Via dall’Afghanistan, dove la musica è proibita. “Balcanica”e le libertà negate

Il bando a ogni libertà per mano dei talebani e la necessità di risalire i Balcani per raggiungere un concerto in Italia. Parla il regista Nicola Sorcinelli: "La retorica è stata la mia paura più grande"

10 OTT 26
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Screenshot dal trailer del film, dal canale YouTube @fandango_official

Un padre e un figlio camminano in un paesaggio grigio, sotto un cielo plumbeo. L’uomo è direttore d’orchestra, il ragazzo suona la tuba, e il loro unico bagaglio sono gli strumenti, custoditi come un tesoro. In Italia li aspetta un concerto; per arrivarci risalgono i Balcani lungo la rotta che resta l’unica via d’uscita da un Afghanistan in cui i talebani hanno messo al bando la musica insieme a ogni altra libertà. “Balcanica”, opera prima di Nicola Sorcinelli, scritta con Andrea Brusa, è stato l’unico titolo italiano in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia e arriva ora in sala (da domani) con due riconoscimenti: il premio del pubblico e il premio Carlo Lizzani, assegnato da una giuria di esercenti. Il film segue Nazar (Babak Karimi) e Jalil (Ivar Wafaei) nell’ultimo tratto del viaggio, alle porte dell’Unione europea. Il freddo aggrava le condizioni del padre, ed è allora che entra in scena Greta (Matilda De Angelis), giovane dottoressa italiana alla prima missione umanitaria.
“Sono sempre stato legato alle storie di libertà negate – dice Sorcinelli al Foglio –. Nel 2021, con il ritorno dei talebani in Afghanistan, fra le mille libertà soppresse c’è stata anche quella di fare musica, e con essa la libertà artistica, che forse era l’ultimo appiglio rimasto. Abbiamo assistito a un piccolo esodo di artisti che hanno lasciato il paese, e mi sembrava bello poterlo raccontare”.
“Balcanica” è un film in cui si aprono lunghi momenti di silenzio, quasi un controsenso per una storia di musicisti. “All’inizio volevo che il film fosse del tutto privo di musica – continua il regista – per restituire in modo ancora più drastico la frustrazione che porta con sé il divieto. Alla fine quell’idea l’abbiamo inseguita solo a metà ma ne resta però una traccia evidente”.
Il racconto passa attraverso gli sguardi tra i tre protagonisti, le soste sotto il cielo grigio, la desolazione dei paesaggi. E’ un lavoro delicato (eccellente la sceneggiatura di Sorcinelli e Brusa) in cui la fotografia di Damjan Radovanović ha un peso decisivo e ne determina la rara finezza espressiva. “Volevo trasmettere anche una sensazione di freddo – aggiunge Sorcinelli –. Abbiamo girato in Serbia e ci siamo abbandonati molto alla natura, a quello che ci regalava giorno dopo giorno: ci ha dato quei colori e li abbiamo mantenuti”. Sorcinelli lascia parlare i piccoli gesti e i dialoghi pronunciati quasi sempre sottovoce, e dà spazio ai sentimenti di chi guarda. Restano a lungo mute anche le due tube che padre e figlio si portano dietro, il bagaglio più ingombrante che si possa immaginare per chi deve passare inosservato.
“Volevo prima di tutto due strumenti belli: la tuba mi affascina molto, la trovo elegante, romantica. Mi piaceva che i due si portassero dietro la loro arte e che fosse un’arte grande, ingombrante nell’accezione più bella del termine. Trasportano la loro musica dentro custodie enormi, e mi sembrava un modo per paragonarla al loro corpo: l’unico mezzo che hanno per il viaggio, un corpo maltrattato, sbattuto di qua e di là”.
Nel cammino che chi guarda compie insieme con i protagonisti non c’è mai un momento retorico, né una scena costruita per strappare emozioni facili. “La retorica è stata la mia paura più grande. Ho cercato uno sguardo il più possibile rispettoso, di osservazione, senza indugiare troppo sul dolore né sul dramma più romantico, e un equilibrio anche visivo. Scendo forse nel tecnico, ma abbiamo girato tutto il film con un’unica ottica grandangolare e siamo rimasti sempre con quello sguardo, senza calcare la mano sul dramma, nel bene e nel male. Se mi dice che ci siamo riusciti, è un grande complimento”.