No Meloni Day, il rito si ripete. Ma stavolta la violenza entra in classe prima del corteo

Dal 2022 stesse sigle, stesse foto dei ministri imbrattate di rosso, Torino come epicentro. Le novità di quest’anno sono altre: il modello francese, il bersaglio allargato al Pd e alla Cgil, il tetto agli stranieri come bandiera. E un paradosso sulla “guerra”

16 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 12:17
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LaPresse

Il No Meloni Day non è una novità. È nato nel novembre del 2022, poche settimane dopo l’insediamento del governo, come mobilitazione studentesca contro l’esecutivo di centrodestra. Da allora torna ogni autunno con un copione riconoscibile, quasi un rito. Nel novembre del 2024, a Torino, una quindicina di poliziotti finì al pronto soccorso per le esalazioni di un ordigno rudimentale, e il fantoccio del ministro dell’Istruzione Valditara fu dato alle fiamme. Nel novembre del 2025 le piazze furono una cinquantina, con tensioni a Bologna, dove alcuni manifestanti fecero irruzione in un’aula universitaria interrompendo una lezione.
Anche oggi molto si ripete. Ci sono le stesse sigle, dall’Unione degli studenti a Osa e Cambiare Rotta, gli stessi cori, gli stessi volti dei ministri imbrattati di vernice rossa. E c’è di nuovo Torino come epicentro: alla partenza del corteo sono state messe a terra le foto di Meloni, Crosetto e Valditara con i volti macchiati di rosso, e in testa c’erano manifestanti a volto coperto nonostante il divieto della prefettura.
Quest’anno però ci sono tre novità. La prima è il calendario. Il No Meloni Day è stato anticipato da novembre a ottobre per agganciarsi all’onda che arriva dalla Francia, dove da settimane i liceali bloccano le scuole e il governo ha dovuto chiuderle, e in parte dalla Spagna. “Facciamo come in Francia” è lo slogan più ripetuto, e a Firenze sfilava lo striscione “L’Ecole est à nous”. È una protesta che si pensa europea, e che importa dai cugini anche le forme: le occupazioni di questi giorni a Torino sono durate un pomeriggio, ma il modello è quello dei blocchi francesi.
La seconda è il bersaglio. Tra le foto imbrattate a Torino c’era anche quella di Elly Schlein. A Roma il corteo ha scandito slogan contro il Pd e contro la Cgil. Non è più, o non solo, una protesta della sinistra contro la destra al governo: è una protesta contro tutta la politica, opposizione compresa. Un problema in più per un campo largo che, alla vigilia delle primarie, pensava di poter contare su quelle piazze.
La terza è la bandiera. Accanto alle rivendicazioni storiche, dagli edifici fatiscenti ai docenti precari al carovita, quest’anno c’è il decreto Valditara che fissa un tetto del 30 per cento di studenti stranieri per classe. È diventato il simbolo della mobilitazione: “Nessuno è straniero” era lo slogan del corteo di Milano, e gli organizzatori accusano il governo di voler far credere che “il problema delle nostre scuole siano gli studenti stranieri”.
Poi c’è il gancio con la politica internazionale: lo slogan più diffuso nelle piazze è “soldi alla scuola, non alla guerra”, declinato in mille varianti, fino al “vogliamo più aule, non più bombe” gridato sotto il ministero. A Torino, accanto alle foto dei ministri, c’era la scritta “Leonardo”, l’azienda della difesa. Peccato che la manovra che il governo ha appena mandato a Bruxelles faccia l’opposto di quello che denunciano i cortei: per tenere sotto controllo il deficit, ha dimezzato la spesa aggiuntiva per la difesa prevista per il 2028, e la flessibilità europea pensata per riarmarsi finisce in buona parte sulle bollette. Si può discutere se sia una scelta giusta, ma è difficile chiamarla un governo della guerra.
Resta una domanda: perché sempre Torino? In città da anni c’è una rete antagonista strutturata, che nemmeno lo sgombero del centro sociale Askatasuna, lo scorso dicembre, ha disperso. E ci sono collettivi studenteschi che fanno da cerniera tra i licei e quel mondo: sempre a dicembre, sei studenti tra i 16 e i 17 anni, quasi tutti del liceo Einstein, erano finiti ai domiciliari. Il salto di qualità di quest’anno è che la violenza è arrivata dentro le scuole prima che in piazza. Ieri una quarantina di giovani con passamontagna e maschere di Carnevale ha fatto irruzione in tre istituti, danneggiando anche una scuola elementare, e ha preso a sassate i carabinieri. Oggi, quando il corteo è arrivato davanti alla prefettura, alcune centinaia di manifestanti si sono staccati dal resto del gruppo, si sono coperti il volto e hanno ricominciato. Per la maggioranza degli studenti in piazza oggi le rivendicazioni sono reali: le scuole cadono a pezzi, mancano docenti, i trasporti costano. Ma il rito del No Meloni Day ha una sua inerzia. Ogni anno le stesse sigle portano in piazza ragazzi diversi, e ogni anno a Torino una minoranza organizzata si prende la scena.