carta per uscire, glieli rubai. Pensando che non se ne sarebbero neanche accorti, tanto erano distratti dal successo. E invece Vincino mi fece una scenata da vero tragediatore: proprio tu, un’amicizia tradita, non me lo sarei mai aspettato! E Giovanna a insistere: gli hai spezzato il cuore… Ma un po’ ci giocavano; e infatti un po’ dopo ridiventammo amici.

 

Vincino ha disegnato i potenti per cinquant’anni. Mi ricordo, ai tempi, quanto si incazzarono Bettino (“digli che lo denuncio”) e la Nilde Jotti, “The Queen”, che lo fece addirittura espellere dalla tribuna di Montecitorio. Ma non è mai stato cattivo, né maramaldo. Quando ci fu la strage di Charlie Hebdo, Vincino pensò naturalmente che sarebbe potuto succedere a lui. Ma pensò anche a tante altre cose, che riguardano l’offesa e il diritto di portarla avanti; il pregiudizio, lo stereotipo, la libertà interiore, il calcolo degli effetti di un’azione. Una matita e un giornale sono il massimo della libertà, e questo è stato vero per tutto il Novecento; ma il Novecento è finito appunto con la strage dei disegnatori di Parigi.

 

Arrivederci, amico mio. Scusa se non ti ho telefonato a giugno, come Andrea mi aveva detto. Ho chiesto consiglio a Giuseppe: non farlo, se la sta cavando.

 

Ciao Giovanna, un abbraccio.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.