Che cosa pensano i miei studenti dei fattacci brutti di questi giorni a Milano

I giovani condannano le devastazioni ma sostengono la bontà degli intenti della manifestazione. Prevalgono i simpatizzanti o perlomeno gli indulgenti, magari per semplice affinità generazionale

26 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 09:09
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Foto Ansa

La scuola ha qualcosa a che fare coi recenti fatti di Milano? Sì e no. Sì, a quanto leggo, per l’età scolastica di gran parte dei responsabili dei comportamenti più estremi. No, se penso alla scuola nella quale insegno, dove gli studenti credono ancora nella scuola o perlomeno non la vedono come un luogo di oppressione da abbattere, mentre quei ragazzi si direbbe non frequentino i licei del centro. Forse comunque ogni comunità scolastica è un po’ coinvolta, è un osservatorio privilegiato e avrà qualcosa da dire.
Provo allora a interpellare a sorpresa gli alunni di una mia classe. Alcuni di loro sono già maggiorenni, agli altri poco manca. Come campione rappresentativo non è granché, ma non ho nulla di meglio. Sebbene prendano la parola in pochi, anzi in poche (i maschi devono essere più propensi all’azione), riescono a riproporre tutte le principali posizioni già sentite pubblicamente in questi giorni. Si direbbe lo facciano per imitazione (dei social, soprattutto), recitano una parte che si sono assegnati, risultano perciò goffamente caricaturali e proprio per questo esemplari. Prevalgono i simpatizzanti o perlomeno gli indulgenti, magari per semplice affinità generazionale. Dapprima tutti condannano ritualmente le devastazioni e insieme tutti devotamente sostengono la bontà degli intenti della mobilitazione. Un’alunna riferisce che era lì sua sorella in persona, che sembra l’equivalente del proverbiale cugino o cognato d’Italia, auctoritas e opinion maker del cittadino medio nostrano. La sorella insomma avrebbe identificato subito i facinorosi, del tutto estranei, ictu oculi, al corpo maggioritario dei mansueti dimostranti. Qualcuno soggiunge sommessamente che in ogni caso un po’ di forza è necessaria, se la protesta vuol farsi sentire. Saccheggiare i negozi, no, mi risponde un’altra, però assalire la polizia sì. La sorella sovviene di nuovo: avrebbe visto, sempre coi suoi stessi occhi, la polizia che arrestava a caso dei manifestanti pacifici per poi caricarli sui propri mezzi, così, senza alcun motivo: a quel punto, e solo a seguito di tali rapimenti sudamericani, è normale che la gente esasperata reagisca all’evidente sopruso, pure con le brutte maniere. L’alunno borbottante riprende coraggio e proclama solennemente che, a prescindere dalle provocazioni, mai nella storia si è ottenuto alcunché senza la violenza. Altre alunne concordano che in Francia e poi in Russia c’è voluta la rivoluzione, e che persino il sesso debole ha ottenuto il diritto di voto solo usando le maniere forti. Vanamente domando quale forma di aggressività avrebbe garantito il voto alle italiane. Chiedo, di nuovo senza esito, quali sarebbero stati esattamente i positivi traguardi delle citate rivoluzioni. Men che meno riesco a ottenere un qualche conteggio approssimativo delle vite umane sacrificate a tanta gloria. Rintrona invece il silenzio dei più, il tipico mutismo della maggioranza.
Non poteva palesarsi in modo più plateale la vanità di tutti i discorsi meccanicamente ripetuti in ogni scuola di ogni ordine e grado a favore della legalità, dei diritti, del costituzionalismo, della democrazia (la cui unica autentica giustificazione sta proprio nella capacità di produrre cambiamenti in modo pacifico). Al di là del resto, è evidente il totale fallimento dell’educazione civica e di tutti i progetti didattici affini, con o senza volontari ed esperti al seguito. Qui al liceo gli studenti da me interpellati non si sono ancora imbattuti in chi disse che la violenza è la levatrice della storia né in chi chiosò che la rivoluzione non è un pranzo di gala, eppure hanno già acriticamente fatto propri quei dogmi. Non hanno ancora studiato né la Rivoluzione francese né quella russa, tantomeno hanno esaminato guevaristi, maoisti, sandinisti, mau mau e fedayn. E tuttavia sarà ben arduo azzardarsi a scalfire i loro miti e pregiudizi, dopo, in conclusione del loro percorso scolastico, mentre per la legge saranno a tutti gli effetti adulti bell’e fatti. Non può dunque non stupire, per converso, il valore da loro assegnato a liste eterogenee di puerili pensierini: quanto sarebbe bello un mondo senza guerre, problemi climatici e carovita! Sulla base di simili piattaforme o di altre espressioni di vago malessere, non ci sarebbe di meglio da fare che un bel corteo, meglio ancora se accompagnato da qualche atto vandalico. Può lasciare sgomenti poi l’implicita fiducia nell’onnipotenza dello stato: le istituzioni, solo che fossero disposte a dare ascolto a ogni malcontento, disporrebbero della bacchetta magica atta a placarlo. In fondo non è nulla di diverso da quanto ripete certa propaganda, dove però, a ben vedere, sono gli adulti a scimmiottare pateticamente le aspettative infantili al cospetto dei genitori.