Fatherland

La recensione del film di Pavel Pawlikowski, con Sandra Hüller, Hanns Dischler, August Diehl, David Striesow

16 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 16:54
Cronaca di un film sbagliato. Per epoca. Per impostazione. Per le urla di entusiasmo della critica: hanno contribuito al premio per la regia che il regista polacco Pavel Pawlikowski si è portato a casa da Cannes, con tutti gli onori. Non era il suo primo, ma gli altri film – servono i titoli, per agevolare la memoria: il perfetto “Ida” e il già confuso “Cold War” – oltre alla meravigliosa fotografia in bianco e nero avevano trame, personaggi, drammi. Qui ci sarebbe il personaggio, Thomas Mann che torna in Germania dopo l’esilio negli Stati Uniti. Ci sarebbe anche il dramma: il suicidio del figlio Klaus, in una stanza d’albergo a Cannes. Ma la trama è rimasta nella testa del regista, anche sceneggiatore, che avrebbe voluto appoggiarsi sulla biografia – romanzata e celebrata dalla critica – dello scrittore irlandese Colm Tóibín, intitolata “Il mago”. “Fatherland” racconta solo il ritorno in Germania del premio Nobel Thomas Mann, che nel 1933 aveva lasciato la terra degli avi per emigrare negli Stati Uniti. Lo vediamo con la figlia Erika nel 1949, prima a Francoforte e poi a Weimar, al di là della cortina di ferro. Parla di Goethe e viene molto omaggiato dall’una e dall’altra parte. Dai nuovi tedeschi dell’ovest e dai sovietici. L’intellettuale è indeciso su chi lo celebra di più – tra le macerie dell’Europa. A bordo della Buick, non si scompone per il suicidio del figlio Klaus. Esce nelle sale e in contemporanea su MUBI.